Uno spettro si aggira per l’Europa, scrive Inter Press Service riprendendo Marx ed Engels. Questa volta è l’ultranazionalismo. AfD in Germania, Rassemblement National in Francia, destre radicali dalla Scandinavia all’Italia. Cerchiamo le cause nella crisi economica, nell’immigrazione, nella paura, nella precarietà, nella scomparsa della sinistra dai quartieri popolari. Tutto vero. Ma continuiamo a dimenticare una parola: cultura.
E cultura significa anche informazione. Non Fox News, non Mediaset, non la propaganda dichiaratamente di destra. Quella almeno sappiamo riconoscerla. Pensiamo invece a una televisione considerata progressista come La7 e a una trasmissione condotta da due giornalisti seri come Marianna Aprile e Luca Telese.
Basta un frammento di una serata per avvertire un’amarezza. Si parla di antisemitismo, ma non si trova il tempo per ricordare che sulla definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance esiste da anni una discussione internazionale proprio per il rischio che alcune sue applicazioni finiscano per comprimere libertà accademica e libertà di espressione. E quasi nessuno ricorda che dal 2021 esiste anche la Jerusalem Declaration on Antisemitism, elaborata da studiosi dell’antisemitismo e dell’Olocausto, che prova precisamente a tracciare una linea rigorosa tra odio contro gli ebrei e critica di Israele, del sionismo e delle sue politiche.
Non significa minimizzare l’antisemitismo. Significa combatterlo senza trasformarlo in uno strumento che renda sospetta ogni critica a un governo israeliano.
Lo stesso vale per Netanyahu. Oggi una parte dell’Occidente sembra finalmente accorgersi che il premier israeliano è diventato politicamente impresentabile. Bene. Ma il giornalismo dovrebbe aggiungere immediatamente una domanda: Netanyahu è il problema o è diventato anche il modo più semplice per evitare di discutere il problema? Se domani le elezioni consegnassero Israele a un volto nuovo, più presentabile nei salotti europei, cambierebbero anche l’occupazione della Cisgiordania, gli insediamenti, l’espulsione dei palestinesi dalle loro terre e gli interessi economici e militari che attraversano da decenni i rapporti tra Israele, Stati Uniti ed Europa?
Non conosciamo la risposta. Ed è proprio questo il punto. Vorremmo che qualcuno facesse ancora le domande.
E non riguarda soltanto Israele e Palestina. Vale per l’Ucraina e la Russia, per il riarmo europeo, per le migrazioni, per il clima, per la sicurezza, per la salute mentale, per i femminicidi. Temi diversissimi che troppo spesso finiscono dentro lo stesso meccanismo: prima si stabilisce il campo giusto, poi si interpretano i fatti.
Dopo ci stupiamo perché una parte crescente della popolazione non ascolta più. Non crede ai giornali, considera il cambiamento climatico un’invenzione, se ne infischia della raccolta differenziata, volta lo sguardo davanti ai bambini palestinesi e magari applaude Vannacci.
Naturalmente non è colpa di una trasmissione televisiva. Sarebbe una spiegazione ridicola quanto quelle che stiamo criticando. Ma la cultura si costruisce per sedimentazione: una parola, un’omissione, una certezza ripetuta cento volte, una domanda che nessuno pensa più necessario fare.
L’estrema destra europea non è nata ieri sera davanti a un televisore. Però se vogliamo davvero capire perché cresce, prima o poi dovremo avere il coraggio di spegnere per un momento il riflettore puntato su di lei e accendere una piccola luce anche su di noi.
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