Politica

GRAN BRETAGNA | I Verdi perdono il seggio di Starmer, ma triplicano i voti. La sinistra britannica cambia pelle

La vittoria laburista di Sagal Abdi-Wali rafforza il premier Andy Burnham, mentre Zack Polanski porta i Verdi al 33 per cento. Tra crisi sociale, ambiente e Palestina, la sinistra inglese cerca una nuova identità.


A Londra hanno vinto i laburisti. Ma sarebbe un errore fermarsi al nome del vincitore. Perché dalle urne di Holborn and St Pancras, il collegio parlamentare lasciato libero da Keir Starmer, esce una fotografia della sinistra britannica assai più movimentata di quanto racconti il semplice risultato elettorale.

Giovedì 8 ottobre Sagal Abdi-Wali, candidata del Labour, ha conquistato il seggio con 12.292 voti, pari al 45,2 per cento. Zack Polanski, leader dei Verdi di Inghilterra e Galles, ne ha raccolti 8.928, il 32,8 per cento. Dietro, molto distanti, conservatori al 7,1 per cento e Reform UK al 5,9. L’affluenza è stata del 38,76 per cento.

Il Labour conserva dunque un collegio storicamente favorevole, ma perde quasi quattro punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni. I Verdi, invece, guadagnano 22,4 punti, passando da poco più del dieci a quasi il 33 per cento. Triplicano i consensi in termini percentuali, pur senza conquistare il seggio. Una crescita che sarebbe difficile ignorare anche volendo celebrare soltanto la vittoria laburista.

Diverse analisi colgono proprio questo aspetto: la sconfitta di Polanski non rappresenta necessariamente una battuta d’arresto definitiva per il nuovo ambientalismo politico britannico. Semmai mostra quanto sia diventata contendibile una parte dell’elettorato progressista.

Intanto il Labour ha cambiato guida. Dopo l’uscita di scena di Starmer, Andy Burnham ha assunto la leadership del governo tentando di ricostruire il rapporto fra il partito e quei settori popolari che avevano progressivamente smesso di riconoscersi nella sua politica. Più attenzione ai servizi pubblici, alla questione abitativa, alla distribuzione della ricchezza e ai rapporti con l’Europa. Una correzione di rotta che ha restituito al Labour parte della sua capacità di attrazione, senza cancellare le ragioni della crescita verde.

La nuova deputata Abdi-Wali, arrivata nel Regno Unito da bambina come rifugiata somala, ha indicato fra le proprie priorità il contrasto alla povertà abitativa, la sicurezza della casa e il ritorno dell’acqua sotto controllo pubblico. Temi che parlano direttamente alle condizioni materiali della popolazione.

Polanski, dal canto suo, ha cercato di portare i Verdi fuori dal recinto tradizionale dell’ambientalismo. Non soltanto emissioni, biodiversità e transizione energetica, ma salari, disuguaglianze, costo della vita, servizi pubblici, diritti civili e politica internazionale. L’ambiente come parte di una questione sociale più ampia, nella quale la crisi climatica colpisce soprattutto chi dispone di meno risorse per difendersi.

È una trasformazione che ha attirato anche una parte della sinistra rimasta orfana dell’esperienza di Jeremy Corbyn. Ma l’allargamento politico ha portato con sé conflitti profondi sull’identità del partito e sulla sua collocazione internazionale.

Il terreno più controverso è quello palestinese.

Il 4 ottobre, durante il congresso di Brighton, i Verdi hanno approvato con 1.022 voti favorevoli e 813 contrari una mozione che definisce il sionismo una forma di razzismo e sostiene la costituzione di un unico Stato democratico nell’intera Palestina storica, con Gerusalemme capitale e uguali diritti per tutti.

È una posizione che rompe apertamente con la tradizionale formula dei due Stati, ancora sostenuta dal governo britannico e dalla maggioranza dei governi europei. Ma è anche una decisione che ha provocato una frattura dentro il partito. Quattro dei cinque deputati verdi si sono opposti alla mozione, mentre organizzazioni ebraiche hanno denunciato il rischio che la condanna generalizzata del sionismo si traduca in discriminazione nei confronti degli ebrei che si riconoscono in quell’identità politica.

Polanski, che è ebreo, non ha partecipato alla votazione perché impegnato nella campagna elettorale londinese. Ha successivamente sostenuto la necessità di rivedere alcuni contenuti della risoluzione, ribadendo che la difesa dei diritti palestinesi non può comportare la negazione di quelli degli ebrei. Israele, intanto, gli ha vietato l’ingresso nel Paese.

Burnham ha condannato la mozione, confermando il proprio sostegno alla soluzione dei due Stati. La distanza fra le due forze politiche è dunque evidente, anche se entrambe hanno assunto posizioni critiche verso la politica israeliana.

Eppure il problema di fondo resta. Dopo decenni di occupazione, espansione degli insediamenti israeliani, frammentazione territoriale della Cisgiordania e devastazione di Gaza, la prospettiva di uno Stato palestinese territorialmente continuo e realmente sovrano appare sempre più difficile da realizzare. La formula dei due Stati continua a occupare le dichiarazioni diplomatiche, mentre la realtà sul terreno ne restringe progressivamente le possibilità.

Da qui riemerge il confronto sull’ipotesi di un unico Stato democratico, nel quale israeliani e palestinesi godano degli stessi diritti civili e politici, senza distinzioni fondate sull’origine o sulla religione. Una prospettiva che solleva enormi questioni istituzionali, nazionali e di sicurezza, ma che rimette al centro un principio essenziale: l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

La discussione britannica dimostra quanto la Palestina sia ormai entrata nel confronto politico europeo, attraversando partiti, generazioni e appartenenze tradizionali. E mostra anche la difficoltà di trasformare una mobilitazione internazionale in una proposta politica capace di tenere insieme sensibilità differenti.

La suppletiva londinese consegna quindi due risultati distinti. Burnham ottiene una vittoria importante per consolidare la propria leadership e dimostrare che il Labour può recuperare consensi. Polanski perde la possibilità di entrare in Parlamento, ma raccoglie quasi un terzo dei voti in un collegio storicamente laburista. Dovrà tuttavia affrontare le divisioni interne al suo partito, aggravate proprio dalla controversia sulla Palestina. In Italia, invece, il rischio è continuare a discutere di come mettere insieme le sigle, mentre altrove si discute di come mettere insieme i problemi. E, possibilmente, risolverli.



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