Un morto ogni mezz’ora. È il ritmo con cui, nell’ultima settimana, Ebola ha ucciso nella Repubblica Democratica del Congo. Ma forse il numero più terribile non è questo. È dove si muore. Più del sessanta per cento delle persone uccise dall’epidemia è morto fuori dai centri specializzati, spesso molto lontano da un luogo nel quale avrebbe potuto ricevere assistenza: nelle case, nei villaggi, nei campi per sfollati. Persone che arrivano troppo tardi alle cure o non ci arrivano affatto e che, prima di essere riconosciute come casi di Ebola, possono aver incontrato familiari, vicini, operatori sanitari, venditori, compagni di viaggio. È qui che il virus corre più veloce della risposta.
A quasi cento giorni dalla dichiarazione dell’epidemia, Medici Senza Frontiere lancia l’allarme: quella iniziata nella primavera del 2026 è ormai la più grande e mortale epidemia di Ebola mai registrata nella storia della Repubblica Democratica del Congo. I dati continuano a cambiare quasi ogni giorno. Al 19 agosto risultavano 5.290 casi confermati e 2.516 morti. Quasi una persona contagiata su due non è sopravvissuta. La precedente grande epidemia congolese, tra il 2018 e il 2020, aveva provocato 3.481 casi e 2.299 morti. È già stata superata. Ma chiamarla semplicemente epidemia rischia di nascondere metà della storia. Perché Ebola non sta correndo nel vuoto. Corre dentro la guerra.
Il virus dentro la guerra
Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu. Sono nomi che sulle carte sanitarie indicano le province colpite dall’epidemia. Sulle carte politiche e militari indicano invece una delle regioni più tormentate del pianeta. Conflitti armati, milizie, popolazioni costrette a fuggire, villaggi abbandonati, fame, violenze, strade insicure. Strutture sanitarie fragili devono curare contemporaneamente Ebola, malaria, colera, polmoniti, diarree e gravidanze a rischio. Gli operatori sanitari lavorano in territori nei quali anche raggiungere un paziente può diventare un problema di sicurezza. Dall’inizio dell’emergenza sono stati documentati anche attacchi contro l’assistenza sanitaria. A questo si aggiungono operatori che protestano per stipendi e indennità non pagati o pagati in ritardo. In una normale epidemia bisogna trovare un malato e ricostruire i suoi contatti. Qui bisogna prima riuscire a raggiungerlo. E mentre gli epidemiologi cercano il virus, migliaia di persone continuano a muoversi perché la guerra le costringe a farlo. Ebola trova così ciò di cui ogni epidemia ha bisogno: corpi che si spostano e un sistema che fatica a seguirli.
Cinquantamila persone a Rho
Eppure proprio uno dei luoghi apparentemente più pericolosi racconta che qualcosa si può fare. Nel campo per sfollati di Rho, vicino a Drodro, in Ituri, vivono quasi cinquantamila persone. Sovraffollamento, povertà e precarietà potrebbero trasformarlo nel luogo perfetto per una diffusione incontrollata. È accaduto invece qualcosa di diverso. I leader della comunità hanno lavorato insieme a Medici Senza Frontiere. Sono entrati nelle famiglie, hanno spiegato i sintomi, ascoltato le paure, convinto chi stava male a sottoporsi rapidamente al test e ad accettare l’isolamento e le cure. «Conosciamo le nostre comunità e sappiamo come raggiungere le persone», racconta Ezrome Kiza Lumani, uno dei leader del campo. Sembra una frase semplicissima. È invece una lezione di sanità pubblica. Perché non basta costruire un centro Ebola se chi vive intorno a quel centro ne ha paura. Non basta avere un medico se il malato non si fida del medico. Non basta dire a una persona di isolarsi se quella persona non sa chi porterà da mangiare ai suoi figli. La medicina arriva fino a un certo punto. Poi comincia la società.
Fuori
Quel sessanta per cento di morti fuori dai centri di trattamento racconta dunque qualcosa di più grande dell’Ebola. Racconta chi rimane fuori dalle cure, chi rimane fuori dal tracciamento, chi rimane fuori dalla comunicazione sanitaria. E racconta un Paese che troppo spesso rimane fuori dal nostro campo visivo. La Repubblica Democratica del Congo torna periodicamente sulle pagine dei giornali occidentali quando succede qualcosa che può raggiungerci: un’epidemia, una guerra particolarmente feroce, una crisi internazionale. Oppure quando abbiamo bisogno di ciò che si trova sotto la sua terra: cobalto, rame, coltan, litio, oro. Il Congo è centrale per l’economia globale e periferico quando si tratta della vita dei congolesi. Le sue materie prime entrano nelle automobili elettriche, negli smartphone, nei computer, nelle batterie e nelle catene industriali mondiali. I suoi morti molto meno. Non è Ebola ad avere creato questa contraddizione. Ebola la illumina.
