Lorena Isceri aveva paura di Federico Vella. Lo aveva lasciato, era tornata per un periodo dalla famiglia in Puglia. Le amiche le dicevano di denunciarlo, una di loro ha raccontato di averla supplicata di rivolgersi alle forze dell’ordine. Lorena pensava di poterne uscire da sola. Sua madre ha aggiunto poche parole che meritano attenzione: «Non voleva danneggiarlo».
Il 3 settembre Vella l’ha aspettata nel garage di casa. Secondo la ricostruzione degli investigatori l’ha aggredita, immobilizzata e rinchiusa nel bagagliaio dell’automobile. Nell’auto sono state trovate fascette e altri elementi che hanno portato la Procura a valutare la premeditazione. Lorena è riuscita a chiamare il 112. La telefonata è durata una ventina di minuti. Vella l’ha poi gettata dal viadotto dell’A1 a Barberino del Mugello e si è suicidato.
Dentro questa storia ci sono due domande che ritornano in molti femminicidi: perché un uomo non riesce ad accettare che una donna possa lasciarlo? E perché una donna che ha paura di quell’uomo può contemporaneamente preoccuparsi di proteggerlo?
La prima risposta è quasi sempre il possesso. Ed è certamente una parte della storia. Ma forse non basta.
L’onnipotenza dell’impotente
Il femminicida appare come l’espressione estrema del potere maschile: controlla, minaccia, perseguita e infine pretende di decidere persino della vita della donna.
Proviamo a guardarlo dall’altra parte. Lei non lo vuole più e lui non può obbligarla ad amarlo. Lei se ne va e lui non può impedirglielo senza trasformare la relazione in una prigione. Lei sceglie dove vivere, con chi parlare, cosa fare del proprio corpo e della propria vita.
Compare allora una parola poco frequentata quando si parla di femminicidio: impotenza. Non necessariamente, o non soltanto, sessuale. Impotenza psicologica, affettiva, relazionale. L’esperienza di non riuscire più a determinare la vita dell’altra persona.
Valentino Righetti, psichiatra e psicoterapeuta, scrive su Bios Psychè che dietro il femminicidio può esserci un pensiero di possesso nel quale la donna viene progressivamente privata della propria identità e trasformata in oggetto. Richiamando la teoria di Massimo Fagioli, individua nell’anaffettività e nella pulsione di annullamento la dinamica che può precedere l’agito violento. Ma è particolarmente interessante ciò che accade con la separazione: la donna torna a proporsi come soggetto autonomo, esistente, vitale. È proprio questa manifestazione della sua identità che può scatenare nell’aggressore il tentativo di annullarla.
La separazione, dunque, non dimostra soltanto che lei è libera. Dimostra a lui che non dispone della sua libertà.
Martín Hernán Di Marco e Sveinung Sandberg hanno intervistato trentatré uomini condannati per femminicidio della partner in sette paesi latinoamericani. Nei loro racconti ricorrono quattro emozioni: paura, helplessness, dolore e rabbia. Helplessness è impotenza, sentirsi senza strumenti e senza vie d’uscita. Queste emozioni possono confluire nella rabbia e la violenza può diventare un mezzo per ristabilire un valore personale percepito come perduto.
Altri ricercatori hanno studiato il masculine discrepancy stress: il disagio dell’uomo che sente di non corrispondere al modello di virilità che ritiene di dover incarnare. Questo senso di inadeguatezza è risultato associato a una maggiore violenza contro la partner. La psicologia sociale parla anche di precarious manhood, una virilità percepita come fragile, continuamente da dimostrare e facilmente minacciabile.
C’è persino una pista sessuale. Uno studio su 792 uomini ha trovato un’associazione indiretta tra disfunzione sessuale — comprese disfunzione erettile e ansia da prestazione — e violenza contro la partner: la difficoltà sessuale può alimentare la sensazione di non corrispondere alla propria idea di mascolinità, quindi stress e rabbia, fino a una maggiore propensione alla violenza.
Il paradosso comincia a prendere forma: l’uomo tenta di esercitare il massimo potere sulla donna proprio quando scopre di non averne più.
Approfondimento: Bios Psychè – Femminicidio e violenza sulle donne
«Non voleva danneggiarlo»
Lorena aveva paura di Federico Vella, ma non voleva denunciarlo perché non voleva danneggiarlo. Era convinta di poterne uscire da sola.
