Diritti

IL DIRITTO DI DIRE NO | Fermate la guerra prima che divori anche il resto d’Europa

Gli obiettori ucraini, i dissidenti nelle carceri russe, il riarmo e le minacce sul Baltico. Mentre i governi contrattano, le persone continuano a morire. Occorre fermarsi.


Viktor Marko e Serhii Nechaiuk sono tornati dalle loro famiglie. Avevano rifiutato il servizio militare per convinzioni religiose ed erano stati condannati a tre anni di carcere. La Corte suprema ucraina ha mantenuto il verdetto di colpevolezza, sostituendo la reclusione con due anni di sospensione condizionale sottoposta a prova. Le scarcerazioni risalgono al diciannove agosto e al quindici settembre. La comunità dei Testimoni di Geova le ha annunciate il sette ottobre, denunciando ancora trentatré propri fedeli detenuti in Ucraina per la loro neutralità cristiana. Il numero riguarda solo quella confessione; il quadro complessivo degli obiettori è, in realtà, più ampio e riguarda anche centinaia di persone normali atee. 

Sono nomi che meritano di entrare nella cronaca della guerra. Persone che chiedono di aiutare il proprio Paese attraverso un’attività civile, conservando il diritto di rifiutare le armi. La loro libertà dovrebbe interessare chiunque invochi la democrazia e i suoi valori.

Nella notte fra il tredici e il quattordici ottobre gli attacchi russi hanno ucciso tre persone a Kiev. Secondo le autorità ucraine, trenta strutture energetiche sono state danneggiate e almeno seicentomila persone sono rimaste senza elettricità.
I bombardamenti hanno colpito soprattutto la capitale e Kharkiv. La tregua energetica annunciata da Donald Trump resta sospesa sopra città dove continuano a esplodere missili e droni.

A rendere più inquietante il quadro, stando alla parole di Zelensky, sarebbero i mancati preavvisi prima degli attacchi balistici. Washington e Kiev confermano, in verità, che la condivisione dell’intelligence prosegue. Secondo fonti citate da Reuters, gli Stati Uniti hanno però minacciato di sospendere le informazioni per l’allerta missilistica se l’Ucraina continuerà a colpire le raffinerie russe. La sicurezza di chi cerca un rifugio finisce così dentro la pressione negoziale fra governi.



Il Movimento pacifista ucraino chiede da tempo che venga garantito un servizio alternativo non militare anche durante la guerra. Nel comunicato del quattordici agosto, pubblicato dall’International Peace Bureau, denuncia abusi nei centri territoriali di reclutamento e sostiene i rappresentanti del difensore civico quando portano alla luce detenzioni arbitrarie e trattamenti degradanti. È una voce della società civile che rivendica la possibilità di difendere la comunità attraverso mezzi pacifici.

Il trenta settembre PeaceLink ha rilanciato il caso di Serhii Vedmediev, quacchero e componente del direttivo del movimento. Secondo la segnalazione di Yurii Sheliazhenko, il giorno precedente sarebbe stato fermato, picchiato e trattenuto in un centro di reclutamento di Kiev. L’associazione chiede la sua liberazione e un’indagine indipendente. La ricostruzione rimane una denuncia da verificare; al momento non trovo in rete aggiornamenti indipendenti sulla sua condizione.

Sheliazhenko rivolge invece la richiesta di fermare le armi direttamente a Putin. In un intervento del dodici ottobre su World Beyond War invita il presidente russo ad accettare la proposta di sessanta giorni di cessate il fuoco per consentire elezioni in Ucraina. Considera del tutto insufficiente una pausa limitata alla giornata del voto e sollecita la società civile a premere per il negoziato. Ricorda, ad ogni modo, l’aggressione russa e rivendica libertà politica anche per i cittadini della Federazione.

Intanto le potenze discutono di gasolio, sanzioni e sistemazioni territoriali. Lucio Caracciolo legge l’intesa energetica fra Washington e Mosca come un tentativo di chiudere la partita secondo le convenienze dei due presidenti, mentre l’Ucraina affronta il rischio di una crisi ancora più profonda durante l’inverno. Giovanni Savino, nell’intervista del tredici ottobre a Formiche.net, osserva che il Cremlino continua a porre condizioni difficilmente accettabili anche per Washington. Gli annunci diplomatici si accumulano. La popolazione continua ad aspettare una tregua effettiva.

