Israele ha deciso che Jonas Sjöstedt e Hanna Gedin non possono entrare. Non sono militanti di Hamas, non negano la Shoah e non hanno partecipato ad azioni violente. Sono due parlamentari europei svedesi del Partito della Sinistra e volevano raggiungere i territori palestinesi e incontrare l’Autorità nazionale palestinese. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha chiesto alla Population and Immigration Authority di impedirne l’ingresso. La ragione dichiarata dal governo israeliano è forse persino più importante del divieto: i due eurodeputati avrebbero sostenuto procedimenti giudiziari internazionali contro cittadini israeliani e diffuso quelle che Israele definisce «false accuse», parlando di genocidio, fame deliberata e attacchi contro bambini e personale sanitario a Gaza.
La porta, dunque, viene chiusa anche a due rappresentanti eletti dell’Unione europea per ciò che hanno sostenuto politicamente e per avere chiesto che eventuali responsabilità siano accertate nelle sedi della giustizia internazionale. Non è neppure un episodio isolato. Nel febbraio 2025 una delegazione del Parlamento europeo cancellò una visita a Gerusalemme e Ramallah dopo che Israele aveva vietato l’ingresso a due parlamentari e due funzionari. Nell’aprile dello stesso anno furono respinti due deputati laburisti britannici e, poche settimane dopo, vennero cancellati i visti a ventisette parlamentari e amministratori francesi di sinistra.
Il caso svedese, però, pone una questione che va molto oltre Sjöstedt e Gedin: chi può ancora criticare Israele senza essere trasformato in nemico di Israele? E soprattutto, chi può criticare il sionismo senza essere accusato, direttamente o indirettamente, di ostilità verso gli ebrei?
TRE PAROLE CHE NON SONO SINONIMI
Ebreo, israeliano, sionista. Tre parole continuamente sovrapposte nel dibattito pubblico fino quasi a diventare intercambiabili. Ma non lo sono.
L’ebraismo precede di millenni il sionismo. Il sionismo è un movimento politico moderno, nato nell’Europa dell’Ottocento dentro una storia segnata dall’antisemitismo e dalle persecuzioni degli ebrei. Israele è uno Stato nato nel 1948. Si può essere ebrei senza essere israeliani, israeliani senza essere ebrei, ebrei sionisti ed ebrei antisionisti. E naturalmente esistono moltissime posizioni intermedie: chi riconosce la funzione storica del sionismo ma ne rifiuta gli sviluppi attuali, chi difende l’esistenza di Israele ma combatte l’occupazione, chi chiede due Stati e chi ormai considera quella prospettiva materialmente cancellata dagli insediamenti e immagina uno Stato comune con uguali diritti.
Confondere tutto significa commettere un errore politico prima ancora che storico. E produce un paradosso: se criticare il sionismo equivalesse automaticamente all’antisemitismo, dovremmo chiamare antisemiti anche gli ebrei che contestano il sionismo. Sono molti. E sono sempre più difficili da ignorare.
L’ESODO DI NAOMI KLEIN
Naomi Klein è ebrea. Nell’aprile 2024, durante un Seder a New York, ha pronunciato parole inequivocabili: ha definito il sionismo un «falso idolo» e ha invitato gli ebrei a compiere un «esodo dal sionismo». Non un esodo dall’ebraismo, dunque, ma da un’ideologia politica che, nella sua lettura, pretende di confondersi con esso.
È una distinzione decisiva. La sicurezza degli ebrei, sostiene Klein, non può dipendere dalla negazione della libertà e della sicurezza dei palestinesi. Essere ebrei e rifiutare il sionismo non rappresentano per lei una contraddizione: è precisamente la propria cultura ebraica, la memoria delle persecuzioni e l’universalità che ne ricava a condurla alla critica.
Klein non è sola. Intellettuali, artisti, accademici e attivisti ebrei della diaspora hanno assunto posizioni molto diverse tra loro ma convergenti almeno su un punto: il governo israeliano non può parlare a nome di tutti gli ebrei del mondo e Israele non può coincidere con l’ebraismo. È qui che il «non in mio nome» smette di essere uno slogan e diventa una frattura politica.
GLI ISRAELIANI CHE DICONO GENOCIDIO
C’è poi un fatto ancora più difficile da rimuovere. Sa’ar accusa i due eurodeputati svedesi di aver diffuso «false accuse» parlando di genocidio a Gaza. Ma a utilizzare quella stessa parola sono ormai anche organizzazioni israeliane.
B’Tselem, una delle più importanti organizzazioni israeliane per i diritti umani, ha intitolato il proprio rapporto del luglio 2025 Our Genocide, «Il nostro genocidio». La conclusione è esplicita: dall’esame delle politiche israeliane, delle conseguenze prodotte a Gaza e delle dichiarazioni dei vertici politici e militari emerge, secondo l’organizzazione, un’azione coordinata e deliberata volta a distruggere la società palestinese nella Striscia. B’Tselem la definisce genocidio.
Nello stesso momento Physicians for Human Rights-Israel ha documentato la distruzione sistematica del sistema sanitario di Gaza. Yuli Novak, direttrice esecutiva di B’Tselem, ha spiegato quanto sia doloroso per un israeliano riconoscersi parte di una società che l’organizzazione considera responsabile di un genocidio. Ma proprio per questo, sostiene, israeliani e palestinesi che vivono quella realtà hanno il dovere di parlarne.
