Ogni volta che una manifestazione finisce con caschi, pietre, spranghe o vetrine infrante, il dibattito ricomincia identico a se stesso. La destra rispolvera le Brigate Rosse, la sinistra denuncia le provocazioni e gli infiltrati. Tutti parlano del passato. Quasi nessuno prova a capire il presente.
Sia chiaro. Non stiamo vivendo un ritorno agli anni di piombo. I movimenti che oggi riempiono le piazze, nella loro stragrande maggioranza, praticano la non violenza e al loro interno convivono esperienze preziose di solidarietà, cultura e mutualismo. Penso, per esempio, a tanti centri sociali che ogni giorno tengono aperti spazi dove lo Stato spesso è assente. Sarebbe ingiusto e intellettualmente disonesto mettere tutto nello stesso calderone.
Eppure una domanda resta.
Perché, ogni volta, riaffiora l’idea che lo scontro fisico possa essere una forma di linguaggio politico?
Anni fa ebbi l’occasione di intervistare Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate Rosse. A un certo punto del racconto mi confidò un episodio che non ho più dimenticato. Mi disse che, quando stracciò la propria carta d’identità, ebbe la sensazione di lasciare alle spalle la sua vita precedente e di diventare una sorta di staffetta della Resistenza. Era come se il presente fosse scomparso e la sua esistenza dovesse continuare dentro una storia già scritta.
Non mi interessa qui discutere la sua vicenda personale. Mi interessa ciò che quella immagine racconta.
Il rischio di una cultura politica che, anziché abitare il proprio tempo, continua a cercare nel passato le categorie con cui interpretare il presente.
È un rischio che non riguarda soltanto la lotta armata, ormai consegnata alla storia. Riguarda ogni volta che si pensa di poter affrontare i conflitti di oggi con gli schemi di ieri. Ogni volta che si immagina di essere gli eredi di una guerra già combattuta, invece che protagonisti di una realtà completamente diversa.
La storia, però, non torna mai uguale.
Le ingiustizie possono assomigliarsi. I rapporti di forza possono cambiare volto senza cambiare natura. Ma il futuro non nasce dalla nostalgia.
Norberto Bobbio scriveva che la democrazia vive del conflitto regolato, non della sua eliminazione. Massimo Fagioli, da un’altra prospettiva, ci invita a pensare che nessuna trasformazione politica sia possibile senza una trasformazione dell’essere umano.
Forse è proprio qui che una parte della sinistra continua a inciampare.
Quando smette di produrre pensiero, finisce per rincorrere il terreno scelto dalla destra: sicurezza contro sicurezza, forza contro forza, nemico contro nemico. Cambiano le parole d’ordine, ma il meccanismo resta identico.
È il difetto di pensiero politico.
Non quello di chi protesta.
Quello di chi non riesce più a immaginare un cambiamento che non passi attraverso la contrapposizione permanente.
La radicalità non consiste nello scontro.
Consiste nell’andare alla radice delle cose.
Per questo non serve evocare continuamente le Brigate Rosse, come fa una certa propaganda di destra. Ma non serve neppure liquidare ogni riflessione parlando soltanto di infiltrati. Anche se vi fossero provocatori, il problema culturale rimarrebbe.
Perché una manifestazione diventa davvero forte quando riesce a sottrarre terreno alla violenza, non quando la considera un incidente inevitabile.
La Resistenza appartiene alla nostra storia e nessuno può cancellarla. Ma guai a trasformarla in un’identità permanente. Chi continua a vivere come se fosse ancora una staffetta del 1944 rischia di non vedere più il 2026.
Il futuro non si costruisce con il passato.
Si costruisce avendo il coraggio di guardare il presente.
E forse è proprio questa, oggi, la più difficile delle trasformazioni.
Questo articolo prosegue il ragionamento iniziato con “Difetto di pensiero politico”







