La storia a volte propone situazioni che se non fossero tragiche sarebbero comiche. Donald Trump decide che la Groenlandia/Greenland/Grønland (stando al vocabolario dei colonizzatori europei, in verità sarebbe Kalaallit Nunaat) serve agli Stati Uniti e quindi va acquisita in un modo o nell’altro. Il pensiero va alle tante azioni militari Usa degli ultimi decenni, ma si parla sempre più insistentemente di acquistarla. Sembra una boutade ma non lo è. Fin qui il tragico, poi arriva il grottesco. A portare avanti la trattativa viene incaricato Jeff Landry, attuale governatore della Louisiana che la Francia di Napoleone cedette agli Stati Uniti, il 30 aprile 1803, per 60 milioni di franchi, circa 15 milioni di dollari. Corsi e ricorsi storici si dirà.
Lo scorso anno alle prime esternazioni trumpiane sull’argomento il parlamento danese si espresse con una sonora risata collettiva (c’è un video virale su quella seduta). Sarebbe il caso invece di non ridere perché l’operazione è più seria di quello che sembra. Non ci sarà una azione militare, questo è certo, ma Trump non farà alcun passo indietro rispetto al suo proposito. A creare le condizioni sia politiche che sociali per questa operazione c’è la storia del dominio danese sulla Groenlandia.
La relazione tra Groenlandia e Danimarca è un intreccio complesso di storia coloniale, politiche di assimilazione forzata, una continua ricerca di identità e autonomia da parte del popolo Inuit e di adattamento a condizioni estreme. Nel 1721, la Danimarca-Norvegia iniziò un periodo coloniale basato su missioni e monopoli commerciali. Quando nel 1814 la Danimarca e la Norvegia si separarono, la Groenlandia rimase possedimento danese. Dopo che, nel 1953, lo status della Groenlandia cambiò da colonia a contea d’oltremare (Amt) della Danimarca, Copenaghen avviò una politica di modernizzazione forzata. Questo includeva un’urbanizzazione massiccia secondo modelli danesi e, soprattutto, politiche di controllo demografico e assimilazione culturale. Questa politica fece crescere il sentimento indipendentista. Nel 1979 la Groenlandia ottenne l’autogoverno (Home Rule). Nel 2009 acquisì un’autonomia ancora più ampia (Self-Rule), con una legge che riconosce il diritto all’indipendenza.
Il cuore delle problematiche, però, risiede in una serie di interventi statali danesi che hanno violato i diritti umani fondamentali degli Inuit. Tra il 1966 e il 1975, circa 4.500 donne e ragazze Inuit (alcune di soli 12-13 anni) furono sottoposte all’impianto forzato o non consensuale di dispositivi intrauterini (spirali) da parte di medici danesi. Il programma, motivato da ragioni economiche e da mentalità coloniali, causò un crollo della natalità, oltre a gravi conseguenze fisiche e psicologiche come sterilità, infezioni e traumi profondi. Solo nel 2025, il governo danese ha presentato scuse ufficiali.
E ancora, nel 1951 ventidue bambini Inuit, di età compresa tra i cinque e i nove anni, furono strappati alle famiglie e
portati in Danimarca per essere “civilizzati” e diventare un’élite culturalmente danese. Privati della lingua e delle radici, molti soffrirono di traumi e difficoltà per tutta la vita. Il governo danese si è scusato per questo esperimento nel 2022. Dagli anni ’60 in poi, per molti bambini Inuit divenne comune trascorrere uno o due anni in Danimarca per studiare, perdendo così il contatto con la famiglia e la cultura tradizionale. Le conseguenze delle politiche passate si riflettono in problemi sociali come un alto tasso di suicidi, disoccupazione e un’aspettativa di vita inferiore di dieci anni rispetto alla Danimarca. In Danimarca, molti Inuit sperimentano marginalizzazione, difficoltà abitative e scolastiche. Le vittime della campagna della spirale hanno avviato una causa collettiva per ottenere risarcimenti. Il processo di riconciliazione richiede un impegno continuo.
Il rapporto odierno tra le due sponde del Mare del Nord è in bilico tra la volontà di autodeterminazione e i legami pratici con la Danimarca. La maggioranza dei groenlandesi desidera l’indipendenza, ma non a costo del collasso del welfare state. L’economia locale (56mila abitanti) dipende fortemente da un sussidio annuale danese di circa seicento milioni di dollari. Settori chiave come la difesa e gli affari esteri sono ancora gestiti da Copenaghen. Sarà pertanto il denaro uno dei fattori che spingeranno gli Inuit da una parte o dall’altra e la differenza tra le risorse dei due Paesi non lasciano dubbi su chi dei due avrà la meglio.
Se fossi un deputato danese, pertanto, la smetterei di ridere e mi rileggerei la storia del rapporto tra il mio Paese e gli Inuit per capire quante poche possibilità avrà la Danimarca di tenersi l’isola anche perché l’Europa in questo momento è talmente debole che poco potrà fare per difendere uno dei suoi membri e la Nato trasformata in una sorta di Patto di Varsavia del nuovo millennio con gli Usa al posto dell’Urss non ha l’autonomia per attivare, su questo argomento, una discussione di merito e di principio. Il dubbio semmai sta su come reagiranno Russia e Cina ma visto quello che sta succedendo in Venezuela è più possibile che le conseguenze di questi atti le sentiranno le popolazioni di Ucraina e Taiwan. Più che colpi di testa di un pazzoide quelli di Trump hanno tutte le caratteristiche di atti concordati in una sorta di Jalta 2. Siamo solo all’inizio, il sospetto è che ne vedremo ancora delle belle.






