Da Anzio a Lipari e al Reggino, il conto del maltempo e la prevenzione incompiuta. Venerdì sedici ottobre lo sciopero per il clima.
Ad Anzio, dopo l’acqua, sono arrivati i moduli. Il dodici ottobre il Comune ha avviato la ricognizione dei danni subiti da cittadini e imprese durante il maltempo dell’otto e nove ottobre. Bisogna documentare le perdite e rappresentare alla Regione le necessità del territorio. Per chi ripulisce una casa, l’emergenza continua anche quando smette di piovere.
Il Comune ha registrato centodiciassette millimetri di pioggia nella giornata del nove ottobre. Anzio e Nettuno hanno chiesto lo stato di calamità. Gli istituti comprensivi di Anzio hanno riaperto il tredici, dopo verifiche e interventi in diciotto plessi. La riapertura è una buona notizia; resta da capire quali lavori serviranno per affrontare le prossime precipitazioni.
Il dieci ottobre a Lipari sono esondati i torrenti Ponte e Valle: fango nelle strade, auto impantanate, decine di abitazioni allagate. Nello stesso giorno il Reggino ha subito allagamenti e frane. A Fossato Jonico, nel territorio di Montebello Jonico, una frana ha raggiunto il centro abitato e danneggiato mezzi in sosta. I vigili riferivano difficoltà nella viabilità, senza danni alle persone segnalati in quel momento.
L’autunno aveva già presentato il conto il dieci settembre. A Latisana una donna di ottantatré anni è morta nell’auto in un sottopasso allagato. Nella stessa ondata sono esondati il Tagliamento, il Lavagna e il Lambro; a Cecina sono caduti oltre ottanta millimetri di pioggia in meno di due ore. A Brescia l’acqua è entrata anche negli Spedali Civili. La fragilità riguarda collegamenti, abitazioni e servizi essenziali.
Le difese, dove funzionano, contano. Anbi Lazio riferisce che tra il sette e il nove ottobre gli impianti idrovori sono stati sotto forte pressione, in alcuni casi sostenuti da pompe aggiuntive. La rete di bonifica ha complessivamente retto, pur con allagamenti nei territori colpiti. È un risultato da riconoscere: manutenzione, personale e infrastrutture possono contenere i danni.
Il quadro era noto. Nel rapporto Ispra riferito al 2024, il novantaquattro virgola cinque per cento dei comuni è esposto ad almeno uno tra frane, alluvioni, erosione costiera e valanghe. Non è la percentuale di territorio destinata a finire sott’acqua. È la misura di quanto la gestione del rischio debba diventare ordinaria. L’istituto segnala inoltre che le piogge intense e concentrate amplificano il rischio anche in zone storicamente meno esposte.
Qui le parole di Nello Musumeci meritano un controllo. Il ventinove agosto, intervistato da Affaritaliani, il ministro ha rivendicato oltre quattro miliardi e mezzo destinati dal governo alla prevenzione in tre anni, aggiungendo che soltanto il trenta per cento era stato speso. Il dato riguarda il complesso delle risorse richiamate dal ministro, non i soli interventi contro le alluvioni. Ma il problema lo certifica lui: gli stanziamenti non diventano automaticamente sicurezza.
Musumeci richiama le responsabilità regionali e locali. Vanno accertate opera per opera. Il governo, però, deve spiegare quali interventi sono bloccati, presso quali amministrazioni, per quali ragioni e con quali scadenze. Servono capacità tecniche e procedure che portino ai cantieri. La frammentazione delle competenze non può diventare il riparo dietro cui ciascuno aspetta la prossima pioggia, né la foglia di fico con cui il governo copre la propria inefficienza e la propria miopia di fronte alla crisi climatica e al rischio idrogeologico.
Il primo ottobre, parlando delle assicurazioni volontarie per le famiglie, Musumeci ha avvertito che lo Stato non può più finanziare tutte le ricostruzioni: occorre capire quanto resterà a carico della collettività e quanto delle persone colpite. Una polizza può risarcire secondo le sue condizioni; non mette in sicurezza un quartiere o una scuola.
C’è poi da scegliere come prevenire. Il Cirf, Centro italiano per la riqualificazione fluviale, sostiene la necessità di restituire spazio ai fiumi: recuperare aree dove le piene possano espandersi riducendo i danni, ripristinare gli ecosistemi e valutare gli interventi sull’intero bacino. Il cinque giugno ha contestato, insieme a tecnici e ricercatori, un programma piemontese di novantaquattro interventi di estrazione di inerti. Secondo il Centro, asportare sabbia e ghiaia dagli alvei non è, in generale, una misura efficace contro le alluvioni e può perfino aumentare il rischio; il programma, inoltre, non forniva dati tecnici a giustificazione dei quantitativi previsti. Non basta dunque spendere: bisogna verificare che cosa si finanzia e quali effetti produce. Proteggere i territori richiede anche di smettere di occupare gli spazi che servono all’acqua.
Venerdì sedici ottobre Fridays for Future torna in piazza con la parola d’ordine «Questo clima non è vita». Dopo queste settimane, la protesta parla anche a chi spalava fango mentre altri contavano gli stanziamenti. Prima di spiegare ai cittadini quanto dovranno pagare dopo la prossima alluvione, Musumeci spieghi quali lavori saranno finiti prima.
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