Coloni, esercito, checkpoint, demolizioni e strade chiuse. A Hebron Medici Senza Frontiere aumenta le cliniche mobili mentre la violenza entra nella vita quotidiana, distrugge il lavoro e produce paura e malattia. Curarsi, nella Cisgiordania occupata, è diventato parte della lotta per restare sulla propria terra.
Ismail Ibrahim stava lavorando nell’uliveto che la sua famiglia coltiva da anni, nei dintorni di Yatta, nel governatorato di Hebron. Racconta che alcuni coloni israeliani gli hanno spruzzato spray al peperoncino sul volto, hanno portato gli animali a pascolare tra gli ulivi, danneggiato il terreno e spezzato gli alberi. Negli ultimi mesi, dice, è stato aggredito tre volte. Una notte sono arrivate altre persone e hanno portato via duecento pecore dopo aver tagliato il cancello del recinto. La famiglia è riuscita a recuperarne soltanto alcune.
Si potrebbe raccontare questa come l’ennesima storia di violenza nella Cisgiordania occupata. Ma la vicenda di Ismail conduce da un uliveto a un ambulatorio e permette di vedere qualcosa che le cifre spesso nascondono: occupazione, violenza e salute sono ormai parti dello stesso meccanismo.
Medici Senza Frontiere ha ampliato le attività delle proprie cliniche mobili nella zona di Hebron. Attacchi ripetuti, sfollamenti, demolizioni, posti di blocco e restrizioni alla circolazione stanno incidendo direttamente sulla salute fisica e mentale della popolazione palestinese. Secondo i dati diffusi da Msf sulla base delle rilevazioni dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, almeno 77 palestinesi sono stati uccisi nel 2026 dalle forze israeliane e dai coloni in Cisgiordania, più di quanti ne fossero stati uccisi nell’intero 2025. Da marzo una quota compresa tra il 17 e il 38 per cento dei consulti di salute mentale effettuati da Msf è risultata collegata a episodi di violenza intenzionale; all’inizio dell’anno era pari o inferiore al tredici per cento.
Tra gennaio e luglio le équipe dell’organizzazione hanno effettuato oltre 1.930 consulti individuali di salute mentale e 436 sessioni di terapia di gruppo. Nello stesso periodo, soltanto nell’area di Hebron, sono arrivate quasi 170 segnalazioni riguardanti demolizioni di abitazioni, ferimenti, aggressioni o attacchi contro infrastrutture idriche e igienico-sanitarie. Ventisette volte Msf è dovuta intervenire rapidamente fornendo assistenza psicologica oppure beni elementari come materassi e teloni. Non si tratta dunque soltanto delle ferite provocate da un’aggressione. È la paura dell’aggressione successiva a diventare malattia.
LA PAURA ENTRA IN CASA
Aisha – il nome è stato cambiato per proteggerla – vive in un villaggio vicino a Yatta. Per raggiungere una clinica di Msf a Khallet Al Mai deve percorrere pochi chilometri. Sulla carta. Nella realtà il viaggio diventa molto più lungo per l’insicurezza delle strade e per le deviazioni necessarie. «La vita è diventata estremamente difficile a causa degli attacchi dei coloni. Ho sempre paura. I miei familiari dormono a malapena. Temono che i coloni possano arrivare da un momento all’altro», racconta.
Dormire male, avere paura di uscire, non sapere se una strada sarà aperta, temere che qualcuno entri di notte nella propria casa non sono effetti psicologici secondari rispetto al conflitto. Sono una parte della violenza stessa. Il 5 agosto, secondo Ocha, circa trenta coloni israeliani hanno attaccato la comunità palestinese di Tuba, a Masafer Yatta, lanciando pietre e materiale incendiario contro le abitazioni e aggredendo gli abitanti. Cinque palestinesi sono rimasti feriti, tra loro due ragazze; tre strutture residenziali sono state distrutte dal fuoco e 23 persone sono state sfollate, quattordici erano bambini. Nella sola settimana presa in esame dall’Onu sono stati registrati 38 attacchi di coloni che hanno provocato vittime, danni alle proprietà o entrambi. Non sono episodi separati. È una geografia della pressione.
IL CHECKPOINT DAVANTI ALL’OSPEDALE
In Cisgiordania curarsi significa prima di tutto riuscire ad arrivare dove qualcuno può curarti. Checkpoint, cancelli stradali, blocchi, operazioni militari e paura degli attacchi dei coloni trasformano pochi chilometri in un percorso incerto. Le restrizioni rallentano anche le ambulanze e si sommano alla crisi finanziaria dell’Autorità palestinese.
