Politica

ELEZIONI | Finito lo spoglio delle regionali, inizia la campagna elettorale per le politiche. Si salvi chi può

Il fatto che a destra (specialmente dalle parti della Meloni) subito dopo i risultati delle regionali dello scorso fine settimana si siano precipitati a prospettare la calendarizzazione della riforma della legge elettorale la dice lunga su quanto allarmanti siano stati alcuni dati. Le elezioni regionali del 2025 in Veneto, Campania e Puglia hanno determinato un cambiamento al vertice con la sostituzione di tutti e tre i presidenti, accompagnato da diverse sconfitte personali di peso e da alcune elezioni a sorpresa.

In Veneto, nonostante la schiacciante vittoria di Alberto Stefani, il nuovo Consiglio Regionale vedrà l’esclusione di diversi big della legislatura precedente. Sono rimasti fuori il Presidente del Consiglio uscente, Roberto Ciambetti (Lega), e il capogruppo leghista Alberto Villanova. Fratelli d’Italia ha perso due consiglieri molto noti: Sergio Berlato, europarlamentare e figura di riferimento per i cacciatori, e Joe Formaggio, noto per le sue posizioni securitarie. Nel centrosinistra, una delle sconfitte più rilevanti è quella di Vanessa Camani, capogruppo uscente del PD, che non è stata rieletta nonostante le quasi diecimila preferenze personali.

Queste elezioni hanno però anche i loro “miracolati”. Alessio Morosin (lista identitaria veneta) è stato eletto con soli 399 voti, mentre Flavio Baldan (Movimento 5 Stelle) è entrato in consiglio con 665 preferenze. Il loro successo è dovuto al complesso meccanismo elettorale regionale che, in questo caso, ha premiato le liste minori all’interno delle coalizioni principali. Un risultato a sorpresa è stato quello della formazione indipendentista Resistere Veneto di Riccardo Szumski che porta in Consiglio ben due suoi esponenti.

In Campania, il cambiamento politico ha portato con sé un ricambio molto ampio in Consiglio Regionale, con l’uscita di scena di molti politici di lungo corso. Nonostante la lista del governatore uscente Vincenzo De Luca (“A testa alta”) abbia eletto 4 consiglieri, ha lasciato fuori personaggi di primo piano. Rossella Casillo, figlia di Tommaso Casillo e prima dei non eletti a Napoli con oltre 16mila preferenze, e la consigliera uscente Vittoria Lettieri, figlia del sindaco di Acerra, non sono state rielette. Tra gli esclusi più in vista dello schieramento perdente ci sono Severino Nappi, capogruppo uscente della Lega, e Marco Nonno, primo dei non eletti in Fratelli d’Italia nonostante abbia preso quasi diecimila voti. Valeria Ciarambino, candidata governatrice per il M5S nel 2020, ha annunciato la fine della sua esperienza nelle istituzioni dopo la mancata rielezione.

In Puglia, la larga vittoria di Antonio Decaro non ha risparmiato alcune figure di spicco, sia nella maggioranza che nell’opposizione. La sconfitta più simbolica è quella dell’ex governatore Nichi Vendola. Capolista per Alleanza Verdi e Sinistra, non è riuscito a riportare la sua formazione in Consiglio Regionale. La lista non ha superato la soglia di sbarramento, anche a causa del sistema di calcolo che considera le preferenze del candidato presidente. Nel Partito Democratico, nonostante il buon risultato, non è stata rieletta la consigliera uscente Lucia Parchitelli, che pure aveva raccolto oltre 23.000 preferenze.

Difficile star dietro alla miriade di liste locali afferenti a questo o a quello schieramento. Se alle elezioni nazionali è possibile fare una valutazione della dispersione di voti dovuta alla presentazione di liste velleitarie, per le regionali si deve tener conto delle differenze nelle leggi elettorali dove il calcolo dei voti può essere diverso da regione a regione. Il sistema elettorale per le elezioni regionali in Italia, infatti, non si basa su una legge unica e uniforme. Piuttosto, si fonda principalmente su una legge quadro nazionale, nota come “Tatarellum”, che le singole regioni poi adattano attraverso i propri statuti specifici. Il sistema è progettato per garantire la governabilità collegando l’elezione del presidente a un premio di maggioranza per la coalizione di supporto. Il “Tatarellum”, quindi, fornisce il quadro generale, le regioni possono stabilire regole specifiche su dettagli come la soglia minima per l’ingresso di un partito in consiglio o la dimensione esatta del premio di maggioranza.

Ci sono comunque alcuni casi abbastanza eclatanti di risultati non all’altezza delle previsioni. Il più significativo è, sicuramente, quello relativo alla performance del M5S. In Campania, dove esprimeva un suo candidato alla presidenza della regione si è fermato ad un misero 9,2 percento. In significativo arretramento in Puglia dove ha ottenuto il 7,2 percento e addirittura disastroso il risultato in Veneto dove non è andato oltre il 2,2.

Con questi risultati sarà molto difficile per Conte aspirare alla candidatura a premier nel 2027, i primi segnali di una messa in discussione del suo ruolo già cominciano a vedersi (vedi la richiesta di Elly Schlein di un confronto diretto con Meloni sul palco della festa di FdI). Il rischio più grave per Conte, comunque, sta nella tenuta della sua base. Non tutti sono d’accordo con il Campo largo e i risultati delle scorse elezioni rinfocolano le polemiche.

Insomma nelle elezioni delle sei regioni andate al voto quest’anno le due coalizioni si sono spartiti la posta alla pari 3 a 3 ma questo dato non spiega molto né della valenza dei singoli risultati né delle conseguenze che le urne hanno portato all’interno delle coalizioni e, in alcuni casi, dentro singoli partiti. Una cosa è certa, la volata, lunghissima ed estenuante, per le prossime elezioni politiche è cominciata.




Iscriviti per ricevere gli ultimi articoli pubblicati su Fotosintesi!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Condividi