La campanella. Il primo suono arriverà il 7 settembre a Bolzano, poi la campanella ricomincerà a sentirsi nelle altre regioni fino alla metà del mese. Milioni di bambini e ragazzi torneranno nelle aule italiane per l’anno scolastico 2026/2027. Qualcuno con lo zaino nuovo, qualcuno con quello dell’anno scorso, qualcuno accompagnato fino al cancello e qualcuno che avrà già imparato a raggiungerlo da solo, magari con mezzi di fortuna. Sì, perché non è affatto detto che l’autobus o il collegamento utilizzato l’anno precedente esista ancora. Le Regioni, qualche volta, non ragionano. E nelle aree interne, nei piccoli comuni e nelle periferie anche riuscire ad arrivare a scuola può diventare il primo esercizio quotidiano di disuguaglianza.
Ma la campanella racconta ormai pochissimo di ciò che chiediamo alla scuola. Deve insegnare italiano, matematica, storia, geografia e scienze. Deve integrare, educare alla cittadinanza, contrastare il bullismo, riconoscere le fragilità, sostenere la disabilità, accorgersi della sofferenza psicologica, insegnare a usare l’intelligenza artificiale mentre prova a tenere i cellulari lontani dai banchi, preparare al lavoro, educare alle relazioni e provare a impedire che le diverse condizioni sociali e familiari di partenza diventino destini già scritti
Piero Calamandrei, giurista, antifascista, componente dell’Assemblea costituente e uno dei padri della Costituzione repubblicana, nel 1950 definiva la scuola «un organo vitale della democrazia». La considerava un organo costituzionale perché da lì passa la formazione dei cittadini e della futura classe dirigente. Settantasei anni dopo vale la pena domandarsi in quali condizioni abbiamo lasciato quell’organo vitale.
L’unico ascensore che dovrebbe fermarsi a tutti i piani
La scuola pubblica rimane il più potente ascensore sociale che una democrazia possa costruire. È il luogo nel quale, almeno in teoria, il figlio di un pastore può diventare chirurgo, astronauta o amministratore delegato di una multinazionale e il figlio di un amministratore delegato può scoprire che il cognome del padre non gli garantisce un otto in matematica.
Non è retorica sull’uguaglianza. È il punto nel quale l’uguaglianza scritta nella Costituzione prova a trasformarsi in uguaglianza delle possibilità. E proprio qui l’Italia continua a fare fatica: secondo l’Ocse, il 63 per cento dei giovani tra venticinque e trentaquattro anni con almeno un genitore laureato consegue a propria volta un titolo universitario; tra quelli i cui genitori non hanno completato le superiori la percentuale precipita al 15 per cento. Il divario, 48 punti, è superiore anche alla media Ocse.
Se l’ascensore si ferma, la scuola può continuare a distribuire diplomi mentre la società torna a distribuire destini.
Prima ancora del programma, guardiamo il soffitto
C’è poi il luogo fisico nel quale dovrebbe avvenire tutto questo. Ecosistema Scuola di Legambiente fotografa una situazione che non consente molta retorica: il 46,8 per cento degli edifici scolastici monitorati necessita di manutenzione urgente. Quasi uno su due.
Non è soltanto una questione di muri. Dentro la qualità di un edificio stanno sicurezza, accessibilità, palestre, mense, laboratori, spazi verdi e la possibilità di tenere una scuola aperta anche nel pomeriggio. Con estati sempre più lunghe entra ormai anche una domanda elementare: in quali condizioni climatiche si può insegnare e imparare in un’aula a settembre, maggio o giugno?
Le differenze territoriali fanno il resto. La scuola che dovrebbe correggere le disuguaglianze rischia così di riprodurle già nel luogo nel quale accoglie i bambini. Prima di discutere quale civiltà debba comparire nei programmi, sarebbe utile essere certi che il soffitto sopra la testa degli studenti sia sicuro.
Gratuita, ma intanto prepara più di mille euro
Poi bisogna arrivarci, al primo giorno di scuola, con libri, quaderni, penne, zaino e tutto il resto. L’Osservatorio nazionale Federconsumatori stima per il 2026 una spesa media di 673,60 euro per studente per il corredo scolastico e i ricambi necessari durante l’anno, il 2,3 per cento in più rispetto al 2025. Per i libri obbligatori e due dizionari la media stimata è di 545,66 euro.
