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DIPLOMAZIA | Perché l’Iran si trova ad affrontare scelte difficili dopo i colloqui sul nucleare con l’Oman

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha descritto i negoziati di venerdì con gli Stati Uniti a Muscat come “un buon inizio”, segnalando un cauto ottimismo ma sottolineando l’incertezza su ciò che accadrà in seguito.

In dichiarazioni rilasciate alla televisione di Stato dopo i colloqui, Araghchi ha affermato che le due parti hanno avuto discussioni indirette “intense e lunghe” e si sono scambiate “opinioni e preoccupazioni”. Ha aggiunto che “la continuazione dei negoziati è subordinata alle consultazioni nelle capitali”, suggerendo che la pista diplomatica resta aperta, seppur fragile.

Il ministro ha osservato che i negoziati con gli Stati Uniti si sono concentrati esclusivamente sulla questione nucleare. “Non stiamo discutendo di nessun’altra questione con gli americani”, ha affermato. L’Iran ha chiarito, ha aggiunto, “che il prerequisito per qualsiasi dialogo è astenersi da minacce e pressioni”.

Prima dei colloqui, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che Washington sta cercando un accordo che affronti il ​​programma nucleare di Teheran, la gittata dei suoi missili, il suo sostegno ai gruppi regionali per procura e il trattamento riservato al popolo iraniano. 

Mediati dall’Oman, i negoziati hanno riunito Araghchi e l’inviato statunitense Steve Witkoff, insieme ai loro team diplomatici di alto livello. L’incontro, avvenuto nel contesto del rafforzamento militare statunitense in previsione di una potenziale guerra con l’Iran, ha rappresentato una fase preliminare in cui entrambe le parti hanno delineato posizioni, richieste e proposte, senza tuttavia impegnarsi in trattative dettagliate.

Si ritiene che Teheran abbia insistito per porre fine alla pressione militare statunitense e ridurre il dispiegamento di truppe americane nella regione, mentre Washington sembra perseguire una duplice strategia: deterrenza e diplomazia. La presenza ai colloqui del capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, l’ammiraglio Brad Cooper, ha sottolineato questo approccio.

Per Teheran, la questione centrale ora è se l’apertura diplomatica potrà essere mantenuta o se non farà altro che ritardare uno scontro più profondo.

Crescente scetticismo intransigente 

In Iran, i colloqui sono stati presentati come un’operazione sia psicologica che diplomatica. I media statali hanno sottolineato la presenza del comandante del Centcom, definendola “guerra psicologica” e suggerendo che fosse intesa a esercitare pressione e a plasmare la percezione dei negoziati.

Gli analisti più intransigenti hanno reagito in modo contrastante ai colloqui: alcuni hanno visto i negoziati come un mix calcolato di diplomazia e coercizione, mentre altri hanno ritenuto che la deterrenza avrebbe dovuto essere al centro dell’attenzione, indicando le capacità missilistiche e dei droni e gli alleati regionali come fattori che modellano l’atmosfera. Questi analisti hanno sostenuto che, mentre Washington ha segnalato pressioni, Teheran ha cercato di aumentare il costo percepito dello scontro durante i negoziati, senza dare l’impressione di cedere sotto minaccia. 

Nonostante il tono cautamente positivo di Araghchi, le fazioni più intransigenti di Teheran rimangono profondamente scettiche. Ritengono che sia improbabile che la diplomazia abbia successo sotto pressione, insistendo sul fatto che sarà la forza militare, non i negoziati, a determinare i risultati finali. Hanno anche inquadrato i colloqui di Muscat come un test per verificare se Washington sia disposta ad abbandonare la sua strategia di combinare pressione e diplomazia, avvertendo che trasformare i negoziati in uno strumento di coercizione riduce le possibilità di un accordo duraturo.

“Se gli americani si rifiutano di negoziare nel quadro stabilito dalla Repubblica islamica, dovranno parlare con i nostri missili e droni”, ha scritto il parlamentare conservatore Ebrahim Rezaei in un post pubblicato venerdì X.

Un altro parlamentare, Rouhollah Nejabat, ha descritto l’approccio di Teheran come un duplice binario: diplomazia e deterrenza, sottolineando che sia i missili che le capacità nucleari dovrebbero rimanere strumenti strategici centrali. In un’intervista rilasciata venerdì ai media locali, ha insistito sul fatto che l’Iran non abbandonerà i colloqui, ma ha messo in dubbio la sincerità degli Stati Uniti, citando quella che ha definito una ripetuta malafede nell’ultimo anno.

Il fattore Israele e i timori di crollo

Le tensioni regionali continuano a plasmare il clima diplomatico. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avvertito che “si stanno creando le condizioni per raggiungere una massa critica che potrebbe portare alla caduta del regime iraniano”, riflettendo la preferenza di Israele per una pressione prolungata.

Tale retorica rafforza i timori interni all’Iran che la pressione militare esterna possa alimentare disordini interni, una preoccupazione accentuata dopo le recenti manifestazioni nazionali e la massiccia e mortale repressione dei manifestanti da parte del governo. I funzionari iraniani inquadrano sempre più i negoziati non solo come una questione di politica estera, ma come parte di una più ampia lotta per la stabilità del regime.

L’incontro di Muscat ha evidenziato le dinamiche chiave che daranno forma alla fase successiva. Sebbene la diplomazia rimanga viva, è ancora incerta. L’assenza di una svolta suggerisce che persistono profonde lacune, eppure nessuna delle due parti sembra pronta ad abbandonare i colloqui, poiché pressione e negoziazione si svolgono simultaneamente. 

I segnali militari statunitensi e i messaggi di deterrenza iraniani indicano che entrambe le parti stanno negoziando all’ombra di un potenziale conflitto. I colloqui sono ancora in una fase preliminare. In assenza di un quadro concordato, il percorso da seguire dipenderà in larga misura dalle decisioni politiche nelle due capitali.

Le opzioni non diplomatiche di Teheran

A quanto pare, la leadership iraniana conta sulla palese riluttanza di Trump a impegnarsi in un’altra guerra costosa e prolungata, che potrebbe ricordare gli interventi militari in Iraq e Afghanistan.

Tuttavia, qualora i negoziati fallissero e si profilasse un conflitto, l’Iran avrebbe diverse opzioni. Teheran possiede un arsenale stimato di circa duemila missili balistici in grado di colpire le basi statunitensi in Medio Oriente, dove sono di stanza migliaia di soldati americani. La strategia bellica dell’Iran include anche imbarcazioni veloci nel Golfo e lanci di massa di droni progettati per sopraffare i sistemi di difesa avanzati.

Nonostante le battute d’arresto nella guerra di Gaza, la Repubblica Islamica mantiene legami con i suoi alleati armati in Iraq, Libano e Yemen, che potrebbero colpire gli interessi statunitensi nella regione. Una mossa del genere, tuttavia, rischia di ampliare la guerra e di indebolire ulteriormente i gruppi sotto pressione internazionale.

Per ora, l’Iran sembra in bilico tra escalation e diplomazia, cercando di evitare la guerra pur mantenendo la propria influenza. 

Il cauto ottimismo di Araghchi suggerisce che Teheran non sta chiudendo la finestra diplomatica, ma l’assenza di progressi, unita alla pressione militare e allo scetticismo interno, sottolinea quanto il processo rimanga difficile e fragile.

Un corrispondente anonimo di Al Monitor da Teheran

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