L’Iran non è estraneo all’emigrazione di massa. Negli ultimi cinquant’anni, milioni di iraniani sono emigrati in Europa, Nord America, Australia e nei paesi della regione, dando vita a consistenti comunità della diaspora. Tuttavia, l’attuale guerra tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran, o i violenti conflitti interni, presenteranno probabilmente dinamiche completamente diverse e produrranno modelli molto differenti.
Spinti da restrizioni sociali e politiche, nonché dalla limitata mobilità economica e dal degrado ambientale in patria, molti giovani professionisti, ingegneri, medici e studenti iraniani hanno cercato opportunità all’estero. Le ricerche indicano che questa tendenza si è accentuata nell’ultimo decennio, e non c’è dubbio che tale propensione si intensificherebbe drasticamente in caso di un conflitto aperto prolungato.
Oltre all’attuale confronto militare, gli sviluppi successivi al giugno 2025 – tra cui la guerra dei dodici giorni contro Israele e gli Stati Uniti, nonché le intense tensioni sociali interne – hanno trasformato la società iraniana in un momento cruciale. La miseria economica, unita a profonde fratture sociali e politiche, ha già spinto molti cittadini a emigrare. Tuttavia, lo spettro di un conflitto militare più ampio e prolungato trasformerà con ogni probabilità quella che finora è stata una fuga di cervelli in gran parte selettiva in una migrazione di massa simile a quella che la regione ha visto nel 2015, quando milioni di siriani, iracheni e afghani sono emigrati in Europa. Sebbene sia lecito affermare che l’Iran sia molto diverso dagli altri Paesi menzionati, resta il fatto che potrebbe verificarsi un potenziale cambiamento epocale nei flussi migratori.
Per comprendere la portata di un simile sconvolgimento, è necessario valutare i fattori strutturali che lo determinano, nonché le implicazioni per gli stati limitrofi e le potenziali destinazioni globali.
L’attuale situazione di stallo in cui versa la società iraniana, intrappolata in un intenso conflitto militare, e la probabilità di scenari di lotta civile non solo aumenteranno i flussi migratori tradizionali, ma costringeranno anche nuovi gruppi a emigrare. Tra questi figurano civili in fuga dalla violenza, giovani coscritti che cercano di sottrarsi alla mobilitazione, minoranze esposte alla violenza e classi medie urbane in cerca di migliori condizioni socioeconomiche.
La geografia delle migrazioni di massa sarà probabilmente plasmata sia dalle opportunità che dai limiti. La Turchia ha storicamente rappresentato una delle principali porte d’accesso all’Europa. Per gli iraniani, che non necessitano di visto per entrare in Turchia, ciò significherebbe un flusso di migranti verso il paese confinante. Questo spiega perché Ankara stia costruendo un muro al confine con l’Iran. Sulla scia dell’esperienza del 2015, il governo turco si opporrà inoltre a diventare un punto di transito per flussi migratori di massa.
Un altro corridoio per i migranti iraniani attraverserà probabilmente il Caucaso, passando per Georgia, Armenia e Azerbaigian, nella speranza di raggiungere l’Europa attraverso il Mar Nero. Queste rotte sono già attive , soprattutto per i migranti economici, ma un conflitto prolungato aumenterebbe esponenzialmente il flusso migratorio.
Scenari di conflitto estremi potrebbero potenzialmente costringere molti iraniani delle regioni meridionali a cercare rifugio in Iraq e negli Stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), sebbene nessuno di questi Paesi disponga di infrastrutture per l’accoglienza dei richiedenti asilo. Tali flussi rappresenterebbero la prima fase di uno spostamento verso altre giurisdizioni, in particolare l’Unione Europea.
Per le comunità sfollate nelle province orientali dell’Iran, il Pakistan potrebbe rappresentare una via d’uscita, sebbene non sia un percorso naturale per soddisfare le aspirazioni di molti iraniani diretti verso l’Occidente.
Impatto sulla regione
Un afflusso di iraniani porrebbe la Turchia di fronte a sfide politiche interne ed esterne. D’altro canto, Ankara potrebbe essere tentata di usare il controllo dei flussi migratori come merce di scambio con l’UE, sulla falsariga degli accordi passati sui rifugiati siriani in cambio di sostegno finanziario e agevolazioni per la liberalizzazione dei visti.
Per l’Iraq, un massiccio afflusso di rifugiati iraniani rischierebbe di trasformare il nord del paese, zona di ripresa postbellica, in una nuova arena di confronto regionale, mettendo al contempo a dura prova l’economia irachena.
Gli stati del Caucaso certamente non possiedono la solidità istituzionale necessaria per assorbire un gran numero di richiedenti asilo. Di conseguenza, subirebbero rapidamente pressioni sulle infrastrutture, sugli alloggi e sui servizi pubblici, con conseguenti tensioni sociali e instabilità.
Gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) si sono storicamente opposti all’accoglienza dei rifugiati, ma probabilmente dovranno affrontare pressioni internazionali per rispondere a una potenziale crisi umanitaria e dovranno gestire le conseguenti sfide in materia di sicurezza e amministrazione.
Inoltre, le zone di conflitto alimentano la radicalizzazione. Gli spostamenti di massa, soprattutto di giovani emarginati, potrebbero alimentare reti estremiste transnazionali dalla regione verso l’Europa e oltre.