Per una prima media, libri e due dizionari sono stimati in 561,61 euro: aggiungendo il materiale si arriva a 1.235,21 euro. Per una prima superiore, considerando libri e quattro dizionari, la stima complessiva sale a 1.478,75 euro. L’usato consente di risparmiare e nessuna famiglia compra necessariamente tutto nuovo ogni anno, ma la domanda resta: quanto è gratuita una scuola pubblica se settembre può presentare un conto di oltre mille euro prima ancora che il ragazzo si sieda al banco?
Una scuola che, nonostante tutto, regge
Attenzione però a non costruire l’ennesima rappresentazione di una scuola italiana allo sfascio. Sarebbe falsa. Il Rapporto Invalsi 2026 registra un risultato importante: la dispersione implicita, cioè la quota di studenti che termina il percorso scolastico senza raggiungere livelli adeguati di apprendimento, è scesa dall’8,7 per cento del 2025 al 6,3 per cento nel 2026, il valore più basso dell’intera serie storica.
Anche il confronto europeo è più complesso delle classifiche che decretano la scuola migliore o peggiore del continente. Non esiste una graduatoria unica capace di misurare seriamente la qualità di un sistema scolastico: bisogna guardare competenze, dispersione, istruzione universitaria, divari sociali e territoriali.
L’Education and Training Monitor della Commissione europea descrive un’Italia che si è avvicinata alla media dell’Unione in diversi indicatori: le competenze di base sono mediamente in linea con quelle europee in lettura, matematica e scienze e gli studenti italiani mostrano forti competenze civiche. Rimane però profondo il divario geografico. E soltanto il 31,6 per cento degli italiani tra venticinque e trentaquattro anni possiede un titolo di istruzione terziaria, contro il 44,1 per cento della media Ue. Siamo tra i Paesi con le quote più basse dell’Unione.
Quindi no: non siamo semplicemente gli ultimi della classe. Ma continuiamo ad avere un problema enorme nel trasformare l’istruzione in mobilità sociale.
Chi entra ogni mattina in classe
Sarebbe altrettanto falso raccontare un esercito di professori disperati. L’indagine internazionale TALIS 2024 dell’Ocse restituisce un quadro sorprendentemente positivo: il 96 per cento degli insegnanti italiani della secondaria di primo grado si dichiara complessivamente soddisfatto del proprio lavoro.
La scuola italiana non è un campo di battaglia. Proprio per questo sarebbe bene evitare che lo diventi.
Soltanto il 14 per cento degli insegnanti pensa però che la professione docente sia valorizzata dalla società e appena il 23 per cento si dichiara soddisfatto dello stipendio. Il 56 per cento considera fonte significativa di stress l’eccessivo lavoro amministrativo, il 48 per cento il carico di compiti da correggere e ancora il 48 per cento le preoccupazioni e le richieste dei genitori.
Quando quattro diventa un affare di famiglia
A Fotosintesi.info sono arrivate testimonianze di docenti, anche dalle province, che descrivono famiglie sempre più inclini a considerare il voto come qualcosa da negoziare; genitori che intervengono sulla valutazione, sulla disciplina, persino sul presunto richiamo raccontato dal figlio, talvolta contestando il professore prima ancora di avere verificato che cosa sia realmente accaduto.
Sono testimonianze, non una statistica nazionale. E sarebbe sciocco trasformarle nell’ennesima invettiva contro i «genitori di oggi». Il punto è capire un fenomeno prima che degeneri.
Un genitore ha pieno diritto di difendere il proprio figlio. Deve poter contestare un voto che ritiene ingiusto, un richiamo improprio o il comportamento scorretto di un insegnante. Contestare, però, non significa prendere di petto chi insegna. Un docente che ogni mattina entra in una classe, affronta ragazzi inquieti, talvolta arroganti, altre volte semplicemente fragili, tiene insieme programma, disciplina, differenze culturali, disabilità e responsabilità sempre nuove, non può essere lasciato solo anche davanti alla rabbia di un adulto.
E c’è un elemento che noi adulti dimentichiamo curiosamente quando si tratta dei nostri figli: il racconto che un ragazzo porta a casa può essere esatto, parziale, deformato oppure, in qualche caso, interamente inventato per ragioni che nulla hanno a che vedere con la didattica. Non significa diffidare dei ragazzi. Significa fare ciò che dovremmo insegnare loro: ascoltare, verificare i fatti e soltanto dopo giudicare.
Le chat dei genitori possono capovolgere questa sequenza. Una versione ancora non verificata circola, viene commentata, ingrandita e in poche ore una questione educativa tra studente, professore e famiglia può trasformarsi in un piccolo processo collettivo all’insegnante.
