Attualità

FENOMENI | Gioventù dimenticata, a forza di parlare dei giovani ci siamo dimenticati di considerarli tali

Qualcuno prima o poi dovrà porsi, a livello sia di governo che di opposizione, il quesito se esista o meno una “questione generazionale”. I dati sono impietosi, il quadro generale della condizione giovanile rivela un paradosso insostenibile, i giovani italiani mostrano resilienza e desiderio di partecipazione in programmi come Erasmus, ma sono costretti a strategie difensive, dall’isolamento all’espatrio, da un sistema che li marginalizza.

L’Indice di Divario Generazionale (GDI) è peggiorato del 40 per cento dal 2006, rendendo più difficile l’autonomia economica degli under 35. Questa situazione è dovuta anche ad una mancanza di visione strategica, manca infatti una legge quadro per le politiche giovanili e si registra il fallimento di progetti di sostegno alle nuove generazioni come ‘Garanzia Giovani’, un’iniziativa europea che mira a offrire opportunità di lavoro, formazione e apprendistato ai ragazzi di età compresa tra i 15 e i 29 anni, con particolare attenzione ai NEET (Not in Education, Employment or Training) che non sta ottenendo in Italia i risultati auspicati. La situazione politica ed economica attuale rappresenta per i giovani italiani un fardello multidimensionale che condiziona profondamente le loro prospettive future, l’impegno sociale e le ambizioni personali.

La crescita a due velocità tra guerre commerciali e l’instabilità geopolitica definiscono il 2025 come l’anno della «Grande Incertezza». Ma nella storia, ogni crisi ha generato anticorpi. Oggi serve un nuovo patto tra istituzioni, imprese e cittadini per investire nella cooperazione superando la paura del futuro. Come scriveva Saint-Exupéry: “Se vuoi costruire una nave, risveglia negli uomini la nostalgia del mare”. Il nostro mare? Un futuro condiviso. L’Italia ha il più alto tasso europeo di giovani che non studiano né lavorano: era il 16,1 percento nel 2023, con picchi del 17,8 per cento tra le donne.

Si percepisce in ogni settore lavorativo una diffusa precarietà, il 41 per cento degli under 35 lavora con contratti instabili (tempo determinato, stagionale ecc) e retribuzioni medie annue di 15.616 euro nel privato contro 23.253 euro nel pubblico. Tutto questo si è tradotto in un aumento esponenziale del numero di giovani che si trasferiscono all’estero. Dal 2011 l’espatrio di laureati è aumentato del 281 per cento con una perdita stimata di 300mila euro a persona in formazione. Vi è evidentemente una distorsione nell’attenzione della politica rispetto ai bisogni se è vero come afferma Massimiliano Velerii analista del Censis che “Si parla più di pensioni che di giovani” nonostante una ormai cronica emergenza demografica.

C’è poi un problema di mancanza di rappresentanza generazionale, solo il 7 per cento dei parlamentari è under 35, mentre l’elettorato giovanile si è ridotto dal 30,4 per cento (2002) al 21,9 per cento (2025) espressione di una persistente sfiducia verso le istituzioni. L’85 per cento dei giovani, infatti, ritiene inadeguata l’attenzione politica verso i loro bisogni e solo il 12 per cento giudica positivamente le istituzioni. Il distacco dalla politica è trasversale alle generazioni, ma i giovani lo vivono, evidentemente, come risposta alla mancata tutela dei loro interessi.

Per invertire la rotta, servono politiche integrate: dalla riforma del mercato del lavoro (contratti stabili, salari dignitosi) all’introduzione di uno strumento di controllo, utilizzato in vari parlamenti europei, come lo Youth Check che valuta l’impatto generazionale delle leggi. Ma soprattutto, occorre restituire un orizzonte simbolico, come suggerito dal filosofo Matteo Lancini: “Gli adulti devono ascoltare le emozioni scomode dei giovani, non negarle”. Solo così l’incertezza potrà trasformarsi da freno a propulsore di ambizioni.




 

 

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