Ci sono fotografie diplomatiche che raccontano il mondo meglio di molte dichiarazioni ufficiali. Quella scattata idealmente il 24 luglio nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ne contiene una piuttosto singolare: Stati Uniti, Russia e Israele dalla stessa parte, insieme ad Argentina, Burkina Faso, Corea del Nord, Mali, Nicaragua, Niger e Trinidad e Tobago. Dieci paesi contro la riconferma di Volker Türk alla guida dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.
Türk è stato riconfermato comunque, e con una maggioranza che lascia pochi dubbi: 144 voti favorevoli, dieci contrari e tredici astensioni. Resterà in carica dal 12 ottobre 2026 all’11 ottobre 2030 e sarà il primo Alto commissario, da quando l’incarico è stato istituito nel 1993, a completare due mandati pieni.
La notizia, ripresa da Inter Press Service, è interessante soprattutto se si smette per un momento di dividere il pianeta secondo le geometrie alle quali siamo abituati. Da una parte le democrazie occidentali, dall’altra le autocrazie; da una parte Washington, dall’altra Mosca; gli alleati e gli avversari, i buoni e i cattivi secondo la collocazione geopolitica del momento. Poi arriva un voto sui diritti umani e Stati Uniti, Russia e Israele finiscono nella stessa colonna.
Non significa naturalmente che abbiano le stesse responsabilità, gli stessi governi o le stesse ragioni. Significa qualcosa di forse più interessante: quando un organismo internazionale pretende almeno formalmente di giudicare le violazioni senza guardare la bandiera di chi le commette, le alleanze tradizionali possono improvvisamente scomporsi.
L’UOMO CHE DISTURBA I POTENTI
Volker Türk, giurista austriaco con una lunghissima carriera nelle Nazioni Unite, era arrivato alla guida dell’Alto commissariato nell’ottobre 2022. Proprio il suo curriculum tutto interno all’Onu aveva fatto temere a qualcuno un funzionario prudente, più incline alla diplomazia che allo scontro. Non è andata esattamente così.
Ha condannato l’invasione russa dell’Ucraina e denunciato le violazioni dei diritti umani provocate dalla guerra. Ha attaccato la repressione del dissenso in Nicaragua. Ha chiesto indagini sulle morti avvenute nei centri di detenzione per immigrati negli Stati Uniti. Ha denunciato ripetutamente le violazioni israeliane a Gaza e le sofferenze inflitte alla popolazione palestinese. Abbastanza per accumulare avversari molto diversi tra loro.
Washington ha cercato innanzitutto di rinviare il voto, sostenendo che la procedura scelta dal segretario generale António Guterres fosse troppo rapida e priva di un confronto adeguato. La richiesta statunitense è stata respinta. Mosca ha tentato una strada diversa: prorogare Türk soltanto fino al 31 dicembre 2026, lasciando al prossimo segretario generale dell’Onu la scelta sul mandato successivo. Anche questa proposta è stata bocciata: diciannove voti favorevoli, 71 contrari e 52 astensioni.
Alla fine si è votato sul secondo mandato completo. E sul tabellone sono comparsi i 144 sì, i dieci no e le tredici astensioni.
WASHINGTON MINACCIA IL PORTAFOGLIO
Lo scontro, però, non riguarda soltanto Türk. Gli Stati Uniti hanno accompagnato la loro opposizione con un avvertimento molto più pesante: Washington potrebbe riconsiderare il proprio coinvolgimento e i finanziamenti destinati al sistema delle Nazioni Unite. Non è una minaccia astratta. L’apparato internazionale per la tutela dei diritti umani attraversa già una grave crisi finanziaria, aggravata dalla riduzione del sostegno statunitense alle istituzioni multilaterali.
È qui che il voto assume un significato che supera la persona dell’Alto commissario. Un organismo incaricato di controllare gli Stati dipende economicamente, almeno in parte, dagli stessi Stati che deve controllare. E quando il controllore diventa scomodo, il finanziamento può trasformarsi in uno strumento politico.
Dopo il voto lo scontro è arrivato persino tra Stati Uniti e Francia. Parigi aveva criticato Washington per essersi ritrovata nella stessa minoranza di Russia e Corea del Nord. La delegazione americana ha reagito duramente, accusando la Francia di propaganda e contestando ancora una volta un sistema dei diritti umani ritenuto indulgente verso alcuni regimi e particolarmente aggressivo nei confronti degli Stati Uniti e di Israele. Non proprio l’immagine di un Occidente compatto nella difesa dell’ordine internazionale.
MA TÜRK NON È UN SANTO
Sarebbe però troppo comodo capovolgere semplicemente la fotografia e trasformare l’Alto commissario nel buono circondato dai cattivi.
Türk è stato criticato anche da organizzazioni della società civile e difensori dei diritti umani. Su Gaza gli viene rimproverato di avere denunciato atrocità e violazioni gravissime senza arrivare a qualificare esplicitamente come genocidio l’azione israeliana. Sulla Cina, e in particolare sulla persecuzione degli uiguri nello Xinjiang, molti giudicano la sua azione troppo prudente.
È precisamente questa ambiguità a rendere la vicenda interessante. Per Mosca Türk può essere troppo vicino all’Occidente. Per Washington può essere troppo ostile agli Stati Uniti. Per Israele è prevenuto contro lo Stato ebraico. Per altri è troppo prudente con Israele. Per alcuni attivisti è troppo morbido con Pechino. Forse non è la prova della sua imparzialità. Ma certamente è la dimostrazione della difficoltà quasi impossibile dell’incarico che ricopre.
I DIRITTI DEGLI ALTRI
C’è poi un particolare del voto che merita attenzione. Repubblica Democratica del Congo, Sudan e Siria hanno sostenuto la riconferma di Türk nonostante siano paesi sottoposti a un intenso scrutinio internazionale per le violazioni dei diritti umani. Tredici Stati si sono astenuti e altri non hanno partecipato al voto. La geografia è dunque molto meno ordinata di quanto suggeriscano le nostre categorie politiche. Ed è forse proprio questa la notizia.
Da decenni i diritti umani vengono utilizzati anche come strumento della politica internazionale. Diventano imprescindibili quando vengono violati dall’avversario e improvvisamente complicati quando bisogna guardarli dentro casa propria o in quella di un alleato. Mosca invoca sovranità e sicurezza. Israele invoca la propria sicurezza e il 7 ottobre. Washington rivendica la legittimità delle proprie politiche. Altri governi fanno esattamente lo stesso utilizzando parole differenti.
Ma un diritto che cambia a seconda del passaporto della vittima o della bandiera del carnefice smette di essere universale.
È questo, più ancora del destino personale di Volker Türk, che rende importante quel tabellone dell’Assemblea generale. Non perché Stati Uniti, Russia e Israele siano diventati improvvisamente alleati. Non lo sono. O perlomeno lo diventano quando conviene: gli interessi hanno questa straordinaria capacità di far apparire sospese persino le inimicizie più profonde.
E neppure perché chi ha votato a favore di Türk possa automaticamente ricevere un certificato di democrazia e rispetto dei diritti. Quel voto racconta qualcosa di più semplice e più scomodo: nel mondo del 2026 quasi tutti continuano a proclamare l’universalità dei diritti umani. Il problema comincia quando qualcuno prova ad applicarla anche agli amici, agli alleati e soprattutto a noi stessi.
È allora che la geografia dei nemici cambia improvvisamente.
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