Vogliamo aspettare di diventare la Corea del Sud
Esiste un Paese che ha già scoperto quanto lontano possa arrivare la rottura dell’equilibrio tra famiglie e insegnanti. In Corea del Sud, tra il 2014 e l’agosto 2023, 144 insegnanti delle scuole elementari, medie e superiori sono morti per suicidio. Quel numero non significa che le morti siano state provocate dai genitori: stabilire una simile relazione causale sarebbe scorretto.
Ma nel luglio 2023 la morte per suicidio di una giovane maestra della Seoi Elementary School di Seul fece esplodere una crisi che covava da tempo. Decine di migliaia di insegnanti scesero in strada denunciando pressioni delle famiglie, reclami abusivi e il rischio di accuse di maltrattamento anche nell’esercizio della disciplina scolastica. Secondo gli organizzatori delle proteste, più di novemila docenti erano stati denunciati per presunti abusi sui minori negli otto anni precedenti; una delle manifestazioni raccolse circa ventimila persone.
Corea del Sud e Italia sono società e sistemi scolastici diversi. Proprio per questo la domanda può essere posta adesso senza allarmismi: vogliamo aspettare che il rapporto tra famiglie e insegnanti si deteriori fino a diventare una questione di salute pubblica oppure proviamo a riconoscere i segnali e a correggerli in tempo?
Il diritto di contestare, non quello di intimidire
Perché una contestazione seria deve scaricarsi direttamente sul singolo professore? Si potrebbe immaginare nelle scuole un livello di mediazione al quale indirizzare i conflitti più importanti: dirigente o suo delegato, rappresentanti degli insegnanti e delle famiglie e, quando necessario, psicologi ed esperti di pedagogia e didattica.
Non un tribunale dell’insegnante. Un luogo nel quale ascoltare lo studente, la famiglia e il docente, ricostruire i fatti e distinguere una contestazione legittima da una pressione indebita. Se il professore ha sbagliato, deve essere possibile accertarlo e intervenire. Se invece il richiamo non è mai avvenuto, il voto è didatticamente motivato o il racconto arrivato a casa non corrisponde ai fatti, anche l’insegnante ha diritto a non essere lasciato solo davanti all’accusa.
Il genitore conserverebbe integralmente il diritto di contestare. Perderebbe soltanto il presunto diritto di intimidire. Il professore conserverebbe l’obbligo di rispondere del proprio operato. Acquisterebbe il diritto a non essere processato al cancello della scuola o su WhatsApp.
Non serve restaurare il professore-padrone la cui parola non poteva essere discussa. Quella scuola è fortunatamente finita. Serve recuperare l’autorevolezza dell’istituzione scolastica, che è tutt’altra cosa.
ACCORGERSI | Prima dell’arrivo dell’ambulanza
Ed è qui che il discorso incontra inevitabilmente la salute mentale. La scuola non è un ambulatorio e l’insegnante non è uno psicologo. Chiedergli di diagnosticare depressioni o disturbi psichici sarebbe sbagliato, oltre che pericoloso.
Ma dopo la famiglia la scuola è probabilmente il luogo nel quale un bambino o un adolescente viene osservato con maggiore continuità. Un professore può accorgersi che il ragazzo che parlava non parla più. Che improvvisamente si isola. Che comincia ad assentarsi. Che il rendimento precipita. Che viene escluso o bullizzato. Che diventa aggressivo. Che qualcosa, semplicemente, è cambiato.
Può accorgersene prima dell’arrivo dell’ambulanza.
L’immagine è volutamente forte. Il principio è semplice: intercettare non significa curare. Significa riconoscere una sofferenza quando è ancora possibile ascoltarla, sostenerla e indirizzarla verso chi possiede gli strumenti professionali per occuparsene, invece di aspettare che diventi emergenza.
Dal 2026 il Fondo per il servizio di sostegno psicologico dispone di 18,5 milioni di euro annui e finanzia, in via sperimentale, presidi territoriali di psicologi a supporto delle scuole, in raccordo con i servizi sociosanitari e assistenziali. Il servizio riguarda gli studenti dell’ultimo anno della secondaria di primo grado e del biennio della secondaria di secondo grado. È un passo avanti, ma apre immediatamente altre domande: quanti psicologi significa, per quante scuole, per quante ore e con quale continuità?
Perché non basta caricare sulle spalle del professore un’altra responsabilità. Il docente deve poter riconoscere alcuni segnali senza trasformarsi in diagnosta e soprattutto deve sapere a chi rivolgersi. Dall’altra parte devono esserci professionisti e servizi territoriali capaci di prendere in carico ciò che la scuola ha intercettato. Prevenire non può significare aspettare che qualcuno stia abbastanza male da diventare un paziente.
