Che cosa succede a uno Stato quando un genocidio diventa normalità politica? E che cosa succede al resto del mondo quando scopre di non avere — o di non voler usare — strumenti per fermarlo?
Settantatremilaseicentocinquantuno morti. Scriverlo così non serve quasi più: è diventato un numero. Domani potrebbe cambiare e noi cambieremmo il numero nell’articolo. Settantatremilaseicento, settantaquattromila, settantacinquemila. Aggiorna. Pubblica. Oggi, 6 settembre, a Gaza hanno seppellito i resti di circa cento persone recuperate sotto le macerie delle case distrutte nei primi mesi della guerra. Secondo Wafa, molti erano donne e bambini. Alcuni erano lì sotto da anni. Nello stesso giorno gli aerei israeliani hanno bombardato ancora il campo profughi di al-Shati. Non è una notizia vecchia: è oggi.
E oggi, in Cisgiordania occupata, un bambino palestinese è stato ferito dal fuoco israeliano a Qalqilya. A Jenin un altro palestinese è stato ferito. Ad Aqqaba nove persone sono state arrestate e una casa in costruzione è stata trasformata in centro per gli interrogatori. A Nablus i soldati sono entrati in due scuole chiedendo di togliere la bandiera palestinese. A Qusra soldati e coloni hanno impedito a insegnanti e bambini di raggiungere la scuola. A Betlemme i coloni hanno sradicato alberi e distrutto coltivazioni. Vicino a Ni’lin hanno cominciato ad aprire una strada attraverso terreni palestinesi. Questa non è una cronologia del conflitto israelo-palestinese: è il bollettino di una sola giornata.
E mentre accade tutto questo, la politica israeliana discute ancora della possibilità di cacciare i palestinesi da Gaza. Non un estremista nascosto in una chat: ministri del governo israeliano, dichiarazioni pubbliche, proposte rilanciate mentre Israele si prepara alle elezioni del 27 ottobre.
Poi c’è il Libano. Quattro persone sono state uccise oggi dagli attacchi israeliani nel sud del Paese, due erano donne, altre sei sono rimaste ferite. Israele sostiene di aver reagito al lancio di droni di Hezbollah e di avere colpito infrastrutture militari. Il presidente libanese Joseph Aoun parla di una pericolosa escalation e di attacchi contro infrastrutture civili. C’è un cessate il fuoco e Israele bombarda. Qui le parole cominciano a perdere il significato che avevano: cessate il fuoco, diritto internazionale, linea rossa, condanna, preoccupazione, pressione, comunità internazionale. Le abbiamo lette così tante volte mentre continuavano a morire esseri umani che rischiano di diventare rumore.
Anche genocidio rischia questo destino. Eppure non è più soltanto la parola delle manifestazioni nelle piazze. Nel giugno scorso la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che le autorità e le forze israeliane hanno deliberatamente preso di mira bambini palestinesi e che quelle condotte hanno prodotto genocidio e crimini contro l’umanità. Israele ha respinto quelle conclusioni. La discussione internazionale continua. A Gaza continuano a scavare.
Ed è forse questa la parte più difficile da raccontare: non soltanto ciò che Netanyahu e il suo governo hanno fatto ai palestinesi, ma ciò che anni di guerra, occupazione e violenza possono fare a una società che progressivamente riesce a conviverci. La domanda arriva questa volta anche da Israele. Haaretz la pone quasi brutalmente: che cosa ha fatto Netanyahu alla nostra coscienza? È una domanda enormemente più importante della prossima dichiarazione di un ministro europeo, perché Netanyahu prima o poi non sarà più primo ministro, ma resterà ciò che è diventato accettabile mentre lo era.
Resterà una Gaza nella quale decine di migliaia di morti possono trasformarsi in una cifra aggiornata quotidianamente. Resterà una Cisgiordania nella quale un bambino può andare a scuola passando attraverso soldati, posti di blocco e coloni. Resterà un Libano nel quale un cessate il fuoco può convivere con i bombardamenti. Resteranno ministri che possono discutere pubblicamente di trasferire un popolo altrove senza essere immediatamente espulsi dalla vita politica. E resteremo noi: l’Europa che condanna, i governi che chiedono moderazione, le diplomazie che esprimono preoccupazione, le cancellerie che discutono quali misure sarebbero eccessive, quali premature, quali controproducenti. Nel frattempo muoiono persone.
Il problema, allora, non è più sapere se il mondo vede. Vede. Le fotografie esistono, i satelliti esistono, i giornalisti palestinesi hanno continuato a raccontare, le organizzazioni internazionali hanno contato i morti, i tribunali hanno aperto procedimenti, le commissioni dell’Onu hanno scritto rapporti, milioni di persone hanno manifestato. Non siamo davanti a un crimine scoperto cinquant’anni dopo aprendo un archivio. Lo stiamo guardando mentre accade.
Ed è qui che la parola impunità acquista il suo significato più terribile. Non significa soltanto che qualcuno commette un crimine e non viene punito. Significa scoprire che può continuare: Gaza, Cisgiordania, Libano. Domani un altro luogo, un altro bombardamento, un altro comunicato, un’altra condanna. L’apocalisse non è necessariamente il giorno in cui il mondo finisce. Può essere il giorno in cui continua esattamente come prima.
SIAMO VECCHIA STAMPA
Crediamo ancora in un giornalismo che cerca, verifica, disturba e ascolta. Fotosintesi.info è gratuito e non dipende da partiti. Se vuoi sostenerci: serviziofotosintesi@gmail.com
CONDIVIDERE È INFORMARE
I testi originali pubblicati da Fotosintesi.info possono essere riprodotti e condivisi, integralmente o in parte, a condizione che siano indicati l’autore e la fonte Fotosintesi.info.





