In Fondo

EDITORIALE | Giorgia Meloni investe nella morte mentre l’Italia si impoverisce

Provate a fare la spesa.

Passate dal banco della frutta e della verdura. Fermatevi davanti alla carne. Aggiungete latte, pane, pasta, olio, qualche prodotto per la casa. Poi fate il pieno all’automobile. Tornate a casa e trovate la bolletta della luce, quella del gas, il mutuo o l’affitto, magari una visita specialistica da pagare perché il Servizio sanitario nazionale non riesce a garantirvela in tempi ragionevoli.

A quel punto aprite il giornale. Scoprirete che il problema dell’Italia non sembra essere il carrello della spesa, né il potere d’acquisto delle famiglie, né i salari che da anni rincorrono senza raggiungerlo il costo della vita. No. Il tema del giorno sono i missili. I carri armati. I droni. La deterrenza.

Il riarmo. La parola d’ordine è semplice: spendere di più per prepararci alla guerra.

Eppure, quasi nello stesso momento, l’Istat racconta un’altra storia.

A giugno la produzione industriale italiana è diminuita dell’1,0 per cento rispetto al mese precedente e dello 0,6 per cento rispetto a un anno fa. A soffrire maggiormente sono proprio i beni di consumo: quelli che finiscono nelle case degli italiani. Un segnale che racconta famiglie costrette a rinviare gli acquisti, mentre l’inflazione continua a erodere il potere d’acquisto e rende sempre più difficile arrivare alla fine del mese.

Dietro questi numeri ci sono persone. C’è la giovane coppia che rinvia un figlio perché non sa se riuscirà a pagare il mutuo. C’è il pensionato che sceglie tra il dentista e la bolletta. C’è il piccolo imprenditore che vede diminuire gli ordini. C’è il lavoratore che porta a casa uno stipendio sempre più leggero e un carrello sempre più pesante.

È questa l’Italia reale. Ed è dentro questa Italia che arriva una frase destinata a far discutere. Il capogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera, Riccardo Ricciardi, ha accusato il Governo e l’Europa di preferire «gli investimenti nella morte agli investimenti nella vita».

Un’espressione forte. Ma la domanda ancora più forte è un’altra.

Possiamo davvero chiedere nuovi sacrifici agli italiani per finanziare una corsa al riarmo, mentre il Paese continua a impoverirsi?

Mi piace già di più: entra prima nel vivo e arriva alla domanda senza rallentamenti.

Difenderci. È una parola che negli ultimi mesi abbiamo sentito ripetere centinaia di volte.

Difenderci. Rafforzare gli eserciti. Aumentare la deterrenza. Prepararci ai nuovi scenari internazionali.

È la narrazione dominante. Ma una democrazia vive di domande, non di slogan.

Difenderci da chi? Quale esercito sta preparando lo sbarco sulle coste italiane?

Quale Paese ha annunciato l’invasione dell’Italia? Quale minaccia imminente giustifica una corsa al riarmo destinata ad assorbire decine di miliardi di euro nei prossimi anni? Se il pericolo è davvero così vicino, i cittadini hanno il diritto di conoscerlo. Se invece non lo è, hanno il diritto di sapere perché il riarmo sia diventato la priorità dell’agenda politica.

Il Governo parla di sicurezza. Riccardo Ricciardi ribalta il ragionamento e denuncia una scelta che definisce un investimento «nella morte invece che nella vita».

Angelo Bonelli ricorda che, mentre aumentano le risorse destinate agli armamenti, l’Italia continua a fare i conti con una sanità pubblica in affanno, salari insufficienti e un sistema produttivo che perde competitività nel pieno di cambiamenti climatici che nessuno, ancora, sembra voler affrontare con la necessaria determinazione.

Ilaria Cucchi denuncia da anni carceri sovraffollate, servizi di salute mentale insufficienti e diritti troppo spesso sacrificati in nome dell’emergenza permanente.

Sono posizioni diverse, ma convergono sulla stessa domanda: quali sono oggi le vere emergenze del Paese?

Perché la sicurezza non coincide automaticamente con la quantità di armi acquistate.

Un Paese nel quale migliaia di giovani emigrano ogni anno, dove intere famiglie rinunciano alle cure e il lavoro non basta più per vivere dignitosamente, è davvero più sicuro soltanto perché possiede qualche missile in più?

E poi c’è un’altra parola che ritorna con impressionante regolarità.

Nemici.

Sembra che ogni stagione politica abbia bisogno del suo: il nemico esterno, il nemico interno. Il migrante. La potenza straniera. Chi protesta. Chi dissente. Come se una società potesse restare unita soltanto alimentando la paura.

La storia racconta altro. Ogni volta che la politica ha smesso di costruire ponti e ha iniziato a costruire nemici, qualcuno ha trovato un ottimo affare in quella paura. Cresce l’industria degli armamenti, arretra la diplomazia, rallentano la cooperazione scientifica e gli scambi culturali diventano sospetti.

Forse è questo il cambiamento più profondo che dovremmo osservare. Non ci stanno semplicemente chiedendo di acquistare nuovi sistemi d’arma. Ci stanno chiedendo di cambiare il nostro modo di guardare il mondo.

Di considerare normale investire nella capacità di distruggere, mentre diventa quasi rivoluzionario chiedere più risorse per la scuola, la ricerca, la sanità e la cultura.

È questo il passaggio che dovrebbe inquietare una democrazia. Perché una società che smette di investire nella vita finisce, inevitabilmente, per avere sempre bisogno di nuovi nemici.

Questo blocco è già più asciutto di circa il 20-25 per cento, ma secondo me è anche più incisivo.

La domanda, allora, non è soltanto chi siano i nostri nemici.

La domanda è un’altra.

Chi guadagna dalla paura?

