Ci sono parole che servono a ricordare e parole che possono servire a curare. Poi ce ne sono altre che, se pronunciate troppo in fretta, rischiano di cancellare proprio la persona che pretendono di descrivere. Due libri diversissimi, Calde le pere! Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla, ultimo racconto di Francesco Guccini, pubblicato da Giunti, e La psichiatra umana. Riflessioni di una psichiatra che ha scelto l’empatia, o come direste voi, l’eresia, di Federica Leonardi, Gruppo Albatros Il Filo, finiscono così per incontrarsi in un punto imprevisto: la necessità di non perdere l’essere umano dietro le parole.
Partiamo da Guccini, naturalmente. E partiamo dal Reno. Calde le pere! è l’ultimo libro al quale Francesco Guccini ha lavorato. Lo ha concluso con il suo editor Paolo Fabrizio Iacuzzi il 23 luglio, poche settimane prima della morte, avvenuta il 6 agosto a Pavana. Iacuzzi ha raccontato di averglielo riletto al capezzale: Guccini rideva, discuteva le correzioni e ricordava ciò che era stato modificato. Non è un particolare secondario. Perché questo piccolo libro di 96 pagine non appare come un’opera recuperata da qualche cassetto dopo la morte dell’autore, ma come un ultimo lavoro seguito e discusso fino alla fine.
La storia nasce da un vecchio brogliaccio raccontato a Guccini da un amico e da due vicende abbastanza strampalate da non poter non piacergli: una ragazza che attraversa la scena in bicicletta e una fanciulla ritenuta integerrima che rimane incinta dopo essersi bagnata nelle acque del Reno. Siamo nella Casalecchio degli anni Trenta, quando il fiume era anche il grande lido dei bolognesi. Ci sono il sesso e il pudore, la reputazione, la malizia popolare, una prostituta e una maîtresse che finisce quasi per trasformarsi in ginecologa ante litteram. C’è soprattutto quella capacità gucciniana di prendere sul serio le persone senza diventare mai serioso.
Ma la trama è quasi un pretesto. Il vero protagonista è il Reno. Il fiume che parte dall’Appennino, attraversa luoghi e memoria e diventa una specie di corpo disteso sul territorio. Guccini lo aveva definito «il fiume della mia vita». Nel libro torna a Pavana e nomina erbe, fiori e frutti con le parole del dialetto. Non per nostalgia folcloristica. Il punto è assai più profondo: conservare una parola significa conservare qualcosa che gli esseri umani hanno visto, toccato, mangiato, temuto o amato.
Guccini lo aveva spiegato poco prima di morire: il suono delle parole è quello attraverso il quale abbiamo imparato ad amare le cose. È forse questa la chiave più bella per leggere il suo ultimo racconto. Una lingua non è soltanto uno strumento con cui comunichiamo. È una maniera di guardare. Se scompare il nome di un’erba, di un mestiere, di un oggetto, di un animale o di una consuetudine, non scompare soltanto un vocabolo: diventa un poco più difficile raccontare il mondo nel quale quella parola era nata.

E qui, apparentemente senza alcuna strada che possa portarci dall’Appennino a un reparto psichiatrico, incontriamo il secondo libro. La psichiatra umana è scritto da Federica Leonardi, ma la voce narrante appartiene alla madre, Nicoletta Calchi Novati, psichiatra. È una scelta particolare: la figlia ricostruisce la vita e il pensiero della madre adottandone la prima persona. Ne viene fuori una sorta di autobiografia mediata, costruita attraverso ricordi, documenti, casi clinici, lettere e testimonianze. Sedici capitoli nei quali entrano la storia della psichiatria e alcune delle sue questioni più difficili: diagnosi, farmaci, contenzione, trattamento sanitario obbligatorio, sogni, relazione terapeutica.
Non abbiamo ancora avuto modo di leggere integralmente il volume e ci muoviamo dunque sulla base dei materiali editoriali e promozionali disponibili. Ma la domanda che il libro sembra porre è importante indipendentemente dalle risposte che ciascuno potrà dare: che cosa rimane dell’essere umano quando la diagnosi diventa la sua identità?
La questione non consiste nel contrapporre romanticamente l’empatia alla medicina, come se bastasse essere gentili per curare una sofferenza psichica. E neppure nel dichiarare guerra ai farmaci, alla diagnosi o agli strumenti della psichiatria. Sarebbe un’altra semplificazione. Una medicina umana dovrebbe essere, semmai, una medicina capace di utilizzare la conoscenza scientifica senza confondere la malattia con la persona che ne soffre.
È anche una questione di parole. «Schizofrenico», «bipolare», «depresso», «borderline» possono sembrare comode abbreviazioni, ma rischiano di trasformare una condizione nella definizione di una persona. Un essere umano non è depresso: è una persona che soffre di depressione. Non è la sua malattia. Ci è incappato e quella sofferenza può essere affrontata, curata, modificarsi, avere un’evoluzione. Anche quando dura a lungo, non coincide con l’intera identità di chi la vive. Dire «persona che soffre di depressione» non è soltanto una premura linguistica: significa rimettere la persona davanti alla diagnosi.
Ed è qui che Guccini e la psichiatra, senza essersi dati appuntamento, finiscono nello stesso posto. Guccini difende una parola perché teme che, perdendola, perderemo un pezzo di realtà. La psichiatria raccontata da Leonardi sembra suggerire il movimento complementare: scegliere con attenzione le parole perché una parola sbagliata può restringere la realtà di una persona fino a farla coincidere con la sua diagnosi.
Sono due movimenti opposti soltanto in apparenza. Bisogna trovare le parole per non perdere il mondo. Ma bisogna anche trovare le parole giuste per non perdere le persone.
Vale per la medicina e vale molto oltre la medicina. Immigrato. Detenuto. Tossicodipendente. Disabile. Matto. Povero. Clandestino. Perfino nemico. Le società organizzano la realtà anche attraverso le categorie e non potrebbero probabilmente farne completamente a meno. Il problema comincia quando la categoria ci autorizza a non guardare più chi abbiamo davanti.
Forse è per questo che due libri tanto lontani possono stare sullo stesso scaffale. Uno racconta un vecchio fiume, una ragazza in bicicletta, una gravidanza improbabile, piante chiamate con nomi che rischiamo di dimenticare. L’altro attraversa ospedali, diagnosi, farmaci, contenzioni e la relazione difficile tra chi cura e chi chiede di essere curato. In mezzo c’è una persona.
Guccini, alla fine della sua vita, è tornato ancora una volta alle parole con cui aveva imparato ad amare le cose. È un’eredità piccola soltanto in apparenza. Perché forse la civiltà comincia proprio da lì: conoscere abbastanza parole da riuscire a vedere le differenze, e avere abbastanza umanità da ricordarsi che nessuna di quelle parole, da sola, potrà mai raccontare interamente un essere umano.
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