Animali

DUE SPECIE | Prove generali di vita per cani e uomini

Nel campo compaiono un ciclista carico di pacchi, una mamma con il girello, una nonna con il carrello della spesa, un giardiniere e persino il rumore di uno sparo. Siamo arrivati al Centro Cinofilo Direwolf per Enea e abbiamo scoperto un mestiere molto più complicato dell’insegnare “seduto” e “terra”. E una professione che in Italia dispone di standard e percorsi di qualificazione, ma non di un albo obbligatorio.


Sono arrivata lì per Enea e ho cominciato a guardare gli altri cani. Dopo un po’ il campo sembrava essersi trasformato in un piccolo paese. Passava un uomo in bicicletta carico di pacchi, compariva una mamma con il girello, una nonna trascinava il carrello della spesa, più in là lavorava un giardiniere. Poi un rumore improvviso, simile a uno sparo. Non era teatro e soprattutto non era un circo per cani. Era la vita quotidiana ricostruita pezzo per pezzo, con i suoi rumori, le sagome insolite, gli oggetti ingombranti e gli imprevisti. Per noi una bicicletta è una bicicletta. Per un cane può essere qualcosa che arriva velocemente, produce rumore, porta sopra un essere umano e magari due enormi pacchi che ne modificano completamente la figura.

È stato allora che ho cominciato a capire che educare un cane può essere qualcosa di molto diverso dall’insegnargli seduto, terra, resta o dai la zampa. Significa prepararlo al mondo.

IL PICCOLO TEATRO DELLA REALTÀ

Al Centro Cinofilo Direwolf di Roma ero arrivata per seguire Enea, il cucciolo di Pastore Maremmano-Abruzzese, uno di quei grandi cani bianchi selezionati per secoli per vivere accanto alle greggi e proteggerle. Enea però la sua vita l’aveva cominciata in tutt’altro modo: trovato abbandonato, con una malformazione a una zampa e un carico di paure e traumi, è stato adottato ed è diventato uno dei protagonisti del Diario di Laura, attraverso il quale i lettori di Fotosintesi.info hanno imparato a conoscerlo. Al Direwolf lo abbiamo accompagnato anche in piscina. E mentre seguivo lui, ho cominciato a guardarmi intorno.

In piscina lo vedevo nuotare con il giubbotto galleggiante mentre l’operatore gli stava accanto. Non lo trascinava. Lo accompagnava, interveniva, aspettava. E sorrideva. È un particolare che può sembrare insignificante e che invece ho continuato a notare. Sorridevano gli operatori. Sorridevano i proprietari. C’era serena allegria tra le persone che portavano i propri cuccioli agli esercizi. E, soprattutto, sembravano divertirsi quelli che stavano lavorando.

Naturalmente un sorriso non è una certificazione professionale. Ma osservando più a lungo ci si accorgeva che dietro quella leggerezza apparente c’erano gesti precisi: avvicinarsi, aspettare, cambiare distanza, richiamare l’attenzione, premiare, riprovare. Gentilezza e tecnica non sembravano due cose diverse.

È esattamente su questo punto che la ricerca scientifica sul comportamento animale ha fatto passi importanti. L’American Veterinary Society of Animal Behavior raccomanda metodi basati sulla ricompensa nell’educazione e nella modificazione del comportamento del cane e considera quelli avversivi rischiosi per il benessere dell’animale e per la relazione con l’essere umano. La paura, del resto, non va cancellata. Sarebbe assurdo. È una risposta fondamentale per la sopravvivenza. Il problema nasce quando la paura travolge l’animale e decide al suo posto, trasformando una situazione normale in fuga, panico o reazione sproporzionata. Ed ecco allora tornare la nonna con la spesa, il ciclista, il girello, il giardiniere. Sono prove generali di vita.

NON COMANDI, MA COMUNICAZIONE

Abbiamo voluto controllare se quello che avevamo osservato corrispondesse almeno alla filosofia professionale dichiarata dal centro. Sul proprio sito Direwolf descrive l’educazione come un percorso nel quale il cane impara autocontrollo, comunicazione e competenze utili a vivere nell’ambiente umano. Nella pagina dedicata all’obbedienza utilizza una formula netta: «Non comandi, ma comunicazione».

Questo non significa rinunciare a seduto, terra, resta o richiamo. Significa cambiare il significato dell’esercizio. Direwolf dichiara di costruire progressivamente il lavoro aumentando distanza, durata e distrazioni, con l’obiettivo di far crescere insieme quello che nel linguaggio cinofilo viene chiamato binomio, cane e conduttore. Ed è forse qui che comincia il lavoro più difficile. Perché il cane deve imparare a vivere nel nostro mondo, ma anche noi dobbiamo imparare a vivere nel suo.

