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DUE PESI DUE PALLONI | L’Irlanda si interroga su Israele. Il calcio italiano sulle poltrone

Quattro ore di discussione nello spogliatoio irlandese, un voto, il ritiro di Gavin Bazunu e una partita giocata con la fascia nera. Sul fondo Gaza, la Cisgiordania occupata e il precedente russo. In Italia, intanto, il pallone discute soprattutto di governance e poltrone.


A Debrecen, prima di una partita di Nations League contro Israele, i calciatori della Repubblica d’Irlanda hanno discusso per circa quattro ore se fosse giusto scendere in campo. Alla fine una «significativa maggioranza», secondo la federazione, ha votato per giocare. Ma il punto non è soltanto il risultato del voto. Il punto è che quella domanda se la sono posta davvero.

Il portiere Gavin Bazunu ha scelto di non partecipare. Ha lasciato il ritiro spiegando che, per convinzioni personali e di principio, riteneva sbagliato prendere parte alle partite contro Israele. La squadra ha deciso di giocare con il lutto al braccio, rinunciando ad alcuni momenti del cerimoniale prepartita; giocatori e federazione hanno inoltre annunciato una donazione benefica. Sono gesti simbolici, certo. Ma mostrano almeno l’esistenza di un disagio morale e politico dentro uno spogliatoio che avrebbe potuto limitarsi a dire: noi giochiamo, del resto non ci occupiamo.

Ed è qui che il confronto con l’Italia diventa inevitabile. Nel settembre 2025 Gennaro Gattuso, allora commissario tecnico degli azzurri, disse di essere «un uomo di pace» e che vedere morire civili e bambini gli faceva male, ma aggiunse che Israele era nel girone e che l’Italia doveva giocare. Alla vigilia della gara di Udine tornò sul tema ricordando anche le conseguenze sportive di un eventuale rifiuto. Una posizione legittima sul piano regolamentare, ma molto diversa da quella di Bazunu e dagli irlandesi che hanno trasformato il disagio in una discussione collettiva e, in un caso, in una rinuncia personale.

Il precedente che continua a incombere è però quello russo. Il 28 febbraio 2022, quattro giorni dopo l’invasione dell’Ucraina, Fifa e Uefa sospesero fino a nuovo ordine nazionali e club russi dalle competizioni internazionali. Israele continua invece a partecipare alle competizioni europee nonostante le richieste di sospensione avanzate da federazioni, associazioni e atleti. Le situazioni giuridiche e regolamentari non sono identiche, ma la differenza di trattamento resta un dato politico e sportivo che merita almeno di essere spiegato.



Mentre in Europa si discute se una partita debba restare soltanto una partita, in Palestina la realtà continua a produrre morti, feriti, incursioni e restrizioni. Nella giornata del 27 settembre, Wafa ha riferito dell’uccisione di un palestinese e del ferimento di altre persone in un attacco con drone contro un veicolo a Tel al-Hawa, a Gaza City. La stessa agenzia ha riportato cinque feriti dopo un attacco con drone contro una tenda che ospitava sfollati nel quartiere Sheikh Radwan e altri ferimenti tra Gaza City e il resto della Striscia.

In Cisgiordania occupata, le autorità israeliane hanno imposto una chiusura di una settimana, con ulteriori restrizioni a checkpoint e valichi. A Nablus un ragazzo palestinese di 17 anni è stato ricoverato dopo essere stato picchiato durante un’incursione; a Yabroud, a est di Ramallah, coloni israeliani sono entrati in diverse abitazioni danneggiandone gli interni. Nella stessa area, la comunità di Ka’abneh ha denunciato un attacco con danneggiamenti alle case, a un’automobile e l’interruzione di acqua ed elettricità.

È dentro questo contesto che la parola «genocidio» è entrata apertamente anche nel dibattito calcistico irlandese, usata dal commissario tecnico Heimir Hallgrímsson e da esponenti politici e della società civile. Media e politici italiani possono continuare a far finta di niene, ma è fuori discussione che le operazioni crimnali israeliane a Gaza abbiano prodotto una crisi umanitaria di dimensioni enormi e un contenzioso internazionale che non può essere cancellato dal calendario sportivo.

E poi c’è il calcio italiano. Proprio mentre gli irlandesi discutevano per ore se fosse moralmente accettabile giocare, da noi il confronto ai vertici si concentrava soprattutto su tutt’altro: autonomia della Figc, rapporti con il Coni, commissariamento, Euro 2032, equilibri di potere. Il presidente dell’Uefa Aleksander Čeferin è intervenuto difendendo Giovanni Malagò e mettendo in guardia dalle «ingerenze politiche»; il presidente del Coni Luciano Buonfiglio gli ha replicato ricordando che lo stesso Malagò, quando era alla guida del Coni, intervenne sulla Figc nel 2017.

Il contrasto è difficile da ignorare. In Irlanda i calciatori si interrogano sul senso di una partita. In Italia i dirigenti si interrogano soprattutto su chi debba governare il pallone. Per la Russia, nel 2022, bastarono quattro giorni perché lo sport europeo decidesse che la guerra non poteva essere separata dal calcio. Davanti a Israele, la stessa separazione viene invece invocata molto più spesso. Gli irlandesi, almeno, hanno mostrato che una maglia non impedisce di avere una coscienza e che anche un atleta può fermarsi, discutere, dissentire e assumersi personalmente il peso di una scelta.



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