Il virus sbagliato
C’è anche un’altra difficoltà. L’epidemia è provocata dal virus Bundibugyo, una specie di ebolavirus molto meno comune dello Zaire ebolavirus responsabile delle epidemie più conosciute. Contro Bundibugyo non esistono attualmente né un vaccino specificamente autorizzato né una terapia specifica approvata. Nelle ultime ore è stata annunciata la disponibilità di settantamila dosi di Ervebo, il vaccino già utilizzato contro Zaire ebolavirus. Cinquantamila dovrebbero essere destinate agli operatori sanitari e alle persone in prima linea, mentre ventimila serviranno per una sperimentazione clinica di fase tre. Alcuni dati preliminari suggeriscono infatti che possa offrire una certa protezione anche contro Bundibugyo, ma proprio perché non è questa l’indicazione per cui il vaccino è autorizzato occorre verificarlo. Non è una distinzione da laboratorio. Significa che mentre il virus corre, una parte degli strumenti necessari per fermarlo deve ancora essere studiata durante l’emergenza stessa.
Il denaro arriva dopo
Poi ci sono i soldi. Nelle emergenze sanitarie internazionali accade spesso qualcosa di paradossale: le promesse viaggiano più velocemente dei bonifici. Secondo le informazioni disponibili sulla risposta internazionale, gli impegni annunciati dai donatori sarebbero sufficienti a coprire il fabbisogno previsto, ma meno della metà delle somme promesse sarebbe stata finora effettivamente erogata. Tra una promessa e un pagamento ci sono però persone: operatori da assumere e pagare, mezzi da rifornire, laboratori da mantenere aperti, campioni da trasportare, dispositivi di protezione da acquistare, squadre da inviare nei villaggi, famiglie da seguire, contatti da rintracciare. Il virus non aspetta che una procedura amministrativa finisca il suo corso. E quando la risposta rallenta, il prezzo non compare nel bilancio di un ministero occidentale. Compare nelle statistiche dei morti congolesi.
Il caso che non conosci
Uno dei dati più inquietanti riguarda infatti il tracciamento. In un’epidemia sotto controllo, quando compare un nuovo malato le autorità sanitarie dovrebbero sapere da chi potrebbe essere stato contagiato: significa che quella persona apparteneva a una catena già conosciuta e sorvegliata. In Congo accade troppo spesso il contrario. Una grande parte dei nuovi casi compare al di fuori delle catene di contatto già note. Secondo le stime più recenti, solo una quota molto piccola dei casi viene individuata partendo da contatti già sotto sorveglianza. Tradotto: il virus conosce persone che il sistema sanitario ancora non conosce. È probabilmente questo, più ancora del numero assoluto dei morti, il segnale della distanza che separa l’epidemia dalla sua soluzione.
Non è un problema africano
Qui bisogna però evitare l’altra scorciatoia. Ebola non deve interessarci perché potrebbe arrivare a Roma, Parigi o Berlino. L’Europa non è alla vigilia di un’epidemia di Ebola e le valutazioni sanitarie internazionali continuano a considerare basso il rischio per la popolazione generale al di fuori delle aree coinvolte. Trasformare il Congo nell’ennesima minaccia che potrebbe «arrivare da noi» significherebbe ripetere esattamente il meccanismo che rende invisibili i congolesi. Duemilacinquecento morti sono una notizia anche se nessun europeo corre un pericolo significativo. Una vita non acquista valore attraversando una frontiera.
Prima dell’Ebola
C’è infine qualcosa che rischia di scomparire dietro la parola Ebola. In Congo si moriva prima dell’epidemia. Si continua a morire di malaria, colera, infezioni respiratorie, diarrea, malnutrizione. Donne muoiono durante la gravidanza o il parto. Bambini muoiono per malattie che altrove vengono curate senza diventare una notizia. Quando arriva Ebola, il mondo guarda. Arrivano squadre internazionali, telecamere, fondi straordinari, centri specializzati. È necessario che arrivino. Ma quando Ebola se ne andrà, resterà la domanda più difficile: che cosa rimarrà? Un sistema sanitario capace di curare chi vive in Ituri e nel Kivu anche quando non c’è un virus abbastanza spaventoso da meritare le nostre prime pagine? Oppure aspetteremo la prossima epidemia?
Un morto ogni mezz’ora
Medici Senza Frontiere ha più di millequattrocento operatori impegnati nella risposta, gestisce sei centri di trattamento e unità di isolamento, con oltre quattrocentotrenta posti letto. Dall’inizio dell’emergenza ha ricoverato più di millenovecento pazienti. È un lavoro enorme. E non basta. Lo dice la velocità dell’epidemia. Lo dice il numero delle persone che muoiono lontano dai centri. Lo dicono i casi che compaiono senza essere stati precedentemente intercettati. Lo dicono gli operatori che chiedono formazione, mezzi, stipendi, sicurezza. Lo dicono soprattutto le comunità che hanno dimostrato, come a Rho, che quando vengono coinvolte possono cambiare la traiettoria del contagio.
Un morto ogni mezz’ora è un numero che fa paura. Ma non è una fatalità africana e non è la vendetta di una natura selvaggia. È un virus che incontra guerra, povertà, sfollamenti, un sistema sanitario fragile, ritardi, sfiducia e una risposta internazionale che ancora non riesce a correre alla stessa velocità dell’epidemia. Il Congo possiede alcune delle materie prime senza le quali il nostro mondo tecnologico faticherebbe a funzionare. Per raggiungerle abbiamo costruito catene globali lunghe migliaia di chilometri. Per raggiungere un malato di Ebola, qualche volta, non riusciamo a percorrerne nemmeno pochi.
Il problema non è soltanto che in Congo si muore fuori dai centri di cura. È quanto facilmente il Congo resta fuori dal nostro mondo.
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