Dalla stazione centrale di Stoccolma alle nuove leggi sull’immigrazione: quando il confine tra chi appartiene e chi deve dimostrare di meritare l’appartenenza entra nella politica ordinaria.
Dieci anni fa bastava una fotografia. Il primo maggio 2016 Tess Asplund, svedese nera, si mise davanti a una marcia del Movimento di resistenza nordico a Borlänge. Centinaia di neonazisti avanzavano, lei alzò il pugno e rimase ferma. Da una parte loro. Dall’altra lei. Era facile vedere il confine. Dieci anni dopo lo è molto meno. Non perché in Svezia siano scomparsi razzismo ed estrema destra, ma perché una parte delle idee che vivevano ai margini ha imparato a presentarsi senza divisa. È entrata nel linguaggio politico, nelle campagne elettorali, negli accordi parlamentari e infine nelle leggi. E allora non basta più una fotografia. Bisogna leggere.
Alla stazione centrale di Stoccolma, attraversata ogni giorno da pendolari, studenti, lavoratori e turisti, nell’agosto 2026 gli Sweden Democrats hanno comprato per una settimana una parte consistente degli spazi pubblicitari. Il messaggio era semplice: se commetti reati, vivi di sussidi, non impari lo svedese o ti comporti male, non sei il benvenuto. Secondo Al Jazeera, la campagna è costata circa centomila dollari. Non è stata organizzata da un gruppetto clandestino: gli Sweden Democrats sono la forza di estrema destra che dal 2022 sostiene dall’esterno il governo di centrodestra di Ulf Kristersson e partecipa, attraverso l’accordo di Tidö, alla definizione delle sue politiche. A meno di due settimane dalle elezioni del 13 settembre puntano ad aumentare ulteriormente il proprio peso.
Poi sono arrivati gli autobus. Nella Svezia occidentale alcuni manifesti rivolti esplicitamente alla comunità somala chiedevano: «Ti manca Mogadiscio?», invitando a informarsi sul contributo economico previsto per chi decide di lasciare volontariamente il paese. Una ventina di autisti di origine somala si sono messi in malattia per protesta e l’azienda di trasporto ha rimosso la pubblicità. Potremmo fermarci qui e raccontare l’ennesima provocazione dell’estrema destra europea. Sbaglieremmo. Perché dietro quei manifesti c’è lo Stato.
Dal primo gennaio 2026 la Svezia offre fino a 350 mila corone a un adulto che abbia ottenuto un permesso di soggiorno sulla base della necessità di protezione e scelga volontariamente di trasferirsi nel proprio paese d’origine o in un altro nel quale abbia diritto a vivere. Venticinquemila corone per bambino, fino a 500 mila per una coppia e 600 mila per una famiglia. Non è una deportazione: il rimpatrio è volontario e confondere le due cose sarebbe scorretto. Ma nel 2024 appena quattro persone avevano ottenuto il vecchio contributo e l’Agenzia svedese per le migrazioni spiega che l’aumento serve a rendere il rimpatrio volontario economicamente più conveniente. Il ministro per le Migrazioni Johan Forssell ha parlato di una nuova possibilità per persone che non sono riuscite a trovare sufficientemente il proprio posto nella società svedese. La domanda viene da sola: chi decide quando un essere umano ha trovato abbastanza il proprio posto in una società?
Il denaro per andarsene è soltanto una parte della storia. Da luglio la Svezia ha introdotto norme che modificano profondamente la condizione di chi non è cittadino. Chi ha ottenuto protezione attraverso l’asilo non può più accedere alla residenza permanente ma soltanto a permessi temporanei. Per la cittadinanza il requisito ordinario di residenza è stato portato da cinque a otto anni, accompagnato da requisiti economici, linguistici e di conoscenza della società più severi.
