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UCRAINA | Torna a muoversi la diplomazia mentre la guerra continua a divorare vite, salute e libertà

Forse settembre potrebbe riportare una parola quasi scomparsa dal vocabolario della guerra in Ucraina: negoziato. Volodymyr Zelensky ha indicato questo mese come possibile finestra per un nuovo incontro tra negoziatori ucraini, russi e statunitensi, dopo la missione a Mosca e Kiev degli emissari di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner. Non c’è ancora un vertice formalmente convocato e soprattutto non c’è un accordo: restano enormi distanze sui territori occupati, sulle garanzie di sicurezza richieste dall’Ucraina e sulle condizioni poste dalla Russia. Ma qualcosa, almeno sul terreno diplomatico, sembra essersi rimesso in movimento. Ed è già una notizia.

Perché mentre i governi europei discutono di nuove armi, missili, sistemi di difesa e aumento della produzione militare, la guerra continua a presentare il conto alle persone che la combattono e soprattutto a quelle che hanno avuto la disgrazia di trovarsi nel mezzo. Non serve assolvere Vladimir Putin per riconoscerlo: la Russia ha invaso l’Ucraina e continua a bombardarne le città. E ciò che accade nei territori occupati impedisce qualsiasi comoda rappresentazione di Mosca come interlocutore innocente.

Una giornalista, quindici anni di carcere

Il 4 settembre il tribunale regionale di Zaporizhzhia controllato dalla Russia ha condannato a quindici anni di carcere Iryna Levchenko, giornalista ucraina in pensione di Melitopol, accusata di avere trasmesso informazioni ai servizi segreti ucraini. Levchenko, arrestata dalle forze russe nel maggio 2023 insieme al marito Oleksandr, aveva lavorato per diverse testate ucraine e aveva lasciato la professione nel febbraio 2022, dopo l’occupazione di Melitopol. Il marito è stato liberato nell’agosto 2024; lei è rimasta in custodia russa.

Il Committee to Protect Journalists ha definito la sentenza «un oltraggioso abuso del sistema giudiziario penale» e ne ha chiesto la liberazione immediata e incondizionata. Il 16 settembre Levchenko compirà 65 anni. Sua sorella Olena Rudenko ha parlato di una possibile «condanna a morte occulta»: tra quindici anni ne avrebbe ottanta. Chiedere un negoziato non significa dimenticare Iryna Levchenko. Significa ricordarsi per chi dovrebbe servire la politica.

Nove milioni senza cure adeguate

Al Festival di Emergency di Reggio Emilia è arrivato intanto un altro racconto dell’Ucraina: non quello delle mappe, dei chilometri conquistati o perduti e delle conferenze dei ministri della Difesa, ma quello delle persone. Emergency opera dal 2023 nelle regioni di Donetsk e Kharkiv attraverso una rete di cliniche che offre assistenza sanitaria di base e domiciliare. Gli operatori descrivono edifici segnati dalle esplosioni, reti antidrone, servizi sanitari insufficienti nelle aree rurali e una popolazione sottoposta alla minaccia continua dei bombardamenti.

Dopo quattro anni dall’invasione russa, circa tredici milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria. Sono 9,2 milioni quelle prive di un adeguato supporto sanitario e 9,6 milioni quelle a rischio o già affette da ansia, depressione o disturbo da stress post-traumatico. Dietro i numeri ci sono persone che non dormono, anziani rimasti soli, malati cronici che faticano a raggiungere un medico, famiglie costrette ad abbandonare la propria casa.

«Siamo esausti della situazione nel nostro Paese», racconta Daria Rieznik, field officer Ucraina di Emergency. Svitlana Tertychna aggiunge un’altra parola alla contabilità della guerra: solitudine. Dopo quattro anni gli ucraini si sentono sempre più soli e spesso reagiscono alla sofferenza isolandosi e interrompendo le relazioni.

Trattare non significa arrendersi

Ogni volta che compare la parola negoziato sembra necessario aggiungere una dichiarazione preventiva: trattare non significa premiare Putin, riconoscere l’invasione, regalare territori alla Russia o dimenticare i crimini commessi. Tutto vero. Ma dovrebbe essere altrettanto vero il contrario: continuare una guerra non può diventare un principio morale in sé.

Non abbiamo bisogno di scegliere tra la propaganda russa e quella occidentale per sapere che una giornalista condannata a quindici anni merita di essere liberata. Non dobbiamo scegliere tra Putin e Zelensky per capire che milioni di persone senza un’assistenza sanitaria adeguata rappresentano una catastrofe. E nessun missile può curare ansia, depressione e stress post-traumatico.

La diplomazia americana sembra voler cominciare dalle questioni sulle quali un’intesa potrebbe essere meno impossibile: de-escalation, energia, scambi di prigionieri, infrastrutture ed esportazioni. È poco rispetto alla pace, ma potrebbe essere molto rispetto a un altro inverno di bombardamenti. Settembre conta perché dopo quattro anni bisogna almeno verificare se esiste uno spazio nel quale russi e ucraini possano tornare a parlarsi. Ogni prigioniero liberato, ogni infrastruttura risparmiata, ogni bombardamento evitato non è una concessione geopolitica: è una persona che potrebbe continuare a vivere.

Si può pretendere dalla Russia la liberazione di Iryna Levchenko e degli altri giornalisti detenuti, continuare a definire illegittima l’invasione e chiedere garanzie per Kiev. E contemporaneamente si può chiedere all’Europa di usare almeno una parte dell’energia impiegata per progettare la prossima fornitura di armi nel tentativo di costruire il prossimo incontro diplomatico. Non è equidistanza e neppure neutralità. È ricordarsi che lo scopo della politica non dovrebbe essere vincere una guerra abbastanza bene da poter preparare la successiva. Dovrebbe essere riuscire, prima o poi, a fermarla.



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