Il caccia F-2000 era parcheggiato nella base aerea di Taif. L’Italia ha schierato uomini, velivoli e sistemi di difesa nel Golfo. Ora prepara anche una possibile missione navale a Bab el-Mandeb.
Un Eurofighter F-2000 dell’Aeronautica militare italiana è stato colpito durante gli attacchi contro la base aerea saudita di Taif. Il velivolo si trovava a terra, parcheggiato in un’area decentrata della struttura.
«Non vi sono militari italiani coinvolti», ha dichiarato il ministro della Difesa Guido Crosetto. Non risultano altri danni ai mezzi o alle infrastrutture utilizzate dal contingente italiano. Il ministro non ha precisato l’entità dei danni riportati dall’aereo.
Crosetto ha riferito di avere seguito nella notte l’evoluzione della situazione insieme al capo di Stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano. Ha inoltre chiesto ai vertici militari una nuova valutazione sulle condizioni del personale e sulle possibili opzioni operative, sostenendo che le misure di sicurezza erano state predisposte da tempo.
QUATTRO EUROFIGHTER E CIRCA QUATTROCENTO MILITARI
L’episodio mostra quanto l’Italia sia già esposta nell’escalation del Golfo. Secondo le informazioni rese pubbliche dal ministero della Difesa e ricostruite da Reuters, da marzo circa 400 uomini dell’Aeronautica sono stati dislocati tra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Il dispositivo comprende quattro Eurofighter, radar e sistemi antid drone.
La presenza italiana in Arabia Saudita era stata contestata dalle opposizioni, secondo le quali il governo non avrebbe richiesto una specifica autorizzazione parlamentare. Crosetto aveva respinto le accuse, sostenendo che il quadro giuridico e operativo della missione fosse stato illustrato con trasparenza.
La base di Taif è stata attaccata mentre si intensifica lo scontro tra l’Arabia Saudita e gli Houthi dello Yemen. Il giorno precedente Crosetto aveva annunciato anche la preparazione di una possibile missione della Marina per proteggere le navi mercantili italiane nello stretto di Bab el-Mandeb.
PIÙ ARMI NON SIGNIFICANO PIÙ SICUREZZA
Schierare altri aerei, preparare nuove missioni navali e allargare progressivamente il coinvolgimento militare italiano non renderà il Paese più sicuro. Renderà la guerra più probabile e il futuro più pericoloso per tutti.
La corsa al riarmo produrrà nuovo debito, altra austerità e meno risorse per sanità, scuola, welfare e difesa del territorio. Moltiplicherà i confini, alimenterà nazionalismi e razzismo e sottrarrà investimenti alla lotta contro il cambiamento climatico.
Non abbiamo bisogno di più armi né di governi che ci preparino alla prossima guerra. Serve un piano completamente diverso: una sicurezza reale, sociale, ecologica e comune per l’Italia, per l’Europa e per il mondo.
La sicurezza non è mandare un altro caccia o una nuova nave dove la guerra è già cominciata. È impedire che quella guerra continui ad allargarsi.
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