Jonathan Cook denuncia la selettività dell’allarme britannico sulle interferenze straniere. Le campagne digitali riconducibili a società israeliane sono documentate: difendere il dibattito pubblico significa indagare anche gli alleati.
La democrazia va protetta dalle manipolazioni straniere. Poi arriva il momento di guardare chi le organizza, e la fermezza rischia di diventare improvvisamente diplomazia. Contro Mosca si accendono i riflettori; quando le tracce portano verso un alleato, occorre verificare quanto lontano siano disposti ad arrivare governi e apparati di sicurezza.
Jonathan Cook mette il dito in questa contraddizione nel suo intervento del quindici ottobre. Il giornalista contesta il carattere selettivo dell’allarme britannico: la centralità assegnata alla minaccia russa lascerebbe in ombra le operazioni d’influenza israeliane e il peso esercitato sulla politica del Regno Unito da Washington e dai grandi finanziatori. È una lettura polemica, che chiama in causa la credibilità stessa della difesa della democrazia.
L’occasione è la nascita del National Centre for Information Defence. Nel discorso all’Assemblea generale dell’Onu del ventidue settembre, il primo ministro britannico Andy Burnham ha annunciato di aver incaricato i vertici della sicurezza di avviare una struttura destinata a individuare, attribuire e contrastare gli attacchi informativi di Stati ostili. Un impegno che riguarda direttamente la possibilità dei cittadini di discutere e scegliere senza essere ingannati sull’origine dei messaggi che ricevono.
La parola decisiva, però, è “ostili”. Se il controllo segue soltanto la geografia delle inimicizie diplomatiche, lascia aperto un varco enorme: quello delle manipolazioni provenienti dai Paesi presunti amici. La falsificazione di un’identità resta tale anche quando serve una causa gradita al governo.
Un caso documentato porta alla società israeliana Stoic. Nel maggio 2024 OpenAI rese pubblica l’interruzione di un’operazione denominata “Zero Zeno”, che utilizzava i suoi modelli per produrre articoli e commenti destinati a diverse piattaforme. Il rapporto descriveva personaggi inventati, biografie fittizie e account che commentavano i contenuti della propria rete, costruendo l’apparenza di una partecipazione spontanea. Fra i bersagli figuravano l’Unrwa e le proteste filopalestinesi nelle università statunitensi, accusate nei messaggi della campagna di favorire antisemitismo e terrorismo.
Anche Meta intervenne contro una rete collegata alla società. I profili si presentavano, fra l’altro, come cittadini statunitensi e canadesi, compresi studenti ebrei e persone afroamericane. Meta, tuttavia, si tiene alla larga dalla dimostrazione di una catena di comando governativa. Il meccanismo merita comunque attenzione proprio nella sua concretezza. Un lettore incontra un commento e crede di ascoltare un altro cittadino. In realtà sta leggendo materiale prodotto dentro una campagna organizzata, la cui provenienza gli viene nascosta. La discussione pubblica viene occupata da interlocutori fabbricati, capaci di simulare indignazione, consenso e appartenenza.
Va misurato anche il risultato. OpenAI giudicava limitata la diffusione dell’operazione e non rilevava un’amplificazione significativa da parte di persone esterne alla rete. Nel medesimo rapporto documentava attività provenienti anche da Russia, Cina e Iran. Questi riscontri impediscono sia di liquidare la manipolazione come una fantasia, sia di attribuirle automaticamente la capacità di decidere elezioni e orientamenti collettivi. È su questo terreno che la denuncia di Cook diventa politicamente utile: pretendere criteri pubblici, verificabili e uguali per tutti. Quali operazioni vengono indagate? Chi le finanzia? Quali risultati hanno ottenuto? Le risposte devono contenere nomi, prove e responsabilità, anche quando riguardano un alleato.
Lo stesso rigore serve quando si parla di antisemitismo. La sua lotta richiede serietà; l’uso dell’accusa per screditare indiscriminatamente la solidarietà con i palestinesi ne compromette la credibilità. Ogni contenuto va esaminato per ciò che dice e fa, senza concedere immunità politica alle azioni del governo israeliano.
Il criterio vale anche per l’Italia. Rapporti diplomatici, associazioni d’amicizia e attività di rappresentanza hanno forme legittime e riconoscibili. Proprio per questo occorre rendere trasparenti finanziamenti, incarichi e interessi, e perseguire le operazioni che occultano la propria origine.
Il rischio riguarda anche i prossimi appuntamenti elettorali negli Stati Uniti, in Brasile, Germania, Spagna, Francia e Italia, ciascuno con il proprio calendario. Occorre prepararsi ad accertare la provenienza dei finanziamenti, riconoscere le reti di account fittizi e rendere identificabile la propaganda commissionata. L’intelligenza artificiale consente di produrre messaggi e identità inventate su vasta scala: quanto riescano a incidere sul voto va dimostrato, ma aspettare le urne chiuse per occuparsene significa arrivare tardi. Governi, autorità di controllo, piattaforme e redazioni devono rendere pubblici metodi e riscontri, applicando gli stessi criteri a ogni provenienza.
Ai cittadini serve sapere chi sta cercando di convincerli e con quali mezzi. Un governo che pretende trasparenza dai nemici deve esigerla anche dai presunti amici. Altrimenti il confine della sicurezza finisce per coincidere con quello della convenienza: da una parte i sospetti da esibire, dall’altra gli interessi da proteggere. E la democrazia viene lasciata a fare da insegna.
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