Affettività non significa una lezione di sesso
E in quella rete entra anche l’educazione affettiva. Dal 7 luglio è in vigore la legge sul consenso informato preventivo: per le attività scolastiche che riguardano temi attinenti alla sessualità è richiesto il consenso dei genitori, o dello studente se maggiorenne, con informazione preventiva sui materiali e sulle modalità delle attività.
La discussione politica è legittima. Ma forse abbiamo impoverito persino la parola affettività. Educare alle relazioni non significa consegnare a un bambino un manuale di sessualità. Significa insegnare che desiderare qualcuno non significa possederlo, che essere lasciati fa male ma non attribuisce alcun diritto sull’altro, che la gelosia non è una prova d’amore e che un no rimane un no anche quando spezza il cuore.
E per farlo non bisogna espellere la cultura dalla classe. Abbiamo Cupido, Amore e Psiche, secoli di pittura, poesia e letteratura. Abbiamo Dante e Beatrice, Petrarca e Laura, Shakespeare con Otello e Desdemona. Possiamo raccontare come uomini e donne abbiano immaginato l’amore, il desiderio, la gelosia e la perdita e contemporaneamente discutere di libertà, consenso, possesso e rispetto.
In un Paese nel quale continuiamo a leggere cronache di donne uccise da uomini che spesso sostenevano di amarle, sarebbe difficile considerarlo tempo sottratto all’istruzione. Anzi, forse è precisamente cultura.
La storia non cambia con la maggioranza parlamentare
Poi vengono i programmi. Qui bisogna essere chiari. Un governo ha il diritto e il dovere di governare la scuola, organizzare risorse e proporre indirizzi. Non possiede però i fatti.
La cultura è cultura. La storia è storia. La geografia continua a essere geografia indipendentemente dal colore della maggioranza parlamentare. Non dovrebbe esistere una tavola periodica progressista e una conservatrice. E neppure una carta geografica di governo e una d’opposizione.
Un ragazzo deve sapere dove sono Israele e la Palestina. Deve poter individuare Gaza e la Cisgiordania, conoscere la storia che ha prodotto confini, occupazione, insediamenti e conflitti, capire perché Gerusalemme è contesa. Deve sapere dove sono Ucraina e Russia prima di costruirsi un’opinione sulla guerra. Deve conoscere il colonialismo italiano, il fascismo, le leggi razziali, la Resistenza e la nascita della Repubblica.
Poi potrà costruirsi un’opinione. La funzione della scuola pubblica non dovrebbe essere consegnargliene una già confezionata, ma mettergli in mano gli strumenti per non dover prendere in prestito quella del governo, della famiglia, di TikTok o persino del proprio insegnante. È questa la differenza tra educazione e propaganda.
Togliamo il cellulare, entra l’intelligenza artificiale
Intanto fuori dai programmi ufficiali è già entrata una rivoluzione che nessun ministro può fermare con una circolare. Lo smartphone può essere lasciato nello zaino. L’intelligenza artificiale no.
È nei computer e nei telefoni degli studenti, nelle ricerche, nei riassunti, nelle traduzioni, nelle immagini e nei compiti. Secondo TALIS, soltanto il 25 per cento degli insegnanti italiani dichiara di aver utilizzato l’IA nel proprio lavoro, contro il 36 per cento medio Ocse.
Il problema educativo non può ridursi a scoprire se uno studente abbia fatto il tema con un chatbot. Bisogna insegnargli a capire quando una macchina inventa una fonte, manipola un’immagine, restituisce un pregiudizio come se fosse un fatto oppure produce una risposta formalmente impeccabile e sostanzialmente falsa.
Saper interrogare l’intelligenza artificiale e soprattutto saperne dubitare sta diventando una nuova forma di alfabetizzazione. E forse proprio qui torna la vecchia funzione della scuola: non fornire tutte le risposte, ma insegnare a formulare domande migliori.
Fragili e ogni anno davanti a un adulto diverso
Il problema della continuità diventa particolarmente evidente con la disabilità. Nell’anno scolastico 2024/2025 gli studenti con disabilità erano quasi 377 mila, il 4,8 per cento degli iscritti. Gli insegnanti di sostegno sono aumentati e la quota di quelli specializzati è passata in cinque anni dal 63 al 78 per cento. Ma restavano 57 mila docenti senza formazione specifica.
