Il fronte resta durissimo ma si muove poco. Intanto Mosca punta su ponti, energia e città ucraine; Kyiv risponde colpendo raffinerie e infrastrutture russe. Savino e Dall’Aglio aiutano a leggere una guerra che si allarga sempre più lontano dalle trincee.
La guerra non è ferma. È il fronte che, nonostante migliaia di uomini, droni e bombe impiegati ogni giorno, continua a spostarsi troppo lentamente perché uno dei due eserciti possa ottenere una vittoria capace di imporre la propria soluzione all’altro.
Il 3 ottobre lo Stato maggiore ucraino ha contato 194 combattimenti in ventiquattro ore, soprattutto verso Kostiantynivka e Pokrovsk. È un dato di parte, ma rende l’idea dell’intensità di una guerra nella quale centinaia di scontri producono spesso variazioni limitate della linea. Così Russia e Ucraina provano sempre più spesso a scavalcare le trincee e a colpirsi alle spalle.
Mosca prova a spezzare Kyiv
Negli ultimi giorni la Russia ha concentrato una parte degli attacchi sulle infrastrutture della capitale. Il Ponte Sud sul Dnepr è stato colpito più volte; il 3 ottobre è toccato anche al Ponte Nord, con danni alla carreggiata e alle linee dei filobus e nuove interruzioni del traffico tra le due rive.
Non è un dettaglio urbanistico. Più di un terzo dei circa tre milioni di abitanti di Kyiv vive sulla riva orientale, mentre gran parte delle attività economiche e amministrative si concentra sull’altra. Colpire i ponti significa complicare il funzionamento quotidiano della città e la sua logistica.
Mosca parla di rappresaglia e sostiene di colpire obiettivi collegati allo sforzo bellico. Kyiv accusa invece la Russia di avere ampliato deliberatamente il ventaglio degli obiettivi per esercitare pressione sulla popolazione. Il 3 ottobre il ministero degli Esteri russo ha invitato diplomatici e cittadini stranieri a lasciare Kyiv e ha annunciato la prosecuzione degli attacchi di rappresaglia su larga scala.
Con l’inverno davanti, il significato è evidente: ponti, trasporti, energia, industria. Non basta distruggere un carro armato se si può rallentare un’intera città.
Kyiv cerca il punto debole nel petrolio russo
L’Ucraina sta facendo un ragionamento speculare. Zelensky ha annunciato che gli attacchi contro le raffinerie russe aumenteranno, con l’obiettivo dichiarato di sottrarre carburante e risorse economiche alla macchina militare di Mosca.
Il presidente ucraino sostiene inoltre che l’intelligence di Kyiv abbia ottenuto documenti relativi a una nuova dottrina russa che consentirebbe di colpire una gamma più ampia di infrastrutture e obiettivi civili. Quei documenti non sono verificabili indipendentemente e vanno quindi registrati per ciò che sono: un’affermazione del governo ucraino.
È invece evidente lo sviluppo della capacità ucraina di colpire sempre più lontano. Raffinerie, depositi petroliferi, industrie militari e infrastrutture russe sono diventati obiettivi regolari. Se Mosca prova a rendere più costosa la vita quotidiana degli ucraini, Kyiv prova ad aumentare il costo economico della guerra per la Russia. È una guerra d’usura dentro la guerra d’usura.
Savino: l’impasse che non significa immobilità
Giovanni Savino, storico della Russia e dell’Europa orientale, usa una parola utile: impasse. Non immobilità. Il fronte continua a consumare uomini e materiali, ma nessuna delle due parti riesce finora a trasformare ciò che ottiene sul terreno in una svolta politica decisiva.
Nella sua analisi, gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe hanno acquistato profondità e capacità, ma non hanno ancora prodotto ciò che Kyiv vorrebbe ottenere: costringere il Cremlino ad accettare condizioni diverse per una trattativa. Dall’altra parte Putin continua a mostrare di ritenere sostenibile la guerra e raggiungibili almeno parte degli obiettivi territoriali di Mosca.