Dopo l’offensiva contro Gaza, Israele ha trattenuto miliardi di dollari delle entrate fiscali destinate all’Autorità palestinese. La conseguenza non rimane nei bilanci: arriva negli ospedali, negli stipendi, nei turni dei medici, nelle farmacie. Msf riferisce di pazienti rimasti senza medicinali per diversi giorni e di strutture costrette a ridurre l’attività. Quando manca un medico perché non viene pagato, quando un ambulatorio apre meno giorni, quando un’ambulanza resta ferma davanti a un checkpoint, l’occupazione smette di essere una parola della geopolitica e diventa un fatto sanitario.
OTTO CLINICHE MOBILI
Tra gennaio e luglio Msf ha effettuato a Hebron 7.595 visite mediche ambulatoriali, 1.910 delle quali dedicate alla salute sessuale e riproduttiva. Di fronte all’aumento dei bisogni, a giugno e luglio l’organizzazione ha portato le cliniche mobili da cinque a otto. Sono state così realizzate rispettivamente 1.450 e 1.397 visite: i numeri mensili più alti del 2026 e un incremento del 26 per cento rispetto ai due mesi precedenti.
Le patologie raccontano una popolazione che continua a vivere, invecchiare, partorire e ammalarsi anche mentre intorno aumenta la violenza: problemi ginecologici, malattie croniche non trasmissibili, infezioni respiratorie, congiuntiviti. Non esistono soltanto i feriti che finiscono nelle immagini dei telegiornali. Esistono il diabetico che deve trovare i farmaci, la donna che ha bisogno di una visita, il bambino con un’infezione, l’anziano che deve attraversare un posto di blocco.
Nel primo trimestre del 2026 Msf era stata costretta a ridurre più della metà delle proprie attività mobili dopo la revoca della registrazione da parte delle autorità israeliane. L’organizzazione non poteva più raggiungere regolarmente luoghi particolarmente vulnerabili come il settore militarizzato H2 di Hebron e diversi villaggi di Masafer Yatta. Ha reagito aprendo nuove cliniche vicino all’Area C, sotto esclusivo controllo israeliano. Ma spostare una clinica non significa rimuovere il problema.
«Ogni giorno non sappiamo se riusciremo a raggiungere la clinica», spiega Elisa Tamimi, responsabile degli affari umanitari di Msf a Hebron. Intere zone possono essere chiuse per un giorno, due giorni o una settimana. Le persone perdono il lavoro, non riescono a trovarne un altro e contemporaneamente diventano più dipendenti da servizi sanitari sempre più difficili da raggiungere.
RESTARE
Da tempo Msf avverte che quanto accade in Cisgiordania non può essere letto come una semplice successione di incidenti. L’organizzazione ha parlato esplicitamente del rischio di pulizia etnica, indicando tra i fattori dello sfollamento forzato demolizioni, distruzione delle abitazioni, impunità della violenza dei coloni e restrizioni alla circolazione. Anche Ocha descrive demolizioni, crescita degli insediamenti, violenza dei coloni e restrizioni agli spostamenti come elementi di un ambiente coercitivo che spinge i palestinesi ad abbandonare le proprie case e può configurare trasferimenti forzati contrari al diritto internazionale.
È qui che torniamo all’uliveto di Ismail. Gli ulivi spezzati non sono soltanto alberi. Le pecore rubate non sono soltanto animali. Sono reddito, autonomia, permanenza sulla terra. E una persona che perde il lavoro, vive nella paura, dorme male e deve attraversare strade controllate per raggiungere un medico diventa progressivamente più fragile.
La violenza può cacciare qualcuno dalla propria casa in una notte. Oppure può farlo lentamente: togliendo l’acqua, rendendo impossibile lavorare, chiudendo una strada, distruggendo un uliveto, impedendo di raggiungere un ambulatorio.
Per questo Msf chiede alle autorità israeliane di cessare le misure che costringono i palestinesi ad abbandonare le proprie case, garantire l’accesso senza ostacoli alle cure e agli aiuti umanitari, proteggere i civili e rispettare il diritto internazionale.
Alla fine restano gli ulivi di Ismail, una strada da attraversare e una clinica che non sa se riuscirà ad aprire. In Cisgiordania anche una visita medica è diventata una misura della libertà che resta: poter raggiungere un ambulatorio senza essere fermati, aggrediti o costretti ad abbandonare la propria terra.
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