I ragazzi si danno appuntamento. Qualcun altro ha progettato il luogo in cui imparano a riconoscersi. Prima delle vetrine rotte, delle bottiglie lanciate, delle sirene, c’è anche questo: un ambiente nel quale cercare approvazione, costruirsi un’appartenenza, diventare visibili. E dove il gesto di uno può diventare la prova che un altro si sente chiamato a superare.
Prendiamoci pure il rischio di sembrare complottisti, purché il sospetto serva a cercare e non diventi una risposta buona per tutto. A Milano dobbiamo ancora ricostruire chi abbia convocato, chi abbia partecipato agli scontri, chi li abbia incoraggiati. Le cronache descrivono richiami sui social, arrivi da altre province, piccoli gruppi che hanno preso il sopravvento sulla manifestazione contro il carovita. Sono elementi da indagare, insufficienti per attribuire una regia alle devastazioni.
Ma fermarsi alla parola «social» significa lasciare fuori metà della storia. Come se fosse un fenomeno atmosferico. Instagram, TikTok, Telegram hanno proprietari, dirigenti, regole, interessi. E dentro ciascuna piattaforma operano amministratori di pagine e gruppi, persone capaci di raccogliere un pubblico e indicargli dove andare. Il proprietario dell’ambiente e chi convoca una piazza esercitano poteri diversi. Capire come si incontrano è un lavoro che spetta a noi. Ma anche a chi ci legge.
L’inchiesta «Processo ai social», trasmessa il 18 ottobre da PresaDiretta, offre una base concreta. Riccardo Iacona e la sua squadra hanno ricostruito documenti interni e testimonianze sulle strategie di Meta per conquistare gli utenti più giovani. Un rapporto del 2018 calcolava persino il valore commerciale atteso di un utente tredicenne. L’adolescente che cerca un posto nel mondo, visto dall’altra parte dello schermo, è anche un investimento da trattenere nel tempo.
Questo non dimostra che qualcuno nei vertici delle piattaforme desideri gli scontri di Milano. Ci obbliga però a osservare l’ambiente in cui i ragazzi crescono anche come un prodotto industriale. Se l’interesse dell’azienda è catturarne l’attenzione, la tutela della loro autonomia può entrare in conflitto con il profitto. Quando poi un video di violenza diventa un richiamo, occorre ricostruire come abbia raggiunto il suo pubblico: attraverso quali account, con quali rilanci, grazie a quali raccomandazioni. La visibilità ha una storia, anche quando sul telefono sembra comparire da sola.
I ragazzi conservano responsabilità, bisogni e iniziative con comportamenti, diciamo, pulsionali. Possono organizzarsi senza ricevere ordini, cercare una compagnia, imitarsi, scegliere di fare casino. Considerarli soltanto strumenti nelle mani altrui sarebbe un altro modo di non guardarli. Ma anche descriverli come perfettamente autonomi, dentro ambienti dei quali ignorano il funzionamento, sarebbe una comoda rinuncia a capire.
In Calabria e Sicilia il terreno cambia. I blocchi degli autotrasportatori nascono da costi che mettono in difficoltà il lavoro e le imprese. Il caro gasolio è una ragione materiale della protesta, che coinvolge associazioni e comitati e ha aperto un confronto con il governo.
Su quel terreno esistono anche interessi criminali documentati. La Dia ha ricostruito, in indagini storiche, accordi fra camorra, Cosa nostra e ’ndrangheta per controllare i trasporti ortofrutticoli del Centro-Sud, imporre condizioni e prezzi, condizionare il commercio. È un precedente preciso, che giustifica l’attenzione verso imprese, rappresentanze e snodi della filiera. Non dimostra, necessariamente, un controllo mafioso sui blocchi di questi giorni.
Quale interesse potrebbe avere oggi un potere criminale a intercettare la protesta? Conquistare interlocutori, accrescere dipendenze, diventare indispensabile nella mediazione: sono ipotesi da verificare. Il disordine permanente, invece, può danneggiare gli affari e attirare controlli. Chi esercita un potere economico potrebbe cercare soprattutto la capacità di decidere quando una mobilitazione comincia, quanto dura e a quali condizioni finisce.
Per una destra che governa, intercettare il malcontento può significare separarlo dalle rivendicazioni sociali e indirizzarlo verso bersagli più convenienti. Le vetrine spaccate occupano lo schermo, salari e servizi arretrano. Chi protesta contro il carovita deve difendersi dall’accusa di stare con i violenti; chi governa può presentarsi come il garante dell’ordine. Nel frattempo, al tavolo delle trattative, si decide quali interlocutori riconoscere e quali lasciare fuori. Per usare politicamente il caos può bastare arrivare dopo e impadronirsi del racconto.
In Calabria, alle regionali del 2025, ha votato il 43,14 per cento degli aventi diritto. La maggioranza è rimasta fuori dalle urne. Quel silenzio non ha una spiegazione unica: non possiamo attribuire a tutti sfiducia, rassegnazione o indifferenza. Possiamo però chiederci quanto pesino le reti organizzate quando la partecipazione si restringe, e quale alternativa riesca ancora a raggiungere chi ha smesso di aspettarsi qualcosa dalla politica.
Milano e i tir restano vicende distinte. Il problema che ci consegnano riguarda la possibilità del malcontento di diventare una forza autonoma. Per riuscirci servono relazioni, conoscenza, organizzazione, persone riconoscibili alle quali chiedere conto delle decisioni. Altrimenti quello spazio rimane disponibile.
Il ragazzo cerca riconoscimento. Il camionista cerca di continuare a lavorare. Guardare chi può usare quel bisogno, e attraverso quali strumenti, dovrebbe essere parte del mestiere di raccontarli. Prima che qualcuno conquisti anche il diritto di parlare al posto loro.
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