Sette gruppi contro il governo di Abiy Ahmed. Il Paese cresce, ma milioni di persone vivono nella povertà e le guerre continuano a spostare famiglie da una regione all’altra.
I voli per Mekelle, Axum e Shire sono stati sospesi. Le forze tigrine hanno preso il controllo dei tre aeroporti e il 23 settembre sono scoppiati combattimenti nel Tigray e nelle regioni confinanti di Afar e Amhara. L’accordo firmato a Pretoria nel 2022, che aveva fermato due anni di guerra, è travolto da una nuova escalation.
Pochi giorni prima, sette organizzazioni avevano annunciato l’Alleanza delle forze popolari etiopi per la sopravvivenza. Nella dichiarazione promettono di rovesciare il governo del primo ministro Abiy Ahmed, istituire un esecutivo transitorio inclusivo, fermare le guerre e garantire i diritti democratici. Fra i firmatari ci sono il Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), il Movimento nazionale amhara Fano e l’Esercito di liberazione oromo, insieme a organizzazioni dell’Ogaden, dell’Afar, del Benishangul e dei Gumuz. Sono gli obiettivi dichiarati dall’alleanza; la sua capacità di realizzarli resta da verificare.
UN PAESE CHE CRESCE E RESTA DIVISO
L’Etiopia è il secondo Paese più popoloso dell’Africa, con circa 136 milioni di abitanti. La sua economia è cresciuta del 9,2 per cento nell’anno fiscale 2024-2025. Ma crescita non significa benessere per tutti. La Banca mondiale stima che nel 2021 — ultimo dato disponibile in quella serie — 47,2 milioni di persone vivessero con meno di tre dollari al giorno. Il Programma alimentare mondiale prevede di assistere 4,5 milioni di persone nel 2026: conflitti, siccità, malattie e perdita dei mezzi di sostentamento alimentano la fame.
Il potere federale è nelle mani di Abiy Ahmed dal 2018. Il suo Partito della prosperità ha ottenuto 438 seggi nelle elezioni del giugno 2026, circa il novanta per cento di quelli per cui erano stati annunciati i risultati. Nel Tigray non si è votato; le urne sono rimaste chiuse anche in parte dell’Amhara. Le opposizioni denunciano arresti e ostacoli alla loro attività, accuse respinte dal governo. Amnesty International e Human Rights Watch documentano pressioni e arresti nei confronti di giornalisti indipendenti. In Amhara e Oromia, intanto, la guerra è già parte della vita quotidiana.
Il malcontento non ha una sola voce e non coincide con i gruppi armati. Alle rivendicazioni di autonomia e rappresentanza si sovrappongono contese territoriali, timori per la sicurezza e il peso concreto di una povertà che la crescita nazionale non ha cancellato.
ALLEATI DOPO ESSERSI COMBATTUTI
Il passaggio più difficile da immaginare fino a pochi anni fa riguarda i Fano. Durante la guerra del Tigray, dal 2020 al 2022, combattevano a fianco dell’esercito federale contro le forze tigrine. Dal 2023 combattono invece contro Addis Abeba. Ora fonti governative, diplomatiche e umanitarie riferiscono a Reuters che nell’Amhara combattenti tigrini e Fano stanno operando insieme; nell’Afar i tigrini sarebbero affiancati da un gruppo armato locale. È un primo riscontro della cooperazione sul terreno. Non sappiamo ancora se i sette firmatari condividano un comando militare, né quanto durerà un’intesa attraversata da vecchie contese territoriali.
Una di quelle contese riguarda il Tigray occidentale, rivendicato dai tigrini e dagli amhara. Acled aveva già segnalato che l’avvicinamento tra una parte dei Fano e il Tplf poteva servire a impegnare l’esercito federale su più fronti. Intanto l’accordo di Pretoria si era logorato: restavano irrisolte la questione dei territori contesi e quella del disarmo, mentre una fazione del Tplf aveva ripreso il controllo dell’amministrazione regionale.
Su chi abbia aperto questa fase le versioni sono opposte. Un consigliere di Abiy accusa il Tplf di aver lanciato un’offensiva nell’Afar e nell’Amhara. Le autorità del Tigray sostengono di rispondere a un attacco federale e parlano di «guerra difensiva». I combattimenti sono confermati; la responsabilità dell’inizio delle ostilità non può essere stabilita ripetendo la dichiarazione di una delle parti. L’Unione africana chiede di fermare l’escalation e tornare al negoziato.
L’ERITREA E LA MEMORIA ITALIANA
Nella guerra precedente l’Eritrea sostenne militarmente il governo etiope contro il Tplf; oggi Addis Abeba la accusa di finanziare gruppi della nuova alleanza. Asmara respinge l’accusa. Sullo sfondo pesano il deterioramento dei rapporti tra i due Paesi e la richiesta etiope di accesso al Mar Rosso, in particolare al porto eritreo di Assab. Attribuire già all’Eritrea la regia della nuova guerra andrebbe oltre ciò che è stato accertato.
Per l’Italia questa geografia non è lontana. L’Eritrea fu una colonia italiana; l’Etiopia venne invasa nel 1935, annessa e occupata dal fascismo dal 1936 al 1941, senza che la resistenza etiope fosse sconfitta ovunque. Quella storia va ricordata. Per capire la guerra di oggi, però, bisogna seguire le decisioni prese ad Addis Abeba, le rivendicazioni delle regioni e gli interessi dei vicini.
Il rischio più immediato ricade sulle persone che la guerra del 2020-2022 non ha mai smesso di colpire. Secondo i dati Unhcr citati da Reuters, a febbraio circa 750 mila tigrini erano ancora sfollati all’interno del Paese. Pretoria aveva promesso cessazione delle ostilità, accesso umanitario, ripristino dei servizi e riconciliazione. Oggi gli aeroporti sono occupati e i voli civili fermi. Prima di chiedersi chi vincerà questa guerra, bisogna chiedere chi potrà ancora fuggirne.
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