C’è una tragedia nella tragedia. Forse meno grave dei due morti e delle decine di feriti che hanno insanguinato il centro di Milano venerdì scorso, ma altrettanto enorme per quello che denuncia: il fallimento della nostra civiltà.
Sono serviti quattro giorni. Quattro giorni perché qualcuno si accorgesse che Abdou Karim Toure, il senegalese di 58 anni dato per morto, in realtà è vivo. Ricoverato in codice rosso, sbalzato dal finestrino del tram, ma vivo. E che il senza fissa dimora deceduto nello schianto non era lui, ma un altro uomo, un altro dimenticato.
Si chiamava Johnson Lucky Okon. Nigeriano, 50 anni da compiere ad agosto. Aveva fatto richiesta di protezione internazionale a Cremona. Viveva per strada. Per quattro giorni è rimasto lì, sotto un nome che non era il suo. Per quattro giorni, mentre la città piangeva Karim Toure e Ferdinando Favia, l’italiano di Vigevano ucciso mentre tornava a casa con la compagna, con cui sognava di sposarsi, Johnson Lucky Okon aspettava che qualcuno lo reclamasse. Nessuno lo ha fatto.
Non aveva parenti a Milano forse, può darsi che non avesse amici. Ma aveva un nome, aveva una storia. Aveva cinquant’anni da compiere ad agosto, e invece, per lo Stato italiano, per la macchina dei soccorsi, per i giornali che hanno rincorso la notizia per giorni, è rimasto “un senza fissa dimora”. Poi “il senegalese di 56 anni”. Poi, finalmente, dopo quattro giorni di ricerche, “Johnson Lucky Okon”.
Chiamiamola con il suo nome: questa è la gerarchia del dolore. C’è chi muore e il suo nome finisce subito sui giornali, perché ha una famiglia che lo cerca, una casa, una vita riconoscibile. E c’è chi muore e per quattro giorni può restare sotto l’identità di un altro, perché tanto chi li può distinguere?
Erano entrambi “stranieri”, entrambi “senza fissa dimora”, entrambi intercambiabili agli occhi di chi li ha contati e ricontati senza vederli. Ferdinando Favia, la prima vittima accertata, è stato subito identificato. Viaggiava con la compagna Flores Calderon, che si è salvata. Una coppia di 59enni con una vita, una casa, un futuro programmato. Il dolore per lui è stato immediato, personale, raccontabile.
Johnson Lucky Okon, invece, è rimasto per quattro giorni un fantasma, un corpo senza nome. Un “africano” generico da incasellare nelle statistiche. Poi c’è Abdou Karim Toure. Il senegalese che tutti piangevano come morto e che invece lotta tra la vita e la morte in un letto d’ospedale. Quando si è sparsa la notizia della sua morte, qualcuno avrà pianto.
Ora scopriamo che quel pianto era per l’uomo sbagliato. Ma forse, nella confusione del dolore, qualcuno avrà pianto anche per Johnson, senza saperlo. Ora gli inquirenti cercano i familiari di Johnson Lucky Okon . Si cerca di ricostruire una storia dietro un nome. Peccato che si sia cominciato a cercare solo dopo quattro giorni. Peccato che serva un morto per ricordarsi che anche i senza fissa dimora hanno un nome, una madre, qualcuno che forse li sta aspettando da qualche parte.
Questa è la parte più oscura della tragedia. Non il tram che deraglia, non la dinamica dell’incidente, che la Procura sta ricostruendo con scatole nere e tabulati. La vera vergogna è che a Milano, nel 2026, una persona possa morire e rimanere senza nome per quattro giorni.
Che l’unica differenza tra chi viene identificato subito e chi no sia il censo, la casa, la famiglia, la vita “normale” che conduceva. Johnson Lucky Okon non aveva nulla di tutto questo. Ma aveva cinquant’anni da compiere. Aveva un paese d’origine, la Nigeria. Aveva fatto richiesta di protezione internazionale, quindi esisteva da qualche parte in un registro della questura di Cremona. Eppure nessuno lo ha cercato. Nessuno si è presentato a reclamare il suo corpo. Per quattro giorni è stato un uomo sbagliato, morto sotto mentite spoglie.
Possiamo chiamarlo “errore”, come fanno gli investigatori. “Scambio di persona”, come titolano i giornali. Ma è molto di più. È la fotografia nitida di una società che classifica i morti in base al loro valore sociale. I morti di serie A e i morti di serie B. Quelli che meritano un nome subito e quelli che possono aspettare, tanto non hanno nessuno che li cerchi. Mentre i pm indagano sul sistema “uomo morto” del tramlink, quel dispositivo che doveva fermare il convoglio se il conducente avesse perso conoscenza e che forse non ha funzionato, noi dovremmo interrogarci su un altro sistema “uomo morto”. Quello sociale. Quello che rende invisibili i vivi e intercambiabili i morti.
Johnson Lucky Okon non è morto due volte. È morto una volta sola, venerdì pomeriggio, quando il tram è deragliato in viale Vittorio Veneto. Ma per quattro giorni, la nostra indifferenza l’ha ucciso una seconda volta, cancellando la sua identità, confondendola con quella di un altro, riducendolo a un “africano” senza nome.
Ora lo abbiamo ritrovato, sappiamo chi era, cerchiamo i suoi familiari. Forse è già troppo tardi o forse no, forse c’è ancora qualcuno, in Nigeria o chissà dove, che aspetta notizie di Johnson Lucky Okon, che non sa che il suo nome è finito sui giornali solo dopo quattro giorni di silenzio. E mentre aspettiamo gli esiti dell’inchiesta, fermiamoci un attimo a pensare che questo è un atto d’accusa contro una città, un paese, un sistema che ha smarrito il senso più elementare di umanità: riconoscere i morti, dar loro un nome, restituirli alla loro storia. Perché se non siamo capaci di onorare i morti, che civiltà possiamo mai pretendere di essere?


