Pedro Sánchez ha deciso di giocarsi tutto. Dopo la bocciatura in Parlamento dei decreti sull’emergenza abitativa, il presidente del governo spagnolo ha sciolto le Cortes e convocato le elezioni anticipate per il 29 novembre. Una sconfitta parlamentare diventa così uno scontro politico nazionale: casa, salari, welfare e politica estera entreranno insieme nella campagna elettorale.
La maggioranza era diventata sempre più fragile. Sui provvedimenti per la casa l’accordo è saltato e contro il governo si sono ritrovati Partito Popolare, Vox e Junts, il partito indipendentista catalano dal quale dipendeva una parte decisiva degli equilibri parlamentari. Il primo decreto è stato respinto con 178 voti contrari. Le misure puntavano a rafforzare le protezioni contro gli sfratti delle famiglie vulnerabili e a intervenire in un mercato immobiliare che da anni scarica soprattutto sui giovani il costo della crisi.
Ridurre però gli otto anni di Sánchez alla crisi degli ultimi mesi significherebbe cancellare una parte importante della storia spagnola recente. Nel 2018 il salario minimo era di 735 euro al mese. Nel 2026 è arrivato a 1.221 euro per quattordici mensilità: un aumento del 66 per cento. Secondo il governo, la misura riguarda circa due milioni e mezzo di lavoratori. Nel secondo trimestre del 2026 il Pil spagnolo è cresciuto dello 0,7 per cento rispetto ai tre mesi precedenti e del 2,6 per cento su base annua. A settembre anche la manifattura è tornata in espansione e i servizi hanno accelerato.
Sánchez non è soltanto il capo del governo spagnolo e del Psoe. Dal 2022 presiede l’Internazionale socialista, e una sua uscita di scena avrebbe inevitabilmente un peso anche sugli equilibri della sinistra internazionale.
Non è un Paese senza problemi. La casa resta un’emergenza sociale, la precarietà non è scomparsa, il governo non riesce ad approvare un nuovo bilancio dal 2023 e le inchieste per corruzione hanno coinvolto dirigenti socialisti e persone vicine al premier. Sánchez non risulta personalmente accusato nei principali procedimenti, ma il logoramento politico è evidente. È proprio questo contrasto, risultati sociali da una parte e fragilità della maggioranza dall’altra, che rende il voto di novembre tutt’altro che ordinario.
C’è poi la politica internazionale. La Spagna ha riconosciuto lo Stato di Palestina nel maggio 2024 e il governo Sánchez ha progressivamente irrigidito la propria posizione verso Israele. Madrid ha consolidato l’embargo sulle armi, vietato il transito nei porti spagnoli di combustibili destinati alle forze armate israeliane, negato lo spazio aereo agli aerei di Stato che trasportano materiale militare verso Israele e vietato l’importazione di prodotti provenienti dagli insediamenti nei territori palestinesi occupati. Sánchez ha definito genocidio ciò che le autorità israeliane stanno compiendo a Gaza, una posizione che ha aperto uno scontro durissimo con il governo Netanyahu.
Anche con Washington i rapporti si sono fatti difficili. Sánchez ha rifiutato di seguire Donald Trump sull’aumento della spesa militare ai livelli richiesti dagli Stati Uniti e non ha sostenuto le operazioni americane contro l’Iran. A luglio Trump ha annunciato addirittura lo stop agli scambi con la Spagna, definendola un partner inaffidabile: una decisione di applicazione assai problematica, perché la politica commerciale spagnola passa dall’Unione europea, ma politicamente rivelatrice del livello dello scontro.
È dentro questo quadro che va osservato anche un altro rischio: la campagna elettorale non si svolgerà soltanto nelle piazze, in televisione e nei seggi. Pensare che i proprietari delle grandi piattaforme tecnologiche, le società specializzate nella guerra informativa e gli apparati di influenza digitale assisteranno come semplici spettatori sarebbe ingenuo. Non serve far parte dell’intelligence per sostenere che esiste già una centrale incaricata di far cadere il presidente dell’Internazionale socialista. Basta guardare a quello che è già accaduto altrove.
In Francia le autorità hanno indagato nel 2026 sulla società israeliana BlackCore, indicata come probabile responsabile tecnico di una campagna di interferenza contro candidati della sinistra alle elezioni municipali: siti falsi, account social e inserzioni costruite per screditarli. Meta ha rimosso una rete riconducibile a quell’operazione e anche Google e TikTok hanno individuato attività collegate. Il committente non è stato identificato. È un precedente concreto, non una teoria.
Lo stesso Dipartimento di Sicurezza nazionale spagnolo considera le campagne di disinformazione una grave minaccia ai processi elettorali. Non si tratta necessariamente di inventare notizie false: si può manipolare una parte della realtà, amplificarla attraverso reti coordinate, produrre confusione, polarizzazione e sfiducia nelle istituzioni. Gli attori possono essere statali o privati, interni o stranieri.
Per questo, da qui al 29 novembre, non basterà ascoltare ciò che diranno Psoe, Partito Popolare, Vox e gli altri. Bisognerà osservare chi farà viaggiare certi messaggi, con quali soldi, attraverso quali reti, quali account e quale amplificazione algoritmica. La Spagna arriva alle urne dopo essersi scontrata con Netanyahu sulla Palestina e con Trump sulle spese militari, sull’Iran e sui rapporti con l’Europa. Sono interessi troppo grandi per considerare neutrale l’ambiente digitale nel quale si formerà una parte del consenso.
Alla fine saranno gli spagnoli a scegliere. Lo faranno pesando l’aumento del salario minimo, la crescita dell’economia, le politiche sociali e una politica estera più autonoma contro la crisi della casa, gli scandali e la paralisi parlamentare. Ma c’è una cosa che dovremo tenere d’occhio fino all’ultimo giorno: le urne sono ancora fatte di carta, mentre la strada che porta gli elettori fino alle urne passa sempre più spesso attraverso uno schermo.
Fonti principali: Reuters, El País, La Moncloa, Instituto Nacional de Estadística, Departamento de Seguridad Nacional spagnolo, Le Monde.
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