In Fondo

COMPAGNI | Tra i movimenti giovanili più importanti degli anni ’70 c’è stata l’Analisi collettiva di Massimo Fagioli, ma coglierne valenza e riuscita non è scontato. Allora premetto che “L’apostolo della patata” è di Mario Capanna

Un pezzo, il più importante sul piano culturale, del movimento degli anni ’70 non è mai rientrato nella narrazione dei movimenti rivoluzionari. Sul fallimento umano, politico e militare di realtà come Lotta continua si sa praticamente quasi tutto, ma sulla riuscita di altre realtà conosciamo ancora poco. Parliamo un fenomeno che coinvolse migliaia di persone. Compagni di ogni ceto sociale che da ogni parte d’Italia venivano a Roma per ritrovavarsi, un giorno a settimana, in quel di via Roma libera. L’Analisi Collettiva è stata espressione scientifica, attività di ricerca, di elaborazione e di formazione teorica e pratica di Massimo Fagioli. Nei prossimi mesi sarà fondamentale farci una ricerchina sopra, uno studio appassionato che coinvolga più persone, anche chi non ha mai partecipato a quei seminari. I tempi sono ormai maturi per riscrivere sia il presente che il futuro. Diamoci da fare. Intanto, mentre scorrono le immagini de “L’ Analisi collettiva: una storia diversa… una storia d’amore”

buttate un occhio a parole che non hanno nulla a che vedere con quel movimento, ma fanno riflettere.

“L’Apostolo della patata” è un racconto che Mario Capanna posta su Facebook. Capanna – cito wikipedia – è un politico, scrittore e attivista italiano. È stato fra i principali leader del movimento giovanile del Sessantotto, nonché segretario e coordinatore di Democrazia Proletaria. 

Una pausa, oggi. Al bando i criminali di guerra. Dinanzi alle lordure che sporcano il mondo, vale l’esempio edificante di una persona che merita di essere considerata benefattrice dell’umanità.

Pensiamo che a “creare” la storia siano i cosiddetti uomini di Stato, e i vari leader. Soprattutto adesso, in tempi di esasperata personalizzazione della politica. Così, per esempio, tutti sanno chi è Napoleone, ma i più ignorano chi sia Antoine Augustin Parmentier e il ruolo fondamentale da lui svolto per la sopravvivenza dei popoli europei.

Mentre le guerre incendiavano il vecchio continente, Parmentier si prodigò per fare scoprire i benefici alimentari della patata. Iniziativa di portata storica, al di là delle apparenze. Per di più considerato che il tubero, importato dall’America, era stato messo al bando in Europa, ritenuto assurdamente malefico, capace persino di trasmettere la lebbra.

Mostrandone invece la facilità di conservazione e di coltivazione, anche su terreni poveri, e pure le preziose capacità nutritive, con la diffusione della patata Parmentier contribuì a salvare milioni di persone dalla denutrizione e dalla moria per fame. Per questo si meritò l’appellativo di “uomo incomparabile”, oltre quello di “apostolo della patata”.

Vissuto dal 1737 al 1813, contemporaneo di Napoleone, fu farmacista nell’esercito francese durante la guerra dei Sette Anni (1756-1763) che sconvolse l’Europa e molte altre parti del mondo, coinvolgendo i territori coloniali d’oltremare, per cui Winston Churchill la definì come la “prima guerra mondiale”.

Scienziato di vasti interessi: agronomo, nutrizionista, igienista, introdusse nell’esercito la vaccinazione contro il vaiolo e si occupò dei problemi di igiene sulle navi.

Durante la sua carcerazione nelle prigioni prussiane, si accorse del valore nutrizionale della patata. Tornato a Parigi, ottenne l’appoggio del re Luigi XVI affinché si iniziasse la coltivazione del tubero su vasta scala in Francia. Riuscì a superare la profonda diffidenza dei cittadini grazie a uno stratagemma: fece circondare da soldati, armati di tutto punto, i campi di coltivazione, inducendo a credere che si trattasse di un prodotto prezioso.

Utilizzò, inoltre, un astuto espediente propagandistico: la regina cominciò ad apparire in pubblico con il fiorellino bianco-giallo della patata fra i capelli, suscitando così una larga curiosità.

Dopo la devastante carestia del 1785, che falcidiò le popolazioni europee, fu grazie a lui che la patata iniziò a diffondersi ovunque.
Scoppiata la Rivoluzione francese, gli insorti, dimentichi di essere sopravvissuti in larga parte grazie alla sua intuizione, imputarono a Parmentier le sue frequentazioni con il re e lo considerarono “nemico del popolo”, trascinandolo dinanzi a un tribunale di epurazione, che lo espulse da Parigi.

La Convenzione però – a riprova di quanto le rivoluzioni siano tortuose e complicate – lo richiamò, conferendogli una “corona civica” quale benefattore del popolo.

Un uomo con questi meriti dovrebbe essere celebrato con tutti gli onori. Gli è toccato, invece, di essere noto fra i cuochi (quando va bene), per alcune sue appetitose ricette, dalla zuppa alla carne alla Parmentier… Ma non trova posto nei libri di storia.

Ricordo la profonda indignazione espressami un giorno da Carlo Cassola, nel pieno della sua svolta pacifista e disarmista, che inveiva: “Guarda l’enciclopedia Treccani, su Napoleone trovi pagine su pagine, su Parmentier neanche un rigo. Capisci? L’uno ha prodotto montagne di cadaveri, l’altro ha salvato dall’inedia i popoli, ma gli storici lo cancellano!” (Ovviamente lo scrittore si riferiva all’enciclopedia cartacea, ma in quella on-line la differenza è minima: grande spazio a Napoleone e un anodino trafiletto su Parmentier).

Diverse lezioni possono essere tratte dalla vicenda. In primo luogo: non sarebbe utile riconsiderare l’insegnamento della storia, mettendo in rilievo – al di là delle guerre, dei generali e delle carneficine sui campi di battaglia – le tappe di crescita culturale e civile dell’umanità, e delle persone che più vi hanno contribuito nei vari campi del sapere, della scienza e dei valori positivi?

Perché non centrare l’insegnamento del passato sul meglio, espresso dallo sviluppo umano, anziché sul peggio?

Una storia delle idee costruttive, in contrapposizione dialettica alla storia di quelle distruttive.
Affinché, nel futuro, possano diminuire i “Napoleoni”, i Trump, i Netanyahu, e moltiplicarsi i Parmentier e i Cassola.

N.B. Usa e Israele devono riconoscere lo Stato palestinese.

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