È un punto di vista, non un bollettino militare. Ma aiuta a leggere il paradosso di queste settimane: più il fronte fatica a muoversi, più cresce la pressione esercitata lontano dal fronte.
Dall’Aglio: droni e difesa aerea cambiano la guerra
Francesco Dall’Aglio insiste da tempo su un altro elemento: i droni hanno modificato profondamente il modo stesso di combattere. Sorvegliano, correggono il tiro, attaccano e rendono molto più difficile concentrare uomini e mezzi senza essere individuati. Le grandi masse corazzate hanno lasciato sempre più spazio a piccoli gruppi, infiltrazioni, artiglieria e attacchi in profondità.
Nelle sue analisi Dall’Aglio richiama anche il problema del rapporto tra la quantità crescente di droni e missili lanciati dalla Russia e la disponibilità ucraina di sistemi e munizioni per intercettarli. Gli ultimi attacchi rendono la questione concreta: i nuovi droni russi a propulsione a getto sono più veloci e difficili da fermare.
La Germania si muove proprio su questo terreno. Il 4 ottobre il cancelliere Friedrich Merz è arrivato a Kyiv per finalizzare un accordo sulla produzione di droni intercettori, annunciando un altro miliardo di euro di aiuti militari e 350 milioni per le infrastrutture energetiche. Il progetto comprende anche lo sviluppo di armi a lungo raggio. Droni per abbattere i droni, armi più lontane per rispondere ad armi più lontane: una spirale tecnologica nella quale ogni soluzione prepara il problema successivo.
La diplomazia continua a fare affari
Mentre russi e ucraini combattono, Stati Uniti e Russia discutono anche di affari petroliferi. Reuters ha riferito il 3 ottobre, citando il New York Times, di colloqui che comprenderebbero un possibile accordo multimiliardario sugli asset internazionali di Lukoil. Non significa che l’accordo sarà concluso, ma mostra quanto guerra e interessi economici possano continuare a procedere contemporaneamente.
Colpire ciò che permette all’altro di vivere
Quando nessuno riesce a sfondare rapidamente le linee nemiche, diventa sempre più importante colpire ciò che permette all’altro di continuare a combattere: raffinerie, centrali, fabbriche, porti, ferrovie, ponti, depositi.
La distinzione sulla carta resta netta: infrastrutture militari da una parte, civili dall’altra. Nella realtà di una guerra d’usura il confine si assottiglia. Un ponte trasporta soldati ma anche lavoratori. Una centrale alimenta una fabbrica militare ma anche un ospedale. Una raffineria rifornisce l’esercito ma anche milioni di automobili. Un porto sostiene la logistica bellica e contemporaneamente l’economia di un Paese.
Ed è proprio qui che Russia e Ucraina sembrano essere arrivate. Non riescono, almeno per ora, a ottenere sul fronte una vittoria capace di chiudere la partita. Provano allora ad arrivare alle spalle dell’avversario: Mosca dentro le città ucraine, Kyiv dentro il sistema energetico e industriale russo.
Quando la guerra si sposta dalle trincee alle infrastrutture che tengono in piedi un Paese, dietro quelle infrastrutture ci sono milioni di persone.
| SIAMO VECCHIA STAMPA
Fotosintesi.info continua a credere nel giornalismo che verifica, distingue i fatti dalle opinioni e prova a tenere insieme ciò che accade con le sue conseguenze umane, sociali e politiche. Segnalazioni, critiche e proposte sono benvenute. |
| CONDIVIDERE È INFORMARE
I testi originali pubblicati da Fotosintesi.info possono essere riprodotti e condivisi, integralmente o in parte, a condizione che siano indicati l’autore e la fonte Fotosintesi.info con link all’articolo originale. |
Kyiv cerca il punto debole nel petrolio russo




