ExxonMobil ha firmato un accordo preliminare con Baghdad per lo sviluppo del gigantesco giacimento petrolifero di Majnoon. La mossa segnala la volontà dell’azienda di tornare in Iraq dopo quasi due anni di assenza. Tra il clamore generale, gli osservatori suggeriscono che l’accordo segni un rinnovato interesse occidentale per il settore energetico iracheno e un potenziale allontanamento strategico dalla crescente influenza cinese. Tuttavia, alcuni critici avvertono che l’accordo emergente potrebbe rivelarsi insostenibile a lungo termine, data l’instabile dinamica degli investimenti in Iraq.
La notizia del probabile ritorno della ExxonMobil è emersa per la prima volta quando alti funzionari iracheni hanno firmato l’8 ottobre un documento non vincolante denominato “Heads of Agreement” con il vicepresidente del gigante petrolifero statunitense.
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I funzionari iracheni, tra cui il primo ministro Muhammad Shia’ Al-Sudani, hanno celebrato l’accordo preliminare come un “accordo straordinario” e una vittoria diplomatica .
Ali Nizar Al-Shatri, direttore generale della State Oil Marketing Organization (SOMO), ha dichiarato in una nota che “l’Iraq ha da tempo bisogno di accordi di questo tipo con aziende globali integrate dotate di competenze e tecnologia”.
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L’analista energetico iracheno Muwafaq Abbas ha affermato che l’accordo “segnala l’intenzione di Baghdad di riequilibrare le relazioni regionali e di approfondire l’integrazione [dell’Iraq] con i mercati occidentali”.
- Abbas ha anche suggerito che i funzionari considerino l’accordo fondamentale per modernizzare il settore energetico iracheno e migliorare le relazioni con Washington.
L’accordo potrebbe essere stato nei pensieri del presidente degli Stati Uniti Donald Trump quando ha sollevato la questione delle riserve petrolifere dell’Iraq durante il vertice dei leader mondiali del 13 ottobre a Sharm El-Sheikh, in Egitto.
- Rivolgendosi direttamente a Sudani, Trump ha detto : “[Voi] avete molto petrolio e non sapete come gestirlo. È un grosso problema”.
Per alcuni utenti online, la frecciatina apparentemente improvvisata di Trump riassumeva la vulnerabilità percepita del settore energetico iracheno ai capricci occidentali.
- Un osservatore su Twitter/X ha suggerito che le riserve di idrocarburi dell’Iraq sono controllate da “uffici di consulenza che operano sotto la supervisione di Washington” e ha osservato che i proventi petroliferi dell’Iraq vengono trasferiti “attraverso la Federal Reserve [degli Stati Uniti]”.
- Il commento ha evidenziato una dinamica controversa in atto fin dall’invasione guidata dagli Stati Uniti nel 2003, in base alla quale tutti i proventi petroliferi dell’Iraq passano attraverso un conto presso la Federal Reserve Bank di New York.
Nel frattempo, il noto analista petrolifero iracheno Nabil Al-Marsoumi ha messo in dubbio in un post su Facebook se ExxonMobil sia pienamente impegnata in vista della sua uscita nel 2024. Quest’ultima, secondo quanto riferito, è seguita all’aggravarsi delle controversie con Baghdad sulla condivisione dei rischi e degli utili.
- Marsoumi ha inoltre suggerito che la società potrebbe “in seguito vendere il giacimento alla Basra Oil Company [di proprietà statale] e lasciare l’Iraq, come ha fatto in precedenza.
- Altri hanno sottolineato la natura non vincolante dell’accordo e hanno sottolineato gli anni di studi tecnici e di trattative necessari prima che la produzione effettiva di petrolio potesse iniziare.
Fonte: amwaj
Il nuovo rapporto Emissions Gap 2025 del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente lancia l’ennesimo allarme sul clima: le politiche attuali porteranno a una crescita della temperatura media globale di 2,8 gradi. E anche le nuove promesse di riduzione delle emissioni sono insufficienti
La prossima settimana, delegazioni governative, organizzazioni della società civile, scienziati ed esperti si riuniranno a Belém, in Brasile, per la trentesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, la Cop30. L’obiettivo è rilanciare l’azione climatica, nonostante un contesto geopolitico che lascia poco spazio all’ottimismo.
A pochi giorni dall’avvio della conferenza il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) ha pubblicato il rapporto annuale Emissions Gap, che indica la distanza esistente tra gli obiettivi fissati dalla comunità internazionale in termini di riduzione delle emissioni climalteranti e le promesse avanzate da ciascun governo.
Il documento di quest’anno rivela che, con gli impegni attuali, l’aumento della temperatura media globale sarà nettamente superiore rispetto ai target imposti dall’Accordo di Parigi, raggiunto al termine della Cop21 nella capitale francese nel 2015. Ciò comporterà una moltiplicazione degli impatti sull’intero globo terrestre.
Cosa indica il rapporto Emissions Gap 2025
Il rapporto spiega che solo 60 Stati, tra coloro che hanno ratificato l’Accordo (e che coprono il 63 per cento delle emissioni globali di gas ad effetto serra), hanno presentato o annunciato le Nationally Determined Contributions (Ndc). Si tratta dei documenti ufficiali attraverso i quali ciascuna nazione dettaglia in che modo conta di diminuire il quantitativo di CO2, metano e altri gas dispersi nell’atmosfera terrestre.
Tali Ndc avrebbero dovuto essere presentate da tutti i governi entro il 30 settembre scorso. Si tratta di nuove versioni delle promesse avanzate in passato, poiché esse erano insufficienti per centrare il principale obiettivo indicato dall’Accordo di Parigi: limitare la crescita della temperatura media globale ad un massimo di 2 gradi centigradi, rimanendo il più possibile vicini agli 1,5 gradi.
“Le nazioni hanno avuto già tre occasioni per presentare promesse in linea con quanto indicato dall’Accordo di Parigi, ma finora non sono riuscite a farlo”, ha dichiarato Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep. “Sebbene le Ndc abbiano registrato alcuni progressi, questi non sono abbastanza rapidi, ed è per questo che abbiamo ancora bisogno di tagli alle emissioni senza precedenti, in una finestra sempre più stretta, e con uno scenario geopolitico sempre più impegnativo”.
Andersen ha aggiunto che esistono soluzioni attuabili, a partire dalla rapida crescita delle energie rinnovabili a basso costo, dalla diminuzione delle emissioni di metano e che i Paesi devono ora “puntare tutto” sull’azione per il clima.
Che differenza c’è tra 1,5 e 2 gradi di riscaldamento climatico
Il problema è che, anche ammesso che tutte le nuove promesse fossero mantenute per intero, il riscaldamento globale si situerebbe tra i 2,3 e i 2,5 gradi. E qualora si rimanesse sul trend attuale, si arriverebbe a 2,8 gradi.
Potrebbero apparire come piccole variazioni, ma sono state le stesse Nazioni Unite (attraverso l’Ipcc, il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici), nell’ottobre del 2018, a spiegare che differenza ci sarà tra 1,5 e (soltanto) 2 gradi. All’epoca fu pubblicato infatti lo Special Report 1.5, che tra i vari esempi mostrati spiegò che la fusione pressoché completa della calotta glaciale artica – con tutto ciò che questo comporterà in termini di equilibri oceanici e innalzamento del livello dei mari, nonché sommersi delle zone costiere – si manifesterà con 1,5 gradi una volta ogni secolo. Con 2 gradi una volta ogni decennio.