Quindi abbiamo un problema logico prima ancora che politico. Se due europarlamentari vengono respinti anche perché hanno accusato Israele di genocidio, che cosa facciamo degli israeliani che formulano la stessa accusa? Li espelliamo da Israele? E degli ebrei della diaspora che chiedono sanzioni?
NON È NETANYAHU CONTRO IL MONDO
Sarebbe comodo ridurre tutto a Benjamin Netanyahu e alla sua coalizione. Ma sarebbe troppo facile.
Il problema precede Netanyahu e riguarda il rapporto irrisolto fra carattere ebraico dello Stato, territorio, demografia e uguaglianza politica. Avraham Burg lo conosce dall’interno: è stato presidente della Knesset e presidente dell’Agenzia ebraica. Da anni mette in discussione l’idea che il sionismo debba continuare a costituire l’identità politica permanente di Israele. È una discussione che attraversa lo stesso mondo israeliano: se il sionismo nacque per consentire agli ebrei perseguitati di conquistare sovranità e sicurezza, che cosa diventa quando quella sovranità deve convivere con milioni di palestinesi ai quali non vengono riconosciuti gli stessi diritti?
La domanda diventa ancora più urgente osservando la Cisgiordania. B’Tselem sostiene che occupazione, discriminazione, controllo territoriale, frammentazione delle comunità e ingegneria demografica non siano incidenti separati ma parti di un sistema. Nel suo rapporto sul genocidio avverte inoltre del rischio che le dinamiche messe in atto a Gaza si estendano ulteriormente agli altri territori sotto controllo israeliano. Ed eccoci di nuovo davanti ai due eurodeputati svedesi che volevano andare proprio là.
VEDERE
Un parlamentare dovrebbe poter vedere. Dovrebbe poter attraversare una frontiera, incontrare un governo, parlare con le vittime, ascoltare organizzazioni israeliane e palestinesi, osservare un checkpoint, discutere con chi sostiene Israele e con chi lo accusa. Poi dovrebbe tornare nel proprio Parlamento e raccontare quello che ha visto.
Impedirglielo non dimostra che ciò che sostiene sia falso. Impedisce che possa verificarlo direttamente. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante della vicenda. Quando uno Stato democratico comincia a selezionare i visitatori anche sulla base delle loro opinioni e delle richieste di intervento della giustizia internazionale, il problema non riguarda più soltanto la politica estera. Riguarda il rapporto fra potere, informazione e controllo della realtà.
Non abbiamo bisogno di trasformare Israele nel male assoluto per denunciare ciò che sta accadendo. Il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023 resta un crimine contro civili e nessuna critica all’occupazione può cancellarlo. Allo stesso modo il 7 ottobre non può trasformarsi in una licenza permanente concessa a uno Stato per sottrarsi al diritto internazionale. Anche B’Tselem parte da quell’orrore e dalla paura esistenziale che produsse nella società israeliana; proprio per questo sostiene che nessuna autodifesa possa giustificare un genocidio.
Tenere insieme queste due verità non significa essere neutrali davanti alle vittime. Significa sospendere il giudizio sulle identità e pretendere invece il giudizio sui fatti e sulle responsabilità.
NON IN MIO NOME
Forse dovremmo finalmente liberarci dell’immagine più semplice: gli ebrei da una parte, i palestinesi dall’altra. Non descrive più la realtà, ammesso che l’abbia mai descritta.
La frattura attraversa Israele, attraversa la diaspora, attraversa famiglie e comunità ebraiche. Ci sono israeliani che sostengono il governo e israeliani che lo combattono; ebrei che considerano il sionismo parte inseparabile della propria identità ed ebrei che lo considerano ormai incompatibile con quella stessa identità. Nel 2025 una lettera internazionale sottoscritta da figure ebraiche e israeliane – tra ex funzionari, intellettuali e artisti – arrivò a chiedere ai governi e alle Nazioni Unite sanzioni contro Israele per Gaza.
Non dobbiamo stabilire noi chi sia il «vero ebreo». Sarebbe precisamente l’errore che stiamo contestando. Dobbiamo riconoscere che nessun governo possiede un popolo. Non quello israeliano, non quello palestinese, non il nostro.
Ed è forse qui che quelle tre parole tornano finalmente a separarsi: ebraismo, sionismo, Israele. Una religione e una cultura millenaria, un’ideologia politica moderna, uno Stato. Storie che si intrecciano profondamente, ma non sono la stessa cosa.
Per questo il «non in mio nome» pronunciato da tanti ebrei non è necessariamente un rinnegamento della propria storia. Può significare esattamente il contrario: rifiutare che quella storia, segnata dalla persecuzione e dallo sterminio, venga utilizzata per rendere invisibile la sofferenza di un altro popolo.
E allora la domanda non è più se stare con gli ebrei o con i palestinesi. È molto più semplice e molto più difficile. Stare con gli esseri umani. Tutti. E pretendere per tutti la stessa libertà, la stessa sicurezza, la stessa giustizia.
FONTI ESSENZIALI
- WAFA, 24 agosto 2026, sul divieto d’ingresso ai due eurodeputati svedesi.
- B’Tselem, Our Genocide, luglio 2025.
- Naomi Klein, We Need an Exodus from Zionism, aprile 2024.
- Materiali e dichiarazioni pubbliche di Avraham Burg e Physicians for Human Rights-Israel.
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