Il 28 aprile del 2004, dieci anni fa, “60 minutes”, un programma d’inchiesta della rete televisiva americana CBS, mostrò per la prima volta le immagini delle torture e degli abusi subiti dai prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib, vicino a Baghdad. A scattare le fotografie erano stati gli stessi soldati e contractor americani che ne erano i responsabili.
In pochi giorni quelle fotografie furono pubblicate dai media di tutto il mondo e l’immagine dell’allora presidente George W. Bush, che aveva promesso che, dopo la deposizione di Saddam Hussein in Iraq, non ci sarebbero state più torture, subì un colpo durissimo.
Le immagini di Abu Ghraib rimangono indelebili nel tempo. Specialmente quella più diffusa dell’uomo incappucciato sulla scatola, la figura rannicchiata per la paura di fronte alle zanne di un cane, la donna che indica i genitali del prigioniero sono diventate icone di orrore e vergogna. Per gli oppositori della guerra in Iraq, Abu Ghraib è stata l’ennesima prova che l’invasione dell’Iraq era un crimine.
Assistendo alla presentazione del cosiddetto Alligator Alcatraz, il nuovo centro di detenzione per migranti aperto nelle paludi della Florida e inaugurato da Trump in persona, il tutto condito con l’ironia che il presidente fa dei futuri “ospiti” attraverso la pubblicazione di un’immagine generata con l’intelligenza artificiale in cui si vedono degli alligatori fuori da una prigione con il cappellino dell’ICE e sulle condizioni estreme del centro, affermando che i migranti dovranno imparare a fare zig zag per sfuggire agli alligatori, tornano alla mente le foto di Abu Ghraib.
Non si tratta di un caso isolato, i contenuti che esaltano politiche xenofobe e brutali sono ormai sistematici. Lo scorso 14 febbraio, ad esempio, è stata pubblicata un’immagine con i volti di Donald Trump e Tom Oman, il responsabile delle frontiere, con la variazione xenofoba di una celebre filastrocca in sottofondo. Qualche settimana dopo è stato diffuso il video dell’espulsione dei migranti dove era messo in evidenza il rumore delle catene che si stringevano attorno ai polsi e alle caviglie delle persone.
Lo scorso marzo la segretaria del dipartimento della sicurezza interna Kristi Noem si è fatta riprendere davanti a una cella gremita di detenuti al CECOT, la terribile prigione di El Salvador dove sono rinchiusi appartenenti alle gang che insanguinò il Paese. Indossando un Rolex da cinquantamila dollari, la fedelissima trampiana ha invitato i migranti a lasciare gli Stati Uniti se non volevano fare la fine di quelli che aveva alle sue spalle. Il carcere di El Salvador è stato visitato anche dal deputato repubblicano Riley Moore. In una foto pubblicata su X lo si vede sorridente con i pollici alzati sempre di fronte ai detenuti.
Queste sono solo le ultime manifestazioni di un cinismo e di una crudeltà che sembra ormai essere il segno distintivo di questa amministrazione. Come dimenticare le immagini di Gaza trasformata in una sorta di Disneyland mentre decine di migliaia di persone venivano uccise dai bombardamenti israeliani.
Ci si chiede, a questo punto, se oggi le foto di Abu Ghraib susciterebbero lo stesso sdegno di allora. Una sorta di assuefazione all’orrore sembra essersi insinuata nell’opinione pubblica. La consuetudine di spettacolarizzare qualsiasi avvenimento rendendolo pubblico attraverso i social, comportamento che sembra ormai acquisito come prassi consolidata ha evidentemente contribuito a far scendere il livello di accettazione su queste manifestazioni di disprezzo verso i più deboli, le vittime delle guerre, i diseredati del mondo.
Stupisce come una società come quella americana che, al di la delle critiche che si possono fare alla politica USA, avrebbe al suo interno gli anticorpi, a cominciare dalla stampa, per reagire a questa deriva di disumanità non dia segno di una reazione, una espressione di disgusto che metta Trump e i suoi accoliti di fronte al buco nero dentro il quale sta facendo precipitare il suo paese e l’intera umanità. Evidentemente per risalire dobbiamo toccare prima il fondo e, altrettanto evidentemente, il fondo non è stato ancora raggiunto.