Esistono naturalmente ragioni materiali enormi per cui una donna può rimanere legata a un uomo violento: dipendenza economica, figli, casa, isolamento sociale, condizionamenti culturali, paura delle conseguenze della separazione. Ma la ricerca descrive anche qualcosa di meno visibile.
Uno studio longitudinale su ottanta donne vittime di violenza ha rilevato che, quando diminuiva l’intenzione di lasciare il partner, aumentavano contemporaneamente la convinzione di poter fermare personalmente la violenza e la speranza che lui sarebbe cambiato. Sei mesi dopo quelle donne avevano maggiori probabilità di essere ancora con l’aggressore.
La letteratura parla anche di savior beliefs, convinzioni salvifiche: la donna può sentirsi responsabile di aiutare l’uomo a risolvere i propri problemi. Un altro studio descrive esplicitamente la convinzione «Io lo cambierò», accompagnata dal tentativo di modificare continuamente il proprio comportamento per preservare la relazione.
Anche uno studio italiano di Eleonora Crapolicchio, Camillo Regalia, Gian Antonio Di Bernardo e Vincenza Cinquegrana ha trovato un rapporto tra dipendenza relazionale, perdono benevolo, speranza che il partner cambi e intenzione di tornare con un uomo violento.
Non è dunque soltanto: non posso lasciarlo. Può diventare: posso cambiarlo, posso curarlo, so come calmarlo, con me è diverso, se lo denuncio gli rovino la vita, se lo abbandono potrebbe fare qualcosa di terribile.
Esiste persino il ricatto del suicidio. Studi sul controllo coercitivo hanno documentato uomini che minacciano di togliersi la vita per impedire alla partner di lasciarli o di chiedere aiuto. La vittima può così finire per sentirsi responsabile persino della sopravvivenza dell’aggressore.
È una strana alleanza, costruita dalla violenza. La donna impara a prevederne gli scatti, contenerne l’angoscia, evitare parole che potrebbero provocarlo, proteggerne il lavoro o la reputazione, impedirgli di farsi del male. Una parte crescente della sua attenzione viene sottratta alla propria sicurezza per occuparsi di lui.
Ha paura di lui e, contemporaneamente, paura per lui.
Quando le due storie si incontrano
È forse qui che carnefice e vittima finiscono intrappolati nella stessa relazione per ragioni opposte.
Lui non sopporta l’impotenza davanti alla libertà della donna e cerca di trasformarla in controllo. Lei vede la sua fragilità, la rabbia, magari la disperazione, e può convincersi di essere proprio la persona capace di contenerle.
Lui dice, esplicitamente o implicitamente: senza di te non posso vivere. Lei può arrivare a pensare: allora non posso abbandonarti.
Il controllo dell’uno incontra l’illusione dell’altra di poter curare, salvare, tranquillizzare. La relazione può sopravvivere persino alla violenza perché dopo ogni esplosione rimane la promessa che qualcosa cambierà.
Non a caso, in uno studio qualitativo condotto su sessantuno donne vittime di violenza, uno dei momenti decisivi per uscire dalla relazione arrivava quando diventava chiaro che l’aggressore non sarebbe cambiato.
Lorena Isceri quel passo lo aveva già compiuto. Se n’era andata. Federico Vella poteva implorarla, perseguitarla, minacciarla. Poteva aspettarla sotto casa. Ma non poteva costringerla a sceglierlo.
E forse è proprio da qui che vale la pena ricominciare a osservare certi uomini apparentemente onnipotenti che arrivano a uccidere una donna. Dalla loro impotenza.
Riferimenti di ricerca
- Di Marco & Sandberg, Fear, helplessness, pain, anger: The narrated emotions of intimate femicide perpetrators
- Reidy et al., Masculine discrepancy stress and intimate partner violence
- Sexual dysfunction, masculine discrepancy stress and intimate partner violence
- Studio longitudinale sulle decisioni di restare/lasciare nelle relazioni violente
- Crapolicchio et al., relational dependence, benevolent forgiveness and hope for partner change
- RaiNews, caso Lorena Isceri: «Aveva paura ma non voleva denunciarlo»
- Fondazione Massimo Fagioli, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne
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