C’è un generale iraniano che rischia di passare alla storia per un orologio. Si chiama Gholamreza Jalali e dirige l’Organizzazione per la difesa passiva, incaricata di proteggere le infrastrutture strategiche della Repubblica islamica. Si è fatto fotografare con uno smartwatch al polso e qualcuno ha osservato che, in un Paese dove i servizi israeliani sono riusciti a penetrare apparati di sicurezza e comunicazioni, forse non è l’accessorio più indicato. La replica del generale: «Ma voi non avete una smart TV in casa?». Peccato che fosse stato proprio lui, anni fa, a mettere in guardia dal rischio di spionaggio attraverso i dispositivi elettronici.
Mentre Teheran discute della sicurezza del suo polso, nel sud-est iraniano si continua a sparare. Il 5 ottobre, sulla strada tra Bampur e Iranshahr, due poliziotti sono stati uccisi e un terzo ferito nell’attacco a una pattuglia. Pochi giorni prima, nei pressi di Zahedan, le forze iraniane avevano annunciato l’uccisione di sei uomini armati; un altro agente era morto nell’assalto a un posto di blocco nella zona di Rask. Agguati, esplosivi, scontri: episodi distinti di una violenza che non si è mai davvero spenta.
Siamo nel Sistan-Baluchestan, provincia al confine con Pakistan e Afghanistan, abitata anche dalla minoranza baluci, prevalentemente sunnita in uno Stato a maggioranza sciita. Gruppi armati come Jaish al-Adl prendono di mira le forze di sicurezza; Teheran risponde con operazioni militari, arresti e accuse di sostegno straniero alle organizzazioni ribelli, accuse che non possono essere automaticamente estese a ogni attacco.
Ma sotto il conflitto c’è una frattura più antica. Secondo l’International Crisis Group, dodici delle ventisei contee della provincia figuravano nel 2025 tra le venti più povere dell’Iran. Mancano lavoro, acqua e infrastrutture; la siccità aggrava le disuguaglianze. Amnesty International ha documentato l’uccisione illegale di 106 manifestanti e passanti baluci, tra cui venti bambini, durante le proteste del 2022. È anche da questa storia che nasce la distanza tra una parte della popolazione e le istituzioni.
Oggi il governo iraniano deve fronteggiare nuove minacce alla sicurezza mentre lo scontro con Stati Uniti e Israele assorbe risorse e attenzione. Nella provincia, invece, ogni nuovo attacco rischia di portare altre morti, altri controlli, nuove privazioni. Il generale Jalali potrà sempre togliersi lo smartwatch. Agli abitanti del Baluchestan riesce assai più difficile liberarsi di una guerra che va avanti da anni, anche quando nessuno la guarda.
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