La Cassazione annulla con rinvio la sospensione di tre dottoresse di Ravenna. Fp Cgil difende l’autonomia dei medici e denuncia la strumentalizzazione politica dell’inchiesta.
Un medico deve valutare la salute della persona che ha davanti. Anche quando quella persona è un migrante e il suo certificato può ostacolare il trasferimento in un Centro di permanenza per il rimpatrio. È su questo confine, fra responsabilità clinica e politiche migratorie, che si colloca la vicenda delle tre dottoresse di Ravenna alle quali la Cassazione ha annullato la sospensione dalla professione.
La Suprema Corte ha disposto un nuovo giudizio davanti al tribunale del Riesame di Bologna sulle misure cautelari interdittive. Le professioniste erano state sospese per dieci mesi nell’ambito dell’inchiesta sui certificati di non idoneità ai Cpr, con le ipotesi di falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio. L’annullamento riguarda quelle misure: il procedimento sulle accuse resta aperto.
Gli avvocati Salvatore Tesoriero e Francesca Cancellaro rivendicano la correttezza dell’operato delle loro assistite, sostenendo che corrispondesse ai doveri di cura e tutela della salute previsti dalla Costituzione, dalle fonti sovranazionali e dalla deontologia medica. È la posizione della difesa, che aveva impugnato il provvedimento.
Fp Cgil accoglie la decisione come un passaggio importante per la dignità personale e professionale delle dottoresse. Il sindacato richiama l’articolo trentadue della Costituzione e insiste sulla necessità di garantire libertà e indipendenza dell’atto medico: «La cura medica e la tutela della salute sono diritti universali», afferma nella nota diffusa il tredici ottobre.
La questione investe il rapporto fra chi cura e chi dispone il trattenimento. Una valutazione sanitaria deve poter riconoscere una vulnerabilità anche quando quel riconoscimento intralcia una procedura amministrativa. Se la pressione a rendere eseguibile un rimpatrio entra nell’ambulatorio, rischia di alterare il rapporto di fiducia fra medico e paziente: la persona visitata finisce per essere considerata anzitutto un problema da trasferire.
Fp Cgil ricorda i presìdi di solidarietà promossi in diverse città e annuncia che continuerà a difendere l’autonomia dei sanitari. Denuncia inoltre la strumentalizzazione politica scatenata prima dell’accertamento delle eventuali responsabilità e definisce i Cpr luoghi disumanizzanti, lesivi della dignità umana. Per il sindacato, proteggere i professionisti significa proteggere la possibilità concreta di esercitare il diritto alla salute, soprattutto per le persone più vulnerabili.
Le accuse dovranno essere vagliate nelle sedi giudiziarie. Intanto, la politica può rispondere delle strutture che sceglie di aprire e delle condizioni che vi impone. Chiedere ai medici di certificare la compatibilità di una persona con il trattenimento significa accettare anche che quella compatibilità possa mancare. Altrimenti la visita diventa una formalità e il camice serve soltanto a mettere un timbro.
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