Era un martedì come tanti, l’11 settembre 1973, quando il Cile si svegliò sotto un cielo che presto sarebbe stato solcato dagli aerei da guerra. Il Palazzo de La Moneda, simbolo della democrazia cilena, venne bombardato dalle forze armate guidate dal generale Augusto Pinochet. Salvador Allende, il primo presidente marxista democraticamente eletto nelle Americhe, morì durante l’assalto. Iniziava così una delle dittature più feroci del XX secolo, che sarebbe durata diciassette anni.
Salvador Allende era stato eletto nel 1970 alla guida di una coalizione di sinistra, Unidad Popular, con un programma che mirava a costruire una società socialista attraverso mezzi democratici. La sua vittoria, seppur con una maggioranza relativa, solo il 36,3 per cento dei voti, scatenò immediatamente l’opposizione dei settori conservatori cileni e della comunità internazionale, in particolare degli Stati Uniti.
Il governo di Allende intraprese riforme radicali come la nazionalizzazione delle miniere di rame, principale risorsa del paese, sottraendole al controllo di multinazionali statunitensi come Anaconda Copper e Kennecott Utah Copper, la riforma agraria per espropriare i latifondi e redistribuire la terra ai contadini, le politiche sociali come la distribuzione gratuita di latte per i bambini e il potenziamento dei servizi sanitari. Riforme che incontrarono la feroce opposizione della destra cilena. I grandi proprietari terrieri e le compagnie straniere colpite dalle nazionalizzazioni organizzarono scioperi e manifestazioni, culminati nello sciopero dei camionisti dell’ottobre 1972, che paralizzò l’economia nazionale.
I documenti desecretati della CIA e del Dipartimento di Stato americano confermano il coinvolgimento degli USA nel colpo di stato. Già dalle elezioni del 1964, gli Stati Uniti avevano finanziato i partiti di opposizione per evitare una vittoria di Allende. Con l’elezione di Richard Nixon nel 1968, la politica americana verso il Cile divenne ancor più aggressiva. Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale, dichiarò: “Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo”. L’amministrazione Nixon avviò quindi una strategia multiforme che prevedeva il blocco dei prestiti internazionali e un embargo non ufficiale per “far piangere l’economia” cilena, lo stanziamento di milioni di dollari per sostenere i partiti anti-Allende e i media ostili, come il giornale El Mercurio. L’addestramento e il finanziamento di gruppi militari cileni favorevoli al golpe. Un esempio emblematico fu il coinvolgimento della multinazionale ITT, che controllava il 70 per cento delle telecomunicazioni cilene. L’azienda offrì un contributo milionario alla CIA per sostenere il golpe e finanziò direttamente i gruppi eversivi.
Il colpo di stato fu pianificato con precisione militare, alle 7:00 la marina cilena occupò il porto di Valparaíso, alle 8:30 le forze armate annunciarono di aver preso il controllo del paese, verso mezzogiorno il palazzo presidenziale fu circondato e bombardato. Allende rifiutò di arrendersi e tenne il suo ultimo discorso da radio Magallanes, prima di morire durante l’assalto finale. La versione ufficiale, confermata da un’inchiesta del 2011, parla di suicidio. Si mise in opera fin da subito una raffinata strategia che evitò di esporre gli Usa a una condanna internazionale per un’interferenza o intervento considerato gravissimo, Allende era stato eletto in una libera e democratica elezione. Nonostante tutto ciò, per l’amministrazione americana si trattava del primo governo marxista in America Latina e doveva essere abbattuto anche con il golpe.
“Nell’arco di sei mesi-un anno” aveva avvertito Kissinger “gli effetti di questa svolta marxista andranno oltre le relazioni tra Usa e Cile”. Si paventò il pericolo dell’incubo comunista e l’influenza nell’intero continente della via cilena al socialismo. “Uno degli esempi più vistosi”, continuava il principale consigliere della Casa Bianca, “è l’impatto che avrà in altre parti del mondo, specialmente in Italia. La propagazione emulativa di fenomeni simili in altri luoghi a sua volta colpirà in modo significativo l’equilibrio mondiale e la nostra stessa sfera di influenza”. Un messaggio che Enrico Berlinguer colse in tutta la sua drammaticità, la politica del PCI virò definitivamente verso accordi con la DC in quello che fu definito il “compromesso storico” ma neanche quella impostazione piacque all’amministrazione americana come testimonia la fine del Presidente della DC Aldo Moro che pagò con la vita l’apertura alle sinistre.
Il generale Augusto Pinochet instaurò un regime che faceva leva sul terrore, lo stadio Nazionale di Santiago fu trasformato in un campo di concentramento dove migliaia di persone furono torturate e uccise. Furono oltre 3.200 gli oppositori che furono uccisi o fatti sparire. La CIA continuò a sostenere il regime, fornendo assistenza alla polizia segreta (DINA) e aiutando a coprire le violazioni dei diritti umani.
A oltre cinquant’anni dal golpe, il ruolo degli Stati Uniti rimane una ferita aperta nella politica cilena. Nel 2023, deputati cileni hanno presentato una richiesta ufficiale al presidente Biden per chiedere scuse e risarcimenti. Il colpo di stato in Cile del 1973 non fu solo un evento interno al paese, ma un episodio emblematico della Guerra Fredda, in cui gli interessi economici e geopolitici degli USA prevalsero sul diritto all’autodeterminazione dei popoli. La democrazia cilena fu sacrificata sull’altare della lotta al comunismo, con conseguenze devastanti per generazioni di cileni.
Come scriveva il poeta Pablo Neruda, premio Nobel cileno morto in circostanze sospette dopo il golpe, “Il popolo che dimentica il suo passato è condannato a riviverlo”. Ricordare l’11 settembre 1973 significa non solo onorare le vittime, ma anche riflettere sulle responsabilità della comunità internazionale e sulla necessità di difendere la democrazia ovunque sia minacciata.




