Ambiente

NEPAL | La terra si sgretola, l’Himalaya diventa acqua

Il Nepal conta i morti mentre cerca ancora centinaia di dispersi. Una massa di acqua, fango e rocce ha attraversato mercoledì 26 agosto le vallate dell’Himalaya al confine con il Tibet, travolgendo villaggi, strade, ponti, centrali idroelettriche e cantieri. Il bilancio continua a salire: le fonti internazionali riferiscono ormai decine di vittime e centinaia di persone non ancora rintracciate, mentre le comunicazioni interrotte e le vie di accesso distrutte rallentano i soccorsi.

Ma dopo il bilancio viene la domanda più importante: che cosa è successo alla montagna? Le prime ricostruzioni indicano una sequenza impressionante. Una gigantesca valanga di ghiaccio e roccia avrebbe bloccato il Lhende Khola, affluente del Bhote Koshi, prima che acqua e detriti accumulati si liberassero verso valle. Nella zona è stato registrato anche un terremoto di magnitudo 4,4 e gli scienziati stanno verificando se abbia contribuito al distacco. Il pericolo non è necessariamente finito: materiale instabile rimasto a monte potrebbe produrre nuove ondate.

È qui che compare El Niño. Non come spiegazione automatica dell’alluvione, ma come parte di un sistema più grande. El Niño modifica la circolazione atmosferica e la distribuzione delle precipitazioni su vaste regioni del pianeta. Nell’Himalaya il paradosso è che un monsone complessivamente più debole può essere ugualmente pericoloso: meno pioggia nell’intera stagione non significa meno acqua concentrata in poche ore dentro una singola valle.

L’International Centre for Integrated Mountain Development, l’Icimod di Kathmandu, aveva avvertito nelle settimane precedenti che sotto El Niño lunghi periodi relativamente asciutti possono essere interrotti da precipitazioni locali violentissime, capaci di produrre piene improvvise e frane. A questo si aggiungono temperature elevate, che accelerano la fusione di neve e ghiaccio e modificano la stabilità dei versanti e dei laghi glaciali.

Il problema, dunque, è più grande di El Niño. L’Himalaya è una gigantesca riserva d’acqua sospesa sopra centinaia di milioni di persone. Ghiacciai, neve, laghi glaciali, rocce e fiumi convivono in un sistema naturalmente instabile che il riscaldamento sta trasformando. Quando aumenta la temperatura non diminuisce soltanto il ghiaccio: cambiano i tempi della fusione, cresce l’acqua che può accumularsi nei laghi glaciali e muta la stabilità delle pareti rocciose. Una frana dentro un corso d’acqua può trasformare in pochi minuti una valle in un gigantesco imbuto.

Il Bhote Koshi conosce già questa storia. Nel 2025 una piena dello stesso sistema fluviale uccise almeno nove persone, lasciò più di due dozzine di dispersi e distrusse il Friendship Bridge tra Nepal e Cina. L’Icimod individuò allora l’origine nello svuotamento improvviso di un lago sopraglaciale in Tibet. A poco più di un anno di distanza cambia l’innesco, ma resta lo stesso paesaggio fragile nel quale ghiaccio, acqua e roccia stanno cambiando equilibrio.

Ed è proprio nelle vallate, dove l’acqua deve necessariamente passare, che continuiamo a concentrare strade, ponti, centrali idroelettriche, insediamenti e corridoi commerciali. La catastrofe del Nepal racconta quindi qualcosa di più dell’ennesima alluvione estiva. El Niño può modificare il monsone, un terremoto può contribuire a staccare una massa di roccia e ghiaccio, ma sopra tutto rimane una montagna che si scalda e nella quale acqua, ghiaccio e roccia diventano sempre più difficili da separare.

Mercoledì, lungo il Bhote Koshi, la terra si è sgretolata e l’Himalaya è diventato acqua. Tutto quello che i sapiens avevano costruito sotto si è scoperto improvvisamente piccolo.



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