La classe operaia va in paradiso…? No. Ci è andato in sogno Ludovico Massa, detto Lulù, operaio di una grande fabbrica nel film di Elio Petri del 1971 e poi non ci è più tornata, neanche in sogno. Di più: l’operaio è diventato invisibile, non ci sono nemmeno più le parole giuste per raccontarlo….
Riesce a farlo invece Niccolo’ Zancan, giornalista della Stampa, nel suo recentissimo “L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica” libro che non si può definire romanzo, né saggio, né raccolta di biografie, perché è un insieme originale di tanti generi.
Giusto definirlo un ‘canto’ per la qualità della scrittura così profondamente partecipe del vissuto e del destino di questi “ultimi” operai, per il rispetto delle voci dei protagonisti e per la poesia che nonostante tutto emerge da testimonianze anche crudeli.
Dopo una necessaria introduzione storica su cosa è stata “mamma Fiat” dal dopoguerra ad oggi, iniziamo a conoscere il mitico Pasquale Loiacono, Salvo, Gigi, Mariarosa, Anna le voci che ci raccontano gli anni duri ma orgogliosi della lotta, gli anni del cedimento fino agli anni dell’inganno di Marchionne che proclamava ”noi faremo il piano Fabbrica Italia, ma il sindacato mi deve dire se ci sta” e in caso contrario? “Altrimenti c’è un piano B. Ma è molto poco piacevole. Noi abbiamo la possibilità di prendere la baracca produttiva e impiantarla altrove. Non intendo minacciare nessuno,ma...”.. Era il 22 aprile del 2010.
E poi? “ E’ finita male per tutti, questo è noto. Chi c’è stato se l’è preso in quel posto. E pure chi non c’è stato, a dirla tutta, se l’è preso in quel posto. Ma non è la stessa cosa, e non lo sarà mai”. Grande rivendicazione di chi non si è venduto, ha saputo mantenere integra, senza mai sporcarla, la propria storia.
Un linguaggio dicevamo, quello dell’autore, partecipe e affettivo che nulla condivide con il nuovo linguaggio (Orwell!!) imposto dai nuovi, moderni dirigenti aziendali. Il caposquadra che diventa il supervisor, il capoturno shift manager, gli operai non sono più operai ma addetti alla linea e l’ufficio del personale che si trasforma nello Human Resources! E così Elkann rivolgendosi ai dipendenti per annunciare i risultati del 2024 può senza vergognarsi dire “vogliamo migliorare i decision making e l’execution…”.
Nulla di diverso dal linguaggio astratto e razionale col quale in questi giorni si parla della guerra. Le parole non più collegate alle cose ma utilizzate per estraniarci dalle cose.
Tanto altro c’è in questo bellissimo libro che lascia un grumo di nostalgia, di malessere, anche di risentimento, per la solitudine, il senso di fallimento misto all’orgoglio, la fatica ad affrontare il presente di questi operai e la loro difficoltà a raccontare a chi non li ha vissuti gli anni della “grande fabbrica”. Questo libro restituisce un volto e una voce a un mondo che nessuno vuole più vedere.