Poi c’è la legge sulla «buona condotta». Un permesso può essere negato o revocato anche per comportamenti che non costituiscono necessariamente reato: debiti non pagati, lavoro non dichiarato, evasione fiscale e altre condotte considerate incompatibili con gli obblighi verso la società. Le decisioni possono essere contestate davanti ai tribunali dell’immigrazione, ma la legge riguarda anche permessi già concessi. Diverse amministrazioni pubbliche che si occupano di tasse, pensioni, sussidi, debiti, carceri e disoccupazione devono inoltre segnalare alla polizia le persone prive di titolo di soggiorno. Civil Rights Defenders avverte che il sistema può alimentare paura e insicurezza anche nell’accesso ai servizi.
E poi ci sono i ragazzi. IPS descrive la condizione di giovani che possono aver trascorso praticamente tutta la vita in Svezia con genitori arrivati come richiedenti asilo. Al compimento dei diciotto anni vengono valutati secondo il nuovo regime e, se non possiedono autonomamente i requisiti per un permesso, possono essere costretti a partire verso un paese nel quale magari non hanno mai vissuto. Sono cresciuti in Svezia, sono andati nelle sue scuole, parlano la sua lingua, hanno lì gli amici e probabilmente i primi amori. Eppure a diciotto anni può tornare la domanda: tu di dove sei veramente?
Civil Rights Defenders individua un altro rischio nella vaghezza della «buona condotta». John Stauffer, direttore legale dell’organizzazione, spiega a IPS che un non cittadino potrebbe cominciare a domandarsi se partecipare a una manifestazione per Gaza o per il clima possa un giorno essere utilizzato contro di lui. Manifestare per Gaza non fa perdere automaticamente il permesso di soggiorno. Il problema è non sapere con sufficiente certezza dove passi il confine. Se una persona teme che l’esercizio di un diritto possa mettere in discussione la propria permanenza, può scegliere di non esercitarlo. Stauffer parla del rischio di una società a due livelli.
Un cittadino svedese può avere debiti, lavorare in nero, contestare il governo, partecipare a una manifestazione e persino commettere un reato. Ne risponderà, quando previsto, davanti alla legge. Ma rimarrà svedese. Per il non cittadino può aggiungersi una domanda che il cittadino non dovrà mai affrontare: meriti ancora di stare qui?
Sarebbe molto comodo attribuire tutto agli Sweden Democrats. Non è così. La svolta restrittiva della politica migratoria svedese precede l’attuale governo e accelera dopo la crisi dei rifugiati del 2015. Gli Sweden Democrats hanno spinto il confine molto più avanti, ma non sono gli unici ad averlo spostato. Anche i Socialdemocratici hanno progressivamente irrigidito le proprie posizioni e, come ricorda Stauffer, hanno sostenuto molte delle nuove politiche sull’immigrazione. Nessuno sconto, dunque. L’estrema destra non vince soltanto quando prende più voti: può aver già vinto qualcosa di più importante quando costringe gli avversari a discutere sul terreno, con le parole e dentro i confini che essa ha scelto.
Questo non significa che non si possa discutere di immigrazione. Uno Stato può stabilire regole, requisiti e controlli. Una società deve poter affrontare problemi reali di integrazione, segregazione urbana, criminalità, scuola e lavoro. Proprio per questo bisogna distinguere i problemi dalle scorciatoie. Se esiste criminalità organizzata, si combatte la criminalità. Se manca lavoro, si affrontano salari, formazione e occupazione. Se esistono quartieri segregati, si interviene su case, scuole, servizi e trasporti. Se una persona commette un reato, risponde del reato. Quando problemi differenti finiscono invece per avere sempre lo stesso protagonista — lo straniero — non stiamo più soltanto amministrando l’immigrazione. Stiamo costruendo un nemico.
Alla fine del 2025 circa 2,94 milioni di persone, il 28 per cento della popolazione svedese, avevano quello che l’istituto nazionale di statistica definisce «background straniero»: erano nate all’estero oppure nate in Svezia da due genitori nati all’estero. I soli nati all’estero erano il 20,8 per cento. Quasi tre persone ogni dieci. A quel punto bisogna domandarsi che cosa significhi davvero «loro». Un bambino nato a Malmö da due genitori iracheni? Una ragazza nata a Göteborg da genitori somali? Un medico siriano che cura pazienti svedesi da quindici anni? Una donna iraniana arrivata da bambina? Quante generazioni servono prima che il pronome cambi?
