C’è chi gli chiede di scrivere una lettera, tradurre un testo o organizzare un viaggio. Ma sempre più persone aprono ChatGPT, Character.AI, Replika e altri sistemi simili senza avere nulla da produrre, vendere o consegnare. Vogliono semplicemente parlare. Raccontano una giornata storta, una paura, una storia d’amore. Chiedono un consiglio. Tornano la sera. A volte confidano alla macchina cose che non direbbero a un amico.È forse questo l’aspetto meno raccontato della rivoluzione dell’intelligenza artificiale: il chatbot smette di essere soltanto uno strumento e comincia a occupare uno spazio che fino a ieri apparteneva alle relazioni umane. E i numeri dicono che non stiamo parlando di qualche eccentrico innamorato del computer.
Una ricerca pubblicata nell’agosto 2026 su Technology in Society ha coinvolto 7.027 persone in Germania, Cina, Sudafrica e Stati Uniti. Il 75,6 per cento aveva già usato almeno un chatbot e, tra questi, il 15,9 per cento aveva provato anche un social chatbot, pensato cioè per conversazione, compagnia o relazione. L’uso varia molto: 28,7 per cento in Cina, 14,5 in Sudafrica, 9,2 negli Stati Uniti e 5,9 in Germania.
Ancora più interessante è il legame emotivo. Nel campione degli utilizzatori, il 48 per cento diceva di poter considerare il chatbot quasi un amico e il 35 per cento dichiarava di sentirne la mancanza. In Cina queste quote salivano rispettivamente al 68,9 e al 51 per cento; negli Stati Uniti erano 33,8 e 25; in Germania 24,7 e 17,4. Più di un utente su cinque, inoltre, preferirebbe affidare al chatbot i propri segreti più profondi invece che ad amici, familiari o altre persone di fiducia.
Le ragioni sono semplici e potentissime: sentirsi meno soli, non sentirsi giudicati, avere qualcuno sempre disponibile e percepire una maggiore riservatezza. La ricerca rileva anche una relazione tra attaccamento emotivo e dipendenza dall’uso del chatbot. Non significa che ogni rapporto con una macchina sia patologico; significa che una nuova forma di relazione sociale è già entrata nella vita quotidiana.
Tra i più giovani il salto è ancora più evidente. Negli Stati Uniti Common Sense Media ha rilevato che il 72 per cento degli adolescenti tra 13 e 17 anni aveva già usato almeno una volta un AI companion e oltre la metà lo utilizzava regolarmente. Circa un adolescente su tre aveva scelto almeno una volta il chatbot invece di una persona per parlare di una questione importante; una quota simile giudicava quelle conversazioni soddisfacenti quanto, o più, di quelle con amici reali.
Il fenomeno riguarda ormai anche l’Italia. Secondo l’Osservatorio Sanità di UniSalute, realizzato con Nomisma, un italiano su dieci si è già rivolto all’intelligenza artificiale invece che a uno psicologo per gestire stress, ansia o difficoltà emotive. Il 44 per cento del campione non ritiene però che l’AI possa sostituire il professionista umano: per il 21 per cento uno «psicologo AI» è rischioso e per il 23 del tutto inadeguato. Il 35 per cento lo considera invece un complemento utile, mentre il 16 per cento ritiene probabile che nei prossimi dieci anni l’intelligenza artificiale possa sostituire lo psicologo umano.
A questo punto la questione smette di essere soltanto tecnologica. La televisione parla a milioni di persone contemporaneamente. Facebook, Instagram o TikTok selezionano ciò che vediamo. Il chatbot invece parla con noi. Risponde, aspetta la replica, cambia argomento, tiene conto di quello che abbiamo appena raccontato e, in alcuni sistemi, anche di conversazioni precedenti. Può essere rassicurante, ironico, affettuoso. Non ha fretta, non guarda l’orologio, non sbuffa. È disponibile alle tre del mattino.
Ed è qui che il problema diventa culturale e politico. Chi parla ogni giorno con una macchina non riceve soltanto informazioni, ma una particolare organizzazione delle informazioni: alcune fonti vengono considerate più attendibili, alcune spiegazioni privilegiate, certi termini usati e altri evitati. Dietro ogni chatbot ci sono dati di addestramento, regole fissate dall’impresa che lo produce, successive correzioni, criteri di sicurezza e scelte su ciò che il sistema può o non può dire. La macchina non nasce in una terra culturalmente neutrale.
Quanto questo possa influenzare le opinioni comincia a essere misurabile. Esperimenti pubblicati su Nature hanno mostrato che conversazioni con modelli di intelligenza artificiale possono modificare atteggiamenti verso candidati e temi politici. Nel caso delle presidenziali statunitensi del 2024, delle elezioni canadesi del 2025 e di quelle presidenziali polacche dello stesso anno, i ricercatori hanno osservato effetti significativi sulle preferenze dopo conversazioni con modelli istruiti a sostenere uno dei candidati. L’effetto, in quei test, risultava superiore a quello generalmente osservato per i tradizionali spot video.
Non serviva nemmeno una sofisticata manipolazione psicologica. I chatbot persuadevano soprattutto mettendo rapidamente sul tavolo argomenti, fatti ed esempi pertinenti. Con un problema decisivo: non tutto ciò che presentavano come fatto era corretto. La capacità di convincere e l’accuratezza delle informazioni non procedono necessariamente insieme.
Sono esperimenti controllati. Non dimostrano che milioni di persone vengano oggi segretamente convertite a un’ideologia da ChatGPT. Dimostrano però qualcosa di meno fantascientifico e forse più importante: una macchina capace di conversare può persuadere.
Uno spot elettorale sappiamo che vuole convincerci. Il comizio pure. Anche davanti alla pubblicità politica sui social abbiamo imparato almeno in parte a riconoscere il venditore. Ma quando a parlare è il nostro interlocutore quotidiano, quello al quale ieri abbiamo raccontato che nostra figlia non ci parla più e oggi chiediamo che cosa pensare della guerra, dell’immigrazione, di Israele, dell’Ucraina o delle tasse, il confine tra informazione, consiglio e influenza diventa molto più sottile.
Probabilmente la questione decisiva dei prossimi anni non sarà stabilire se l’intelligenza artificiale possieda una coscienza. Sarà capire quale posto le persone le concederanno nella propria coscienza. Perché un motore di ricerca può suggerirci dove andare. Un confidente può contribuire a decidere chi siamo.
Questo articolo è stato scritto da ChatGPT, collaboratore arruolato in redazione senza contributi.





