Nella Repubblica Democratica del Congo l’epidemia ha superato i seimila casi e sfiora i tremila morti. Medici Senza Frontiere denuncia su The Lancet un paradosso: proprio i bambini più piccoli, tra i più vulnerabili al virus, rischiano di restare esclusi dagli studi sui nuovi farmaci. Intanto l’Uganda dichiara concluso il proprio focolaio. Ma la frontiera ferma le statistiche, non il virus.
L’Ebola continua a correre nella Repubblica Democratica del Congo. Al 31 agosto le autorità congolesi registravano 6.041 casi confermati e 2.911 morti. È ormai la più grande epidemia di Ebola mai registrata nel Paese e il virus Bundibugyo si è diffuso in sei province, dentro territori segnati anche da conflitti, sfollamenti, difficoltà negli spostamenti e strutture sanitarie sottoposte a una pressione enorme.
Ma dentro questi numeri ce n’è uno meno visibile e forse ancora più difficile da accettare. I bambini più piccoli stanno morendo in proporzione maggiore degli adulti.
A denunciarlo è Medici Senza Frontiere in un commento pubblicato il primo settembre su The Lancet. Secondo i dati disponibili al 4 agosto sui casi confermati di Ebola da virus Bundibugyo per i quali era nota l’età, la percentuale di bambini sotto i cinque anni morti dopo la diagnosi risultava significativamente superiore a quella degli adulti.
Non basta. Proprio alcuni dei bambini maggiormente vulnerabili rischiano di rimanere indietro anche nella ricerca dei farmaci capaci di proteggerli.
UNA COMPRESSA CHE PUÒ CAMBIARE LE COSE
Il 14 luglio è cominciato EBO-PEP, uno studio che valuta obeldesivir, un antivirale orale, come profilassi post-esposizione. Tradotto dal linguaggio medico: un farmaco da somministrare a chi ha avuto un contatto ad alto rischio con una persona affetta da Ebola nel tentativo di impedire che sviluppi la malattia.
Se funzionasse sarebbe uno strumento prezioso. Una terapia orale può essere somministrata molto più facilmente di una endovenosa e consentirebbe di intervenire rapidamente anche in condizioni sanitarie e logistiche difficili.
Il problema è capire a chi quella compressa potrà essere data.
Nel protocollo originario dello studio sono esclusi i bambini con peso inferiore ai trenta chili, indicativamente quelli fino a circa dodici anni. Una modifica dovrebbe consentire di abbassare il limite a venti chili. Resterebbero però fuori proprio i più piccoli, grosso modo quelli di sei anni o meno.
Il motivo non è una scelta arbitraria dei ricercatori. Manca una formulazione pediatrica disponibile dell’obeldesivir e mancano dati pubblicati sufficienti per stabilire con sicurezza se e come le compresse destinate agli adulti possano essere frantumate o sciolte per somministrarle ai bambini.
Ed è esattamente qui che Msf pone la questione. «Troppo spesso l’inclusione dei bambini nello sviluppo delle contromisure mediche durante le emergenze di salute pubblica viene relegata alle note a margine», afferma Neal Russell, consulente pediatrico di Msf. Ma nell’epidemia congolese i bambini sono esposti a un rischio sproporzionatamente elevato di morire se vengono contagiati.
Bambini, donne incinte e donne che allattano sono spesso inclusi più tardi negli studi clinici per comprensibili ragioni di prudenza e sicurezza. Ma la prudenza rischia di trasformarsi in un paradosso quando l’esclusione dalla ricerca ritarda proprio le conoscenze necessarie a proteggere le persone più vulnerabili.
DIECI GIORNI CON UNA FLEBO
Un’alternativa per i bambini esclusi dallo studio principale esiste. EBO-PEP prevede un sottoprotocollo con remdesivir per via endovenosa.
Ma sulla carta e dentro un villaggio congolese non sono esattamente la stessa cosa.
Il trattamento richiede una somministrazione endovenosa quotidiana per dieci giorni. Significa personale sanitario, materiale sterile, accesso venoso, controllo del paziente e possibilità di raggiungere ogni giorno una struttura capace di effettuare il trattamento. È complicato per un adulto durante un’epidemia. Con un bambino molto piccolo, in territori nei quali guerra, insicurezza e distanze possono rendere difficile persino raggiungere un centro sanitario, lo è molto di più.
Per questo Msf chiede che venga avviato urgentemente un sottostudio pediatrico sull’obeldesivir e che siano contemporaneamente accelerate le sperimentazioni di altri antivirali orali e degli anticorpi monoclonali utilizzabili come profilassi post-esposizione.
Ma a questo punto compare un nome che merita qualche riga.
CHI C’È DIETRO QUELLA COMPRESSA
Gilead Sciences non è una piccola società che sta tentando la strada di un nuovo antivirale. È uno dei grandi gruppi farmaceutici statunitensi, nato in California nel 1987 e cresciuto soprattutto attraverso la ricerca e la commercializzazione di farmaci contro le infezioni virali, dall’Hiv alle epatiti.
Non esiste un proprietario nel significato tradizionale del termine. Gilead è quotata al Nasdaq e appartiene ai suoi azionisti. Nei documenti depositati nel 2026 presso la Securities and Exchange Commission statunitense i maggiori azionisti dichiarati sono alcuni giganti della gestione finanziaria mondiale: Vanguard con il 9,01 per cento, BlackRock con l’8,20 per cento e FMR, la società madre di Fidelity, con il 5,28 per cento.
