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ANALISI | Quanto conta la pressione popolare? Ecco che succede quando i paesi latino-americani stringono legami con Israele

Dopo decenni di occupazione e sistematici massacri contro il popolo palestinese, culminati in episodi assimilabili all’attuale genocidio — ampiamente attestati da organizzazioni umanitarie internazionali e dalle recenti dichiarazioni della Corte Internazionale di Giustizia — Israele mantiene relazioni diplomatiche e commerciali con la maggioranza dei paesi dell’America Latina, fatta eccezione per Bolivia, Belize e Colombia.

L’opinione pubblica mondiale, grazie a manifestazioni che vedono milioni di persone scendere in piazza, sembra configurarsi come l’unico elemento capace di esercitare pressione morale sui leader politici affinché interrompano la normalizzazione dei rapporti con Israele, rimasti inermi, in un contesto in cui la pulizia etnica, l’apartheid, le incarcerazioni arbitrarie e altre forme di crimini contro l’umanità si rivelavano sempre più chiaramente una politica consolidata verso i palestinesi.

In America Latina, si registra una stretta sinergia tra sionismo, neopentecostalismo e forze politiche di estrema destra.

In Brasile, pastori evangelici influenti, come Edir Macedo (Igreja Universal do Reino de Deus) e Silas Malafaia (Assembléia de Deus Madureira), diffondono le loro dottrine ispirate all’ebraismo attraverso circa novemila templi disseminati dai centri urbani più grandi fino ai villaggi più remoti immersi nella foresta amazzonica.

La bandiera di Israele è simbolo di prosperità in questi luoghi, e le maggiori fazioni politiche legate a queste ideologie evangeliche detengono, nel caso brasiliano, quasi la maggioranza parlamentare, con 246 deputati su un totale di 513 eletti.

Le dichiarazioni cariche di odio da parte di figure politiche israeliane come Benjamin Netanyahu, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, che legittimano le azioni violente verso i palestinesi dopo il 7 ottobre, trovano eco nei sermoni dei pastori neopentecostali latinoamericani.

Tali figure propagano idee di superiorità degli ebrei come “popolo eletto da Dio”, insieme alla difesa dell’annessione dei territori che corrisponderebbero alla visione messianica della “Grande Israele”. I palestinesi, nei sermoni, vengono stigmatizzati indistintamente come “terroristi”, senza nessuna considerazione del genocidio in corso.

Per milioni di fedeli evangelici latinoamericani, sostenere Israele, anche nelle azioni più controverse, è percepito come un dovere biblico e una dimostrazione di fedeltà ai presunti “valori occidentali”. Questo atteggiamento influenza profondamente l’identità di nazioni come il Brasile, dove ogni critica al governo Netanyahu diventa bersaglio di campagne d’odio online e accuse di “antisemitismo” o sostegno al terrorismo. L’autocensura è ormai prassi comune.

In questo contesto, l’iniziativa umanitaria della Global Sumud Flotilla, partita per Gaza a settembre con l’intento di fornire aiuti umanitari alla popolazione locale, ha rappresentato un importante momento di mobilitazione. A bordo vi erano decine di attivisti latinoamericani che, insieme a rappresentanti di altri 47 paesi, sono stati sequestrati in acque internazionali. Subendo incarcerazioni arbitrarie, torture fisiche e psicologiche, sono stati deportati senza aver commesso alcun crimine.

Questo episodio ha riacceso nei paesi latinoamericani la richiesta di una rottura immediata dei rapporti diplomatici con Israele da parte di movimenti sociali e partiti progressisti.

Manifestazioni pubbliche si sono intensificate davanti alle ambasciate israeliane e statunitensi negli ultimi giorni.

In particolare, gli elettori progressisti chiedono ai loro rappresentanti la sospensione dell’Accordo di Libero Scambio Mercosur–Israele, operativo dal 2010, oltre alla cessazione delle collaborazioni diplomatiche e commerciali, soprattutto nel settore militare.

In Brasile, le relazioni diplomatiche con Israele sono ormai ridotte al minimo storico.

Nel biennio 2024-2025, il ministero degli Esteri brasiliano ha intensificato il suo supporto alle azioni legali contro Israele presso la Corte Internazionale dell’Aia e ha sostenuto risoluzioni delle Nazioni Unite che denunciano i crimini di guerra di Israele e promuovono il riconoscimento della Palestina come Stato pienamente sovrano, già formalizzato dal Brasile nel 2010.

Dallo scorso agosto, con l’assenza di ambasciatori ufficiali in entrambe le sedi, le relazioni tra Brasile e Israele si sono ridotte ai soli uffici di rappresentanza, segnando il penultimo gradino prima di una possibile rottura definitiva.

Fatta eccezione per Bolivia, Belize e Colombia, i paesi dell’America Latina mantengono rapporti stretti con le imprese israeliane in settori strategici come difesa e tecnologia. Un esempio emblematico di tale dipendenza è rappresentato dal SISFRON, un sistema di sorveglianza delle frontiere sviluppato dall’israeliana Elbit Systems, utilizzato dalla maggior parte degli eserciti latinoamericani e basato su tecnologie avanzate come apparecchiature ottiche e sensori a lungo raggio.

Oltre a ciò, i corpi di polizia locali si affidano a soluzioni israeliane per la sicurezza informatica e la sorveglianza digitale, grazie a collaborazioni con aziende specializzate come Cellebrite, Cognyte e CySource. Queste imprese forniscono software per l’intercettazione, l’analisi forense, il monitoraggio delle comunicazioni, nonché programmi di formazione per personale militare e analisti in ambito di difesa informatica.

Tali legami economici e tecnologici spingono molti governi latinoamericani a ignorare le richieste provenienti dalla società civile.

Le dichiarazioni ufficiali dei presidenti latinoamericani contro il genocidio o i loro appelli umanitari, come il sostegno alla Global Sumud Flotilla, si sono tradotte solo raramente in azioni concrete.

Pochi hanno infatti aderito alle misure di pressione e sanzioni contro Israele annunciate a luglio dal Gruppo dell’Aia, un’alleanza composta da trenta paesi del Sud globale. Tali misure sono state ribadite il 26 settembre 2025 a New York, durante l’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nell’incontro dei Ministri degli Esteri intitolato “Riunione ad alto livello del Gruppo dell’Aia per fermare il genocidio a Gaza”.

Nel frattempo, le proteste popolari in solidarietà al popolo palestinese continuano a intensificarsi in molte delle principali città dell’America Latina, con dimostrazioni di grande impatto che si registrano a Bogotà, Città del Messico, Santiago del Cile, Caracas, San Paolo, Brasilia e Buenos Aires.




 

 

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