Tre assassinii in pochi mesi tra Sistan-Baluchistan e Kurdistan iraniano. Le vittime erano figure vicine alle istituzioni o impegnate contro il separatismo. Teheran accusa Israele, Stati Uniti e gruppi armati, ma non presenta prove. Le responsabilità restano da accertare.
Tre religiosi sunniti assassinati in pochi mesi, due dei quali nel giro di una settimana. Gli omicidi sono avvenuti agli estremi opposti dell’Iran, ma lungo la stessa linea di frattura: le province di confine abitate dalle minoranze curde e baluci, nelle quali marginalità sociale, repressione politica e attività dei gruppi armati si sovrappongono da anni.
L’ultimo a essere ucciso è stato Molavi Yousef Gorgij, imam della moschea Mohammad Rasulullah di Zahedan, capoluogo del Sistan-Baluchistan. Uomini armati non identificati gli hanno sparato il 14 settembre davanti alla sua abitazione.
Secondo le autorità locali, Gorgij era impegnato contro le divisioni religiose e il sionismo. Partecipava alle commemorazioni ufficiali e aveva preso la parola durante le manifestazioni contro la guerra condotta da Stati Uniti e Israele. Non era dunque un oppositore del governo, ma un religioso sunnita capace di mantenere un rapporto con la Repubblica islamica e di parlare alla comunità baluci.
Cinque giorni prima era stato assassinato Mamosta Mohammad Nezhati, religioso curdo sunnita dell’Azerbaigian occidentale. L’agenzia semiufficiale Fars lo ha indicato come membro dei Basij, la forza paramilitare collegata ai Pasdaran, ricordando la sua collaborazione con le organizzazioni che operano tra insegnanti, seminaristi e religiosi.
A luglio, nella città di confine di Mirjaveh, uomini armati avevano ucciso Molavi Mohammad Anvar Rigi, imam sunnita della preghiera del venerdì.
Non ci sono al momento elementi sufficienti per attribuire i tre delitti a una stessa organizzazione. Non sono emerse rivendicazioni attendibili e le identità degli esecutori rimangono sconosciute.
La successione degli omicidi e il profilo delle vittime indicano tuttavia un possibile disegno. A essere colpiti non sono stati religiosi apertamente ostili allo Stato, ma uomini inseriti nelle comunità sunnite e, in forme diverse, collegati alle istituzioni. Figure che potevano contenere la radicalizzazione, contrastare il separatismo e tenere aperto un rapporto tra le minoranze e il potere centrale.
Colpirle significa eliminare possibili mediatori e lasciare spazio alle posizioni più radicali. Ogni funerale può trasformarsi in protesta; ogni accusa senza prove può alimentare nuove ostilità; ogni operazione repressiva può spingere altri giovani verso i gruppi armati.
Il comando provinciale dei Pasdaran ha accusato non meglio identificati «gruppi separatisti curdi sionisti-americani» e ha definito l’assassinio di Nezhati un tentativo di provocare lo scontro tra sunniti e sciiti. Dopo la morte di Gorgij, le Guardie rivoluzionarie hanno chiamato nuovamente in causa Stati Uniti e Israele.
Sono accuse politicamente pesanti, finora non accompagnate da prove pubbliche. Anche l’ipotesi di un coinvolgimento di Jaish al-Adl, organizzazione armata sunnita attiva nel Sistan-Baluchistan, è circolata su alcuni mezzi d’informazione senza che il gruppo rivendicasse l’omicidio.
Il Sistan-Baluchistan, affacciato su Pakistan e Afghanistan, è una delle province più povere dell’Iran. Contrabbando, traffici illegali, discriminazione della popolazione baluci e presenza di gruppi jihadisti ne fanno una delle aree più instabili del Paese.
A migliaia di chilometri di distanza, le regioni curde occidentali presentano un’altra faglia sensibile. Anche qui operano formazioni armate e separatiste, mentre il governo risponde con arresti, esecuzioni e operazioni militari. Ad agosto esperti delle Nazioni Unite hanno denunciato l’aumento delle esecuzioni di appartenenti alle minoranze baluci e curde: almeno 24 baluci e 22 curdi dall’inizio del 2026.
Questo elemento non può essere rimosso dal racconto. La Repubblica islamica denuncia il tentativo di utilizzare le minoranze contro l’unità nazionale, ma continua a sottoporre quelle stesse popolazioni a discriminazioni, repressione e marginalità economica. Una politica che indebolisce proprio gli anticorpi sociali necessari per impedire l’espansione dei gruppi armati.
Dopo mesi di guerra e attacchi contro il territorio iraniano, le province periferiche rappresentano il punto nel quale una pressione esterna potrebbe incontrare il malcontento interno. Per destabilizzare un Paese non occorre necessariamente occuparne la capitale. Può bastare riaprire le sue fratture etniche, religiose e territoriali, armare le organizzazioni locali e rendere impossibile distinguere la rivolta popolare dall’operazione clandestina.
Non sappiamo ancora chi abbia ucciso i tre religiosi sunniti. Attribuire gli omicidi a Israele o agli Stati Uniti senza prove significherebbe sostituire l’informazione con la propaganda. Ignorare la scelta delle vittime e la geografia degli attentati sarebbe però altrettanto miope.
Qualcuno sta sparando contro gli uomini che tenevano aperto un passaggio tra le comunità sunnite e lo Stato iraniano. È da quella porta che, se verrà chiusa, potrebbe entrare una nuova guerra.
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