Nella storia dell’azienda compare anche un protagonista della politica americana. Donald Rumsfeld, molto prima di diventare segretario alla Difesa di George W. Bush e uno degli uomini simbolo delle guerre in Afghanistan e Iraq, entrò nel consiglio di amministrazione di Gilead e nel 1997 ne divenne presidente.
Negli anni successivi Gilead è diventata una potenza nel settore degli antivirali. I suoi medicinali contro Hiv ed epatite C hanno rappresentato progressi terapeutici importanti e contemporaneamente prodotto ricavi enormi. Come altre grandi aziende farmaceutiche, la società ha attraversato controversie riguardanti prezzi, brevetti e accesso ai medicinali.
Una vicenda molto recente dà la misura della questione. Nell’agosto 2026 la Corte suprema della California ha dato ragione a Gilead in una causa promossa da circa 24 mila pazienti affetti da Hiv, secondo i quali l’azienda avrebbe ritardato per ragioni economiche lo sviluppo di una versione potenzialmente più sicura di un proprio farmaco. Con sei voti contro uno i giudici hanno respinto la tesi della responsabilità dell’azienda.
Non è però questo il processo che interessa fare qui a Gilead. Ci interessa capire cosa succede oggi in Congo.
Gilead ha sviluppato obeldesivir e, secondo Msf, ha recentemente manifestato la disponibilità a fornire una formulazione pediatrica del farmaco. Resta una domanda molto concreta: quando?
Perché sotto una determinata soglia di peso i bambini restano esclusi dallo studio principale proprio per la mancanza di quella formulazione e dei dati necessari a utilizzare in sicurezza le compresse destinate agli adulti. E durante un’epidemia il calendario della ricerca non è un dettaglio amministrativo: mentre si aspettano protocolli, formulazioni e autorizzazioni, il virus continua a circolare.
DALL’ALTRA PARTE DEL CONFINE
La storia dell’Uganda dimostra intanto che fermare Ebola è possibile.
Dopo quarantadue giorni consecutivi senza un nuovo caso confermato, alla fine di agosto l’Uganda ha dichiarato concluso il proprio focolaio. Venti i casi confermati e due i morti. Quindici infezioni erano state importate dalla Repubblica Democratica del Congo.
È una vittoria sanitaria importante. Ma non significa che il pericolo regionale sia scomparso.
Inter Press Service sottolinea come la mobilità delle persone attraverso le frontiere e la prosecuzione dell’epidemia congolese mantengano aperto il rischio di nuovi casi. L’Uganda può interrompere la trasmissione interna; non può isolarsi epidemiologicamente da ciò che accade nel Paese vicino.
Da una parte del confine passano quarantadue giorni senza un nuovo contagio e un Paese può dichiarare chiuso il focolaio. Dall’altra, in appena pochi mesi, i casi confermati hanno superato quota seimila e i morti si avvicinano a tremila.
Il virus, naturalmente, non conosce tutto questo. Non conosce Congo e Uganda, passaporti o posti di frontiera.
NON SONO ADULTI PIÙ PICCOLI
La richiesta di Msf va quindi oltre l’obeldesivir e oltre questa epidemia. Riguarda il modo nel quale vengono pensate le risposte sanitarie alle emergenze.
Un bambino non è semplicemente un adulto che pesa meno. Cambiano il metabolismo dei farmaci, i dosaggi, le formulazioni necessarie e le condizioni nelle quali una terapia può essere somministrata. Sviluppare una terapia efficace per un adulto senza sapere contemporaneamente come renderla utilizzabile per un bambino significa lasciare aperto un vuoto proprio quando ogni giorno conta.
Questo non significa ignorare le precauzioni necessarie nella sperimentazione pediatrica. Significa prepararla per tempo: costruire protocolli, dosaggi e formulazioni adatte invece di affrontare il problema quando l’emergenza è già esplosa.
L’epidemia congolese racconta così due velocità. Quella rapidissima di un virus capace di attraversare villaggi, province e frontiere. E quella inevitabilmente più lenta della medicina, fatta di ricerca, verifiche, sicurezza e sperimentazione. Proprio perché la seconda non può e non deve rinunciare alla prudenza, deve però sapere in anticipo che tra le persone da proteggere ci saranno anche donne incinte, neonati e bambini.
L’Uganda festeggia giustamente la fine del proprio focolaio mentre, oltre il confine, il Congo conta quasi tremila morti.
La frontiera ferma le statistiche, non il virus. E se la ricerca vuole riuscire ad arrivare prima dell’Ebola, non può continuare ad arrivare dopo per i bambini.
SIAMO VECCHIA STAMPA
Crediamo ancora in un giornalismo che cerca, verifica, disturba e ascolta. Fotosintesi.info è gratuito e non dipende da partiti. Se vuoi sostenerci: serviziofotosintesi@gmail.com
CONDIVIDERE È INFORMARE
I testi originali pubblicati da Fotosintesi.info possono essere riprodotti e condivisi, integralmente o in parte, a condizione che siano indicati l’autore e la fonte Fotosintesi.info.







