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DIFETTO DI PENSIERO POLITICO | Senza un’idea di trasformazione, la sinistra rischia di rincorrere la destra sul terreno della repressione

Ogni campagna elettorale, prima o poi, finisce per parlare di sicurezza.Accade anche in queste settimane. Si discute del numero dei poliziotti, delle pene, delle carceri, delle telecamere, delle nuove leggi. È un confronto inevitabile. Ma colpisce una domanda che quasi nessuno sembra voler porre.Come nasce una società più sicura?La destra una risposta ce l’ha da tempo. Più controllo, più repressione, più carcere, più poteri alle forze dell’ordine. È una visione politica coerente, fondata sull’idea che l’ordine si costruisca soprattutto attraverso la forza dello Stato. In questa narrazione il diverso diventa facilmente un problema: l’immigrato, il povero, chi protesta, chi non rientra nell’idea di normalità proposta dal potere. È una politica che vive anche della costruzione del nemico.Più difficile comprendere quale sia oggi la proposta della sinistra. Quando la cronaca impone il tema della sicurezza, anche il centrosinistra finisce spesso per discutere sul terreno scelto dagli avversari. Si parla di organici, di formazione, di protocolli. Tutto necessario. Ma necessario per fare cosa? Per gestire meglio l’emergenza? Oppure per impedirle di nascere? La differenza non è tecnica. È culturale.Lo scrittore Gianrico Carofiglio ha osservato che «bisogna dare il giusto nome alle cose per cambiarle». È una frase che vale anche per la politica. Se chiamiamo sicurezza soltanto ciò che accade quando arrivano una volante o un reparto mobile, finiamo per dimenticare tutto ciò che la costruisce prima.La sicurezza comincia molto prima della polizia. Comincia nella scuola, nella sanità pubblica, nella salute mentale, nel lavoro, nella lotta alle dipendenze, nella qualità delle relazioni, nella capacità di una comunità di non lasciare sole le persone. È lì che una democrazia decide se costruire cittadini oppure limitarsi, anni dopo, a gestire le conseguenze del proprio fallimento.

Anche le piazze raccontano questa contraddizione. Ci sono cittadini che manifestano per chiedere verità e giustizia. E ci sono gruppi che sembrano cercare soprattutto lo scontro. Sono due culture diverse. La giustizia cerca di accertare i fatti. La vendetta ha bisogno di un nemico. Confondere le due cose significa consegnare il dibattito pubblico a una spirale che conosciamo bene: lo scontro cancella le ragioni, le immagini sostituiscono il pensiero, la paura diventa il linguaggio della politica.

Ogni volta cambia il volto del nemico. Lo straniero. Il magistrato. Il poliziotto. Il giornalista. Il manifestante. Il povero. Il politico. L’elenco cambia. Il metodo resta identico.

La filosofa Hannah Arendt distingueva il potere dalla violenza. Il potere nasce dalla capacità delle persone di agire insieme; la violenza tende a occupare lo spazio lasciato vuoto quando quella capacità si indebolisce. Vale per gli Stati. Vale per le piazze. Vale anche per una politica che, incapace di immaginare il futuro, finisce per amministrare soltanto le paure del presente.

Per oltre due secoli abbiamo pensato che il cambiamento passasse attraverso le rivoluzioni. Molte hanno abbattuto vecchi poteri, ma non sempre hanno cambiato il modo di guardare gli esseri umani.

Per questo preferiamo un’altra parola.

Trasformazione.

Non è una parola nuova. Era anche il titolo della rubrica che il professor Massimo Fagioli teneva sulle pagine di Left. Oggi torna ad assumere un significato che va oltre una stagione editoriale: trasformazione significa continuare a pretendere giustizia senza trasformarla in vendetta; pretendere sicurezza senza ridurla a repressione; riconoscere che il diritto penale è indispensabile, ma arriva quando molto è già fallito.

La nostra Costituzione lo ricorda con una semplicità disarmante. L’articolo 27 afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Non è una formula giuridica. È una scelta di civiltà. Dice che lo Stato democratico non può limitarsi a punire. Deve interrogarsi anche sulle condizioni che hanno reso possibile il reato.

Continuare a discutere di organici e di telecamere è necessario. Ma non basta. La domanda decisiva resta un’altra: che cosa dobbiamo trasformare nella nostra società perché ci sia sempre meno bisogno di repressione?

È una domanda difficile. Ma forse è proprio da qui che la politica dovrebbe ricominciare.

Senza padroni.
Senza nemici.
Solo idee per la Trasformazione.

Continua: “Chi continua a fare la staffetta alla Resistenza non vede più il presente”.






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