All’avvio dell’anno il 22 per cento degli insegnanti di sostegno non era ancora stato nominato e il 59,7 per cento degli studenti con disabilità ha cambiato insegnante per il sostegno rispetto all’anno precedente, durante l’anno o in entrambi i momenti.
Per un ragazzo fragile la relazione non è un accessorio della didattica. È parte della didattica. Ricominciare continuamente da capo ha un costo che nessuna tabella ministeriale riesce a misurare completamente.
Rai Scuola cambia canale
Anche il servizio pubblico radiotelevisivo ha deciso di cambiare strada. La Rai ha approvato il progetto «RaiPlay Scuola e Learning», superando il modello lineare di Rai Scuola per costruire una piattaforma digitale integrata con produzioni di Rai Cultura, patrimonio delle Teche e contenuti educativi on demand.
Non è dunque del tutto corretto scrivere semplicemente che Rai Scuola viene abolita. La Rai sostiene che l’offerta educativa non venga cancellata ma trasferita e resa più accessibile nell’ambiente digitale.
Una domanda, però, rimane. Un servizio pubblico deve soltanto rendere disponibile un contenuto oppure deve anche portarlo davanti a chi non sa ancora di averne bisogno? Il figlio di una famiglia colta, con computer, connessione e genitori capaci di orientarlo troverà probabilmente una lezione su RaiPlay, YouTube o altrove.
Ma l’ascensore sociale serve soprattutto all’altro. Quello che nessuno accompagna fino al pulsante.
Prima il pubblico
Calamandrei nel 1950 era netto: «La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius». Prima di esaltare la scuola privata, sosteneva, bisogna mettere quella pubblica nelle condizioni di essere forte.
Non significa dichiarare guerra alla scuola paritaria né alle famiglie che la scelgono. Significa stabilire una priorità. Se la scuola pubblica deve essere l’ascensore sociale, lo Stato deve preoccuparsi innanzitutto che quell’ascensore funzioni: edifici sicuri, insegnanti formati e pagati dignitosamente, sostegno continuo, mense, palestre, biblioteche, servizi psicologici, strumenti digitali e costi che non trasformino settembre in una tassa sulla famiglia.
La scuola italiana non è un rudere. Non è neppure un ospedale, una caserma, un centro sociale, un ufficio di collocamento o il sostituto della famiglia. Eppure le chiediamo ogni giorno un pezzo di ciascuna di queste funzioni.
Le chiediamo di insegnare, integrare, ascoltare, riconoscere il disagio, educare alle relazioni, governare l’intelligenza artificiale, contrastare il bullismo, sostenere la disabilità, correggere le disuguaglianze sociali, preparare al lavoro, trasmettere memoria, cultura e cittadinanza. E spesso riesce persino a farlo.
Poi un’insegnante mette quattro a un ragazzo e può ritrovarsi la sera sotto processo nella chat dei genitori.
Non dobbiamo aspettare di diventare la Corea del Sud per capire che qualcosa va protetto. Non l’infallibilità del professore. Non il diritto della famiglia ad avere sempre ragione. Non l’autorità per l’autorità.
Va protetto il luogo nel quale il figlio di un pastore e quello di un amministratore delegato possono sedersi davanti alla stessa lavagna e incontrare adulti capaci di ascoltarli, contraddirli, insegnare loro qualcosa, accorgersi di una fragilità e qualche volta dire semplicemente: hai sbagliato, riprova.
Perché la scuola pubblica non deve garantire a ogni figlio il voto desiderato dai suoi genitori. Deve fare qualcosa di infinitamente più difficile.
Dare a ciascuno gli strumenti per diventare libero.
Fonti essenziali
- Ocse, TALIS 2024 – Italia; Education at a Glance 2025 – Italia.
- Commissione europea, Education and Training Monitor 2025 – Italy.
- Invalsi, Rapporto nazionale 2026.
- Istat, L’inclusione scolastica degli alunni con disabilità, anno scolastico 2024/2025.
- Legambiente, Ecosistema Scuola.
- Federconsumatori, Osservatorio nazionale, costi scolastici 2026.
- Conferenza Unificata, Fondo per il servizio di sostegno psicologico agli studenti, 5 febbraio 2026.
- Legge 9 giugno 2026, n. 104, consenso informato in ambito scolastico.
- Rai Ufficio Stampa, progetto RaiPlay Scuola e Learning.
- Associated Press e dati del Ministero dell’Istruzione sudcoreano sul caso degli insegnanti in Corea del Sud.
- Interventi e discorsi di Piero Calamandrei sulla scuola pubblica, richiamati negli atti parlamentari.
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