Un guinzaglio che si tende, una coda che cambia posizione, uno sguardo che cerca una via d’uscita, un corpo che si irrigidisce possono dire qualcosa prima che arrivi l’abbaio, lo strattone o la fuga. Educare non significa soltanto ottenere una risposta dall’animale. Significa insegnare all’essere umano che lo accompagna a osservare ciò che sta succedendo dall’altra parte del guinzaglio. E allora perfino il vecchio «seduto» cambia significato. Non più la dimostrazione pubblica che il cane ubbidisce al padrone, ma una parola di un linguaggio costruito tra due specie.

E CHI EDUCA L’EDUCATORE

A questo punto, però, la storia allegra del campo apre una questione meno allegra. Chi garantisce che la persona alla quale consegniamo il nostro cane sappia realmente fare tutto questo? In Italia esistono formazione, associazioni, registri e standard professionali. La norma UNI 11790:2020 definisce conoscenze, abilità e competenze dell’educatore cinofilo e dell’esperto cinofilo nell’area comportamentale. Ma la norma non istituisce alcun albo e, salvo una specifica previsione legislativa, il professionista non è obbligato a certificarsi secondo quello standard.

La legge 4 del 2013 disciplina le professioni non organizzate in ordini o collegi e stabilisce che il loro esercizio è libero, fondato su autonomia, competenze, responsabilità e indipendenza tecnica. Le associazioni possono attestare qualificazioni e l’eventuale conformità a una norma UNI, ma tali attestazioni non costituiscono in generale requisito necessario per esercitare l’attività. Esiste inoltre il Registro degli addestratori ENCI, con percorsi formativi, esami e codice deontologico, ma non equivale a un albo professionale pubblico obbligatorio per chiunque operi nel settore.

La differenza non è burocratica. Se devo insegnare a un cane a dare la zampa, forse posso anche accontentarmi di qualcuno che conosca quattro esercizi. Se devo lavorare sulla paura, sull’aggressività, sulla capacità di affrontare stimoli sconosciuti o su una relazione uomo-animale diventata difficile, competenza e improvvisazione possono produrre conseguenze opposte. La passione per gli animali è meravigliosa. Ma amare i cani non rende automaticamente educatori cinofili, così come amare i bambini non rende insegnanti.

E professionalità significa anche conoscere i propri limiti. Quando dietro un comportamento può esserci una condizione sanitaria o un vero disturbo comportamentale, entrano in gioco competenze veterinarie che non possono essere sostituite dall’educatore. Non tutto ciò che fa un cane è un problema di educazione e non tutto può essere risolto su un campo di addestramento.



LO STILE DIREWOLF

È qui che possiamo tornare a quello che abbiamo visto senza trasformare questo articolo in una pubblicità. Non possiamo sapere come lavori ogni giorno ogni singolo operatore di un centro cinofilo dopo averlo osservato per qualche giornata. Possiamo però raccontare quello che abbiamo visto, controllare le qualifiche dichiarate e confrontare metodo e principi esposti pubblicamente con quanto indicano le fonti professionali. E ciò che abbiamo visto al Direwolf ci è piaciuto.

Non perché Enea sia diventato improvvisamente un campione di nuoto. Non perché qualcuno gli abbia insegnato un esercizio spettacolare. Ma per qualcosa di molto meno appariscente: la serietà con cui sembrava essere costruita la serenità.

Quel piccolo paese artificiale con la nonna, il ciclista, il girello e il giardiniere non serviva a trasformare il cane in una macchina incapace di spaventarsi. Serviva a offrirgli occasioni controllate nelle quali conoscere pezzi del mondo e imparare ad affrontarli. E intorno c’erano gli esseri umani. Quelli con i guinzagli in mano, che imparavano insieme ai loro animali. Quelli che sbagliavano un movimento e ricominciavano. Quelli che aspettavano. Gli operatori che spiegavano. E quei sorrisi.

Forse è questo che mi è rimasto più impresso dopo essere entrato per tutt’altra ragione. Per insegnare a un cane a vivere serenamente insieme agli esseri umani occorrono studio, tecnica, esperienza e responsabilità. Ma osservando quel campo viene il sospetto che serva anche qualcosa che nessuna norma UNI riuscirà mai a certificare completamente: bisogna essere contenti di stare lì, insieme a loro.


FONTI ESSENZIALI

  • Legge 14 gennaio 2013, n. 4 – Disposizioni in materia di professioni non organizzate.
  • UNI 11790:2020 – Attività professionali non regolamentate: educatore cinofilo ed esperto cinofilo nell’area comportamentale.
  • ENCI – Registro degli addestratori cinofili e codice deontologico.
  • American Veterinary Society of Animal Behavior – Humane Dog Training Position Statement.
  • Federazione nazionale Ordini veterinari italiani (Fnovi) – indicazioni sui metodi educativi e sulla collaborazione tra professionisti.
  • Centro Cinofilo Direwolf – pagine «Chi siamo», «Educazione», «Obbedienza di base e avanzata», «Percorsi di rieducazione comportamentale».


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