Ogni volta che la politica pronuncia la parola riarmo, qualcuno firma un contratto. Non c’è nulla, sia chiaro, di illegittimo nel produrre armamenti. Ma sarebbe ingenuo dimenticare che quello della difesa è uno dei più grandi mercati del pianeta. Ogni escalation internazionale significa nuovi ordinativi, nuovi profitti, nuovi dividendi. Anche per questo la politica dovrebbe mantenere la massima lucidità quando decide se alimentare la corsa agli armamenti o investire con la stessa determinazione nella diplomazia.

Eppure, quando si parla di scuola, sanità, ricerca o salari, ci viene ripetuto che le risorse sono limitate. Gli enti locali devono ridurre la spesa. Le pensioni diventano un problema. Gli ospedali devono razionalizzare. La ricerca può aspettare.

Poi, improvvisamente, quando si parla di armamenti, i miliardi si trovano. Sempre. E in fretta.

Nessuno mette in discussione il diritto e il dovere di uno Stato di difendersi. La nostra Costituzione lo riconosce chiaramente all’articolo 52, quando afferma che «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Ma la stessa Costituzione, all’articolo 11, afferma anche un principio altrettanto solenne: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

È dentro questo equilibrio che dovrebbe misurarsi ogni scelta politica.

Difendersi non può significare rinunciare a costruire la pace. Così come investire nella sicurezza non può tradursi nel progressivo impoverimento della sanità, della scuola, della ricerca, del lavoro e della coesione sociale. Una democrazia è davvero forte quando riesce a tenere insieme questi due principi costituzionali: la difesa della Repubblica e il ripudio della guerra.

Perché un ospedale produce salute. Una scuola produce conoscenza. Un’università produce ricerca. Un laboratorio produce innovazione. Un asilo produce futuro.

Un missile produce una sola cosa: la capacità di distruggere un bersaglio.

È questa la differenza tra un investimento nella vita e un investimento nella morte.

Non è uno slogan. È la funzione stessa di ciò che decidiamo di finanziare.

E allora torniamo all’Italia. Quella vera. Non quella raccontata nei convegni sulla deterrenza.

L’Italia che fatica a fare la spesa. Quella che vede diminuire la produzione industriale, perde giovani ricercatori, invecchia, convive con liste d’attesa interminabili, lavoratori poveri e periferie dimenticate.

Davvero il problema più urgente è acquistare nuovi sistemi d’arma? Oppure è impedire che un Paese perda lentamente fiducia in sé stesso?

Perché la sicurezza non nasce soltanto dai confini. Nasce dalla coesione sociale. Dalla giustizia. Dal lavoro. Dalla salute. Dall’istruzione. Dalla cultura. Dalla ricerca.

Sono queste le fondamenta di una democrazia forte. E forse dovremmo smettere di accettare senza discutere un linguaggio che trasforma la guerra in un fatto normale.

Normale non è. Non può esserlo.

Ci ripetono che la pace si difende preparando la guerra.

È un’idea antica. Ma è anche un’idea che merita di essere verificata alla luce della storia.

Il Novecento è stato il secolo più armato e, insieme, il più sanguinoso. Questo primo quarto di secolo, dall’Ucraina al Medio Oriente, continua a ricordarci che ogni guerra viene presentata come inevitabile, necessaria, perfino risolutiva. Poi lascia dietro di sé città distrutte, economie in ginocchio, milioni di profughi e nuovi conflitti destinati a durare per generazioni.

Per questo la domanda non è se uno Stato abbia il diritto di difendersi. Quel diritto esiste e nessuno lo mette in discussione, anche se c’è sempre da non prendere per buona la versione mainstream su aggressore e aggredito. In genere, la verità è più articolata e complessa.

La domanda è un’altra. Quale idea di sicurezza stiamo costruendo?

Quella fondata sulla continua ricerca di nuovi nemici e sull’aumento della capacità di colpire?

Oppure quella che investe nella stabilità delle società, nella diplomazia, nella cooperazione internazionale, nella ricerca scientifica, nella scuola, nella sanità pubblica e nella lotta alle disuguaglianze?

Perché la sicurezza non dipende soltanto dalla forza di un esercito. Dipende anche dalla forza di una comunità, dalla fiducia nelle istituzioni, dalla qualità della democrazia, dalla possibilità di lavorare, curarsi, studiare e costruire una famiglia senza vivere nell’incertezza permanente.

Le guerre non iniziano il giorno in cui parte un missile. Iniziano molto prima, quando una società decide che investire nella capacità di distruggere sia più urgente che investire nella capacità di vivere.

La politica sarà giudicata anche da questo. Non da quanti sistemi d’arma avrà acquistato, ma da quante persone avrà aiutato a vivere con maggiore dignità.

Perché le grandi civiltà non vengono ricordate per il numero dei missili prodotti. Vengono ricordate per le idee che hanno saputo generare, per la conoscenza che hanno condiviso, per gli ospedali che hanno costruito, per le università che hanno aperto, per la cultura che hanno diffuso e per la pace che sono riuscite a preservare.

È questa la sfida che abbiamo davanti.

Non scegliere tra essere forti o essere deboli, ma decidere se la nostra forza debba continuare a misurarsi dalla capacità di fare la guerra o, finalmente, dalla capacità di rendere migliore la vita delle persone, soddisfacendo i loro bisogni materiali e le loro esigenze culturali.

Perché non si vive di solo pane. Ma se anche il pane diventa sempre più caro, significa che la politica ha già smesso di occuparsi della vita quotidiana delle persone.

La politica continuerà probabilmente a discutere di missili. Gli italiani, domani mattina, continueranno a fare la spesa.  È lì, molto più che nei convegni sulla deterrenza, che si misura la forza di un Paese.

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