Il meccanismo del nemico non appartiene alla Svezia e neppure all’Europa. In Sudafrica la xenofobia ha colpito africani provenienti da altri paesi africani; in Tunisia migranti subsahariani sono stati vittime di discriminazioni e violenze. Le storie sono differenti e sovrapporle sarebbe una sciocchezza. Ma il meccanismo politico può assomigliarsi. Il nemico non deve essere realmente responsabile di ciò che non funziona. Deve essere riconoscibile.
Quando una casa non c’è, qualcuno può indicare chi è arrivato dopo. Quando il salario non basta, chi accetta di lavorare per meno. Quando un quartiere è insicuro, il colore della pelle di chi ci abita. Quando l’ospedale ha una lista d’attesa interminabile, si possono contare gli stranieri seduti in sala invece dei medici che mancano. La scarsità può essere reale. Il bersaglio può essere costruito. Per governare la rabbia non è sempre necessario risolverne le cause. Qualche volta è sufficiente darle un indirizzo.
Torniamo allora a Tess Asplund. Dieci anni fa era sola davanti ai neonazisti. Era una scena quasi rassicurante nella sua terribile chiarezza, perché il male aveva un’uniforme. Si riconosceva. Oggi è più difficile. Non ci sono stivali alla stazione centrale di Stoccolma: ci sono spazi pubblicitari regolarmente acquistati. Non ci sono leggi razziali: ci sono norme approvate da un Parlamento democraticamente eletto. Non c’è scritto che un immigrato vale meno di uno svedese. C’è un governo che offre fino a 350 mila corone perché alcune persone con diritto di soggiorno possano scegliere di andarsene, mentre il partito di estrema destra che sostiene quello stesso governo compra manifesti per chiedere agli svedesi di origine somala se sentano la mancanza di Mogadiscio. Sono cose diverse. Ma accadono nello stesso paese e nello stesso tempo.
La Svezia non è diventata improvvisamente un paese razzista. Il pericolo è forse più ordinario: abituarsi. Abituarsi a distinguere tra chi appartiene e chi deve dimostrare di meritare l’appartenenza. Tra chi può sbagliare continuando a essere svedese e chi, sbagliando, può mettere in discussione anche il proprio diritto di restare. Tra chi può chiamare la Svezia casa senza doverlo spiegare e chi deve continuare a meritarsi la chiave.
Dieci anni fa Tess Asplund alzò il pugno perché davanti a lei avanzavano i neonazisti. Oggi potrebbe essere necessario alzare lo sguardo molto prima. Perché il nemico non nasce soltanto quando qualcuno viene espulso. Nasce quando una società comincia a trovare normale che il proprio vicino debba rispondere a una domanda alla quale gli altri non dovranno rispondere mai: che cosa hai fatto per meritarti il diritto di stare qui?
Alla stazione centrale di Stoccolma non hanno appeso il razzismo. Hanno appeso la sua normalizzazione.
FONTI PRINCIPALI
- Al Jazeera, 1 settembre 2026 – “Not welcome”: how Sweden’s far right took over Stockholm Central Station.
- Inter Press Service (IPS), agosto 2026 – Sweden: “The new migration laws are so vague that people don’t know what might be used against them”.
- Reuters, 15 giugno 2026 – Sweden passes “good behaviour” law on residence permits.
- Swedish Migration Agency – Repatriation grant; informazioni aggiornate al 2026.
- Government Offices of Sweden – Substantially increased repatriation grant, gennaio 2026.
- Statistics Sweden (SCB) – Population statistics 2025.
Foto di copertina: Borlänge, primo maggio 2016. Tess Asplund alza il pugno davanti alla marcia del Movimento di resistenza nordico. Dieci anni dopo, una parte delle idee allora confinate nell’estrema destra è entrata nel dibattito politico svedese. Foto David Lagerlöf/Expo.
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