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PADRONI | L’intelligenza artificiale cambia il mondo. Resta da decidere a chi apparterrà

Per capire dove sta andando l’intelligenza artificiale bisogna forse smettere per un momento di parlare con ChatGpt. Perché mentre milioni di persone chiedono a una macchina di riassumere una relazione, tradurre una mail o inventare la cena con quello che resta nel frigorifero, nei laboratori sta cominciando un’altra storia: macchine costruite non soltanto per maneggiare parole, ma per provare a comprendere il mondo fisico.


Anima Anandkumar, docente al Caltech ed ex responsabile della ricerca sull’IA di Nvidia, e Benedikt Jenik avrebbero potuto partecipare alla costruzione di Prometheus, il gigantesco progetto sostenuto da Jeff Bezos. Hanno scelto un’altra strada e fondato Accelerated Understanding. Il loro sistema non nasce per prevedere quale parola debba venire dopo un’altra. Utilizza i cosiddetti neural operators per prevedere fenomeni fisici nello spazio e nel tempo. Nei test, racconta Reuters, il modello ha elaborato fino a cinque mila miliardi di elementi di informazione in una singola richiesta. L’obiettivo è applicarlo alla meteorologia estrema, alla robotica, alla geologia, alla progettazione dei semiconduttori. Anandkumar sintetizza la differenza in modo quasi filosofico: l’intelligenza costruita intorno al linguaggio mette l’uomo al centro; quella costruita intorno alla fisica prova invece ad assumere un punto di vista centrato sulla natura.

È una prospettiva affascinante. Potremmo avere strumenti capaci di simulare in pochi istanti esperimenti che oggi richiedono giorni o settimane, migliorare le previsioni climatiche, progettare materiali, comprendere fenomeni che l’occhio umano neppure riesce a osservare. Ma mentre la macchina impara qualcosa di più sulla natura, noi esseri umani dobbiamo ancora decidere qualcosa di molto più elementare: chi governerà la macchina.

La domanda non arriva da qualche irriducibile luddista. Bill Gates, uno degli uomini che hanno costruito l’industria informatica contemporanea, sostiene che governi e società non siano preparati a ciò che sta arrivando. Vuole discuterne anche con il presidente cinese Xi Jinping e immagina persino un organismo internazionale di controllo ispirato, almeno nel principio, ai sistemi utilizzati per le ispezioni nucleari e la sicurezza dell’aviazione. La sua preoccupazione riguarda la possibilità che modelli sempre più potenti vengano utilizzati per attacchi informatici, manipolazione delle persone e progettazione di molecole o agenti biologici pericolosi.

Ma Gates mette sul tavolo soprattutto il lavoro. Non gli basta più la vecchia risposta secondo cui ogni rivoluzione tecnologica distrugge alcune professioni e ne crea altre. Propone di tassare l’utilizzo dell’IA e dei robot per finanziare protezione sociale e formazione e arriva a immaginare lavori “Human Reserved”: attività che una società potrebbe decidere di lasciare agli esseri umani anche quando una macchina fosse capace di svolgerle. Sanità, istruzione, cura, perfino alcune funzioni civiche. Nella versione più estrema della sua ipotesi, fino al quaranta per cento dei lavori potrebbe inizialmente essere protetto dalla sostituzione automatica.

È un capovolgimento interessante. Finora abbiamo domandato quasi esclusivamente agli esseri umani di adattarsi alla tecnologia. Gates suggerisce che potremmo anche chiedere alla tecnologia di adattarsi alla società.

Perché l’intelligenza artificiale, nonostante il nome, non vive in una nuvola. Ha bisogno di enormi edifici, semiconduttori, reti elettriche, acqua e denaro. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2025 la domanda mondiale di elettricità dei data center è aumentata del diciassette per cento; quella dei data center specificamente orientati all’IA è cresciuta addirittura del cinquanta per cento. Dietro ogni risposta apparentemente immateriale esiste dunque un pezzo molto materiale di pianeta.

E c’è infine la proprietà. A giugno la Commissione europea ha indicato Amazon Web Services e Microsoft Azure come il primo e il secondo maggiore servizio cloud nell’Unione, sostenendo preliminarmente che la loro posizione potrebbe essere abbastanza forte e duratura da giustificarne la designazione come gatekeeper ai sensi del Digital Markets Act. La stessa Commissione osserva che strumenti e partnership nell’intelligenza artificiale stanno diventando determinanti anche nella scelta dei fornitori cloud. L’Europa prova dunque a regolare un’infrastruttura dalla quale dipende sempre di più, ma che in larga misura non possiede.

Forse allora la domanda decisiva non è se l’intelligenza artificiale diventerà più intelligente dell’uomo. È una domanda che affascina scienziati, filosofi e produttori di film, ma rischia di distrarci da quella che possiamo già formulare oggi. Se queste macchine contribuiranno a decidere come lavoriamo, come curiamo, come produciamo, come conosciamo il clima e perfino come interpretiamo la realtà, chi possiederà le macchine, l’energia, i dati e la conoscenza necessaria per farle funzionare?

L’intelligenza artificiale sta imparando a modellare il mondo. Sarebbe abbastanza paradossale se gli esseri umani rinunciassero proprio adesso al diritto di decidere in quale mondo vogliono vivere.



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