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KOSOVO–SERBIA | Cooperare senza aspettare che la politica faccia pace

Un camion fermo al valico, un certificato contestato, un pagamento complicato: la distanza tra Serbia e Kosovo si misura anche così. Nelle ore perdute dalle imprese e nei costi che possono arrivare fino alla spesa delle famiglie. È da questa dimensione quotidiana che parte una proposta: far avanzare la cooperazione economica mentre prosegue il difficile percorso di normalizzazione politica.

Lo studio di Will Bartlett, Bernard Nikaj e Nenad Djurdjevic, pubblicato nel settembre 2026 e ripreso da Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, esamina le possibilità di utilizzare meglio gli strumenti regionali già esistenti. Il problema riguarda la continuità dei rapporti: investire e costruire collaborazioni durature diventa difficile quando regole e procedure possono essere travolte da una crisi politica.

Le due economie hanno strutture diverse. La Serbia dispone di una base manifatturiera più sviluppata, legata anche a investimenti esteri; il Kosovo ha un tessuto di piccole e medie imprese e competenze nei servizi digitali. La ricerca individua opportunità nel collegare queste capacità, attraverso forniture, servizi e progetti comuni. Per le imprese kosovare, però, tali rapporti dovrebbero ampliare le possibilità di accesso ai mercati europei, senza renderle dipendenti da intermediari serbi.

Il contesto politico resta decisivo. La Serbia non riconosce l’indipendenza del Kosovo: una questione che si riflette anche sulla fiducia e sulla possibilità di operare su basi paritarie. L’accordo sul percorso di normalizzazione del febbraio 2023 prevede relazioni di buon vicinato fondate sull’uguaglianza dei diritti e il riconoscimento reciproco di documenti e simboli nazionali, compresi passaporti, diplomi, targhe e timbri doganali. Stabilisce inoltre che le controversie siano risolte pacificamente, escludendo la minaccia e l’uso della forza.

Quel testo contiene impegni che vanno oltre il commercio. Prevede garanzie per un adeguato livello di autogestione della comunità serba in Kosovo e la protezione del patrimonio religioso e culturale serbo. Impegna le parti a non ostacolarsi nel rispettivo percorso europeo e a proseguire il dialogo verso una normalizzazione complessiva giuridicamente vincolante. La cooperazione economica si colloca dunque dentro un percorso che comprende diritti, sicurezza e responsabilità istituzionali.

In un’intervista a Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, Bartlett descrive i possibili benefici come un «dividendo della normalizzazione»: meno attese alle frontiere, trasporti meno costosi e maggiori opportunità di lavoro. Controlli coordinati e scambio digitale delle informazioni potrebbero ridurre i ritardi; il riconoscimento dei certificati sanitari e fitosanitari faciliterebbe l’accesso dei produttori ai mercati vicini. Sono risultati possibili, da misurare nella pratica, senza promettere riduzioni automatiche dei prezzi.

Anche il riconoscimento delle qualifiche avrebbe conseguenze concrete per tecnici e professionisti, rendendo più semplice lavorare e formarsi oltreconfine. Bartlett insiste soprattutto sulla prevedibilità: un’impresa che programma investimenti per diversi anni deve poter contare su procedure stabili. Se ogni documento diventa materia di contrattazione diplomatica, le collaborazioni restano fragili. Per questo propone organismi tecnici con responsabilità chiare, strumenti rapidi per risolvere le controversie e un monitoraggio al quale partecipino anche gli operatori che incontrano gli ostacoli ogni giorno.

L’Unione europea dispone di una leva finanziaria. Il Piano di crescita per i Balcani occidentali è sostenuto da uno strumento da sei miliardi di euro per il periodo 2024–2027: due miliardi di sovvenzioni e quattro di prestiti agevolati, destinati all’intera regione. L’obiettivo è avvicinare le economie al mercato unico, rafforzare la cooperazione regionale e sostenere le riforme. Le erogazioni sono condizionate ai progressi concordati; tra i requisiti figurano anche istituzioni democratiche, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani, comprese le minoranze.

Il limite della proposta è riconosciuto dagli stessi ricercatori. I benefici economici non producono necessariamente una riconciliazione: cittadini e imprese possono subire le perdite delle interruzioni, mentre altri attori conservano un interesse politico a mantenere le restrizioni. Contano quindi la distribuzione dei vantaggi e la capacità delle istituzioni di far rispettare gli impegni.

È su questo terreno che la cooperazione può diventare una scelta di pace: quando rende più sicura la vita delle persone e dà loro ragioni concrete per difendere relazioni stabili. Il camion che attraversa un valico non risolve da solo una controversia politica. Evitare che resti ostaggio di ogni nuova tensione è però una responsabilità che i governi possono già assumersi.



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