Sul Baltico, nel frattempo, il riarmo si accompagna a dichiarazioni che avvicinano il confronto a scenari di guerra diretta. A maggio il ministro degli Esteri lituano Kęstutis Budrys ha sostenuto che la Nato deve mostrare la capacità di penetrare le difese russe di Kaliningrad. Il sette ottobre il ministro estone Margus Tsahkna ha prospettato la chiusura dell’accesso russo al Baltico entro poche ore, precisando che sarebbe una risposta a un’aggressione capace di attivare la difesa collettiva dell’Alleanza. Mosca ha minacciato il ricorso alle armi nucleari qualora l’exclave venisse isolata.

La paura dei Paesi baltici ha radici storiche e trova alimento nell’invasione dell’Ucraina. Le scelte dei loro governi richiedono comunque un esame politico. Estonia, Lettonia e Lituania, insieme alla Polonia, hanno scelto di abbandonare la Convenzione di Ottawa contro le mine antipersona: un arretramento rispetto al disarmo umanitario che ha suscitato la grave preoccupazione della Croce Rossa. Le mine lasciano nei territori una minaccia destinata a sopravvivere ai combattimenti.

Il pericolo è una spirale in cui ogni governo presenta le proprie mosse come indispensabili alla sicurezza e interpreta quelle altrui come preparazione all’attacco. Crescono gli arsenali, si restringe lo spazio diplomatico, aumenta il prezzo di un errore. Eppure, il ventitré settembre, gli stessi ministri estone e lituano distinguevano le operazioni russe di sabotaggio dal rischio di un’offensiva convenzionale imminente, indicando le forze di Mosca come impegnate in Ucraina. Esiste dunque uno spazio per prevenire lo scontro. Riempirlo di minacce significa sprecarlo.

Nelle carceri russe, intanto, restano persone che hanno contestato la guerra e il potere che l’ha scatenata. Boris Kagarlitsky, sociologo marxista, risulta ancora detenuto dopo la condanna a cinque anni per «giustificazione del terrorismo». Dalle fonti consultate non emergono aggiornamenti verificabili su una liberazione o una recente revisione della pena. La figlia Kseniia porta avanti, attraverso Freedom Zone, una campagna che comprende anche altri prigionieri politici. L’intervista pubblicata da Links a settembre è stata realizzata a marzo: racconta questa mobilitazione, senza fornire un nuovo bollettino sulle condizioni carcerarie del padre.

Aleksandr Skobov sconta invece una condanna a sedici anni nel carcere di Yelets, nella regione di Lipetsk. A settembre ZakS.ru, citando il registro del tribunale cittadino, ha segnalato un ulteriore procedimento amministrativo per presunta esposizione di simboli estremisti, senza chiarire il comportamento contestato. Il gruppo di sostegno lo descrive quasi cieco a causa del glaucoma; Memorial lo riconosce come prigioniero politico. Skobov sostiene la resistenza ucraina e ha posizioni diverse dai pacifisti nonviolenti. La sua persecuzione riguarda la libertà di dissentire dal Cremlino.

Sotto le macerie ci sono persone che fino a un momento prima abitavano una casa, aspettavano un autobus, cercavano di scaldarsi. Nelle trincee ci sono uomini ai quali si continua a chiedere di morire mentre i governi contrattano petrolio, territori e rapporti di forza. Nessuna capitale può disporre della loro vita.

E’ arrivato il momento di dire BASTA con le tifoserie che contano i morti degli altri e giustificano le bombe dei propri alleati. La responsabilità dell’invasione russa è precisa. La richiesta politica deve esserlo altrettanto: cessate il fuoco, negoziati, protezione dei civili, iniziative concrete per impedire l’allargamento del conflitto.

Dirsi pacifisti serve a poco quando le decisioni continuano a preparare la prossima guerra. Occorre pretendere scelte: basta invii di armi e riarmo, basta leva militare, basta territori consegnati ai poligoni di tiro. Sì all’obiezione di coscienza in ogni Paese, al servizio civile, all’accoglienza di chi rifiuta di combattere. Libertà per chi viene incarcerato perché rifiuta le armi o denuncia la guerra del proprio governo.

La Costituzione italiana usa un verbo inequivocabile: ripudia. Quel verbo deve guidare le spese pubbliche, le alleanze, le decisioni del governo. Ogni giorno perduto significa altri morti, altre mutilazioni, altre famiglie distrutte. Fermi tutti. La guerra va fermata adesso. Le persone hanno già pagato abbastanza.




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