Ambiente

AFRICA | Il continente nero aspetta ancora la pioggia. E arriva un El Niño che può essere storico

L’acqua c’è. Quello che manca, troppo spesso, è il modo di portarla dove serve. Circa il 95 per cento dei terreni coltivabili africani dipende ancora prevalentemente dalle piogge e appena il 5 per cento è irrigato. Una vulnerabilità enorme in un continente nel quale milioni di piccoli agricoltori affidano raccolti, reddito e spesso la propria alimentazione alla regolarità delle stagioni.

Il problema diventa ancora più urgente mentre El Niño torna a farsi sentire. La Noaa statunitense ne ha dichiarato ufficialmente la presenza l’11 giugno 2026. Da allora il fenomeno si è rafforzato. Nell’aggiornamento del 10 settembre la Noaa assegna oltre il 90 per cento di probabilità che diventi un El Niño molto forte durante l’autunno e l’inverno boreali 2026-2027; per ottobre-dicembre indica anche una probabilità elevata che raggiunga un’intensità eccezionale rispetto alla serie storica iniziata nel 1950.

Per l’Africa australe non è un esercizio meteorologico. L’El Niño del 2023-2024 contribuì a produrre una delle fasi centrali della stagione agricola più secche degli ultimi quarant’anni. A soffrire fu soprattutto il mais coltivato senza irrigazione. In Botswana, Lesotho, Malawi, Namibia e Zambia oltre 26 milioni di persone si trovarono in condizioni di insicurezza alimentare.

Eppure l’Africa non è un continente senz’acqua. Dispone di meno del 9 per cento delle risorse mondiali di acqua dolce rinnovabile, distribuite però in maniera fortemente diseguale. Il paradosso è qui: possedere l’acqua non significa poterla utilizzare quando e dove serve. Servono bacini, reti, pompe, sistemi di irrigazione efficienti, manutenzione, energia, credito e capacità pubblica di programmare investimenti che difficilmente un piccolo agricoltore può sostenere da solo.

Il confronto con l’Asia misura la distanza: la superficie irrigata asiatica è molte volte quella africana. Dietro questa differenza non c’è soltanto la geografia. Ci sono decenni di investimenti, infrastrutture e politiche agricole.

Ed è anche una questione di disuguaglianza. Se l’adattamento al cambiamento climatico viene lasciato soltanto alla capacità economica dei singoli, chi dispone di capitale può scavare pozzi, installare pompe, accumulare acqua e proteggere almeno una parte della produzione. Chi non lo possiede continua ad alzare gli occhi verso il cielo.

Dal Pacifico fino a noi

El Niño nasce a migliaia di chilometri dall’Africa. È legato al riscaldamento anomalo delle acque del Pacifico equatoriale e alle conseguenti modificazioni della circolazione atmosferica. I suoi effetti, però, attraversano continenti.

Nell’Africa australe può favorire caldo e scarsità di precipitazioni; nell’Africa orientale può invece contribuire, in determinate configurazioni, a piogge molto abbondanti e alluvioni. Due estremi apparentemente opposti che pongono lo stesso problema: sistemi agricoli costruiti sulla relativa regolarità del clima diventano fragili quando quella regolarità viene meno.

In Europa e in Italia il rapporto con El Niño è meno diretto. Il segnale attraversa la circolazione atmosferica globale e interagisce con l’Atlantico, il Mediterraneo e numerose altre variabili. Le previsioni stagionali indicano al momento per l’Europa una probabilità maggiore di temperature invernali superiori alla media, mentre sull’andamento delle precipitazioni italiane l’incertezza rimane più elevata.

Ma per arrivare in Italia El Niño non ha bisogno di cambiare il tempo sopra Roma o Milano. Può arrivare dentro una nave carica di cereali, nel prezzo di una materia prima agricola, nei mangimi utilizzati dagli allevamenti e infine sugli scaffali. Se eventi estremi colpiscono contemporaneamente grandi aree produttrici, diminuiscono i raccolti e aumentano le tensioni sui mercati internazionali. Il clima diventa allora anche economia, commercio e disuguaglianza.

È questo che rende la questione africana molto meno lontana di quanto sembri. Investire nell’irrigazione non significa soltanto costruire grandi dighe. Significa sviluppare sistemi adatti ai territori, raccogliere l’acqua quando arriva, ridurne le perdite, utilizzare tecnologie efficienti e permettere ai piccoli produttori di accedervi senza indebitarsi fino al collo. Significa anche evitare che una risorsa comune diventi un altro vantaggio riservato a chi possiede già terra e capitale.

Il prossimo raccolto africano dipenderà ancora in larga parte dalla pioggia. Questa volta, però, sappiamo già che il sistema climatico sta preparando condizioni difficili. Quando uno shock è annunciato, continuare ad affidare quasi tutta l’agricoltura alla benevolenza del cielo non è fatalità. È una scelta politica.


Riferimenti essenziali

Inter Press Service (IPS), “Investment in Irrigation Systems Is Vital in Preparing for the Next Climate Shock”, settembre 2026.

Noaa – Climate Prediction Center, aggiornamenti Enso, giugno e settembre 2026.

Fao, dati su agricoltura pluviale, irrigazione e risorse idriche africane.

Copernicus Climate Change Service, previsioni stagionali per l’Europa, settembre 2026.



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