Da Ipazia ad Aristotele, da Tommaso e Graziano fino agli autobus ultraortodossi e all’Afghanistan dei talebani: quando la differenza diventa gerarchia, il possesso trova una giustificazione. E nel 2026 l’Italia continua a contare le donne uccise.
Ipazia fu trascinata per le strade di Alessandria d’Egitto nel marzo del 415 dopo Cristo da una folla di cristiani guidata da Pietro il Lettore. La strapparono dal carro, la portarono nel Cesareo, la spogliarono, la uccisero con cocci o tegole aguzze, fecero a pezzi il suo corpo e ne bruciarono i resti. Non lo racconta un polemista anticristiano dei nostri giorni, ma Socrate Scolastico, storico cristiano del V secolo, che scrisse come quell’orrore avesse gettato discredito su Cirillo e sulla Chiesa di Alessandria.
Ipazia era una donna, ma soprattutto una donna che pensava, insegnava filosofia, matematica e astronomia, partecipava alla vita pubblica, incontrava i magistrati e parlava con gli uomini del potere senza appartenere a nessuno di loro.
Il 18 agosto 2026 Carmela Bifano è stata trovata morta in un terreno di sua proprietà a Corigliano-Rossano, in provincia di Cosenza. Aveva il cranio fracassato. Per l’omicidio è stato fermato il marito Pietro Scintu. Saranno le indagini e la magistratura a stabilire definitivamente responsabilità, movente e qualificazione del delitto.
Nel frattempo l’Italia conta le morte. All’8 agosto l’Osservatorio nazionale di Non Una di Meno aveva registrato quaranta femminicidi dall’inizio del 2026, oltre a due suicidi indotti di donne, altri casi ancora in corso di accertamento e almeno settantanove tentati femminicidi. Da Ferragosto altre sei donne sono state uccise in pochi giorni: Maria D’Alessandro, Tania Terrin, Ornella Forastefano, Michela Rubiu, Joanna Rouissi e Carmela Bifano. Aggiornando quel monitoraggio con la sequenza degli ultimi giorni si arriva dunque almeno a quarantasei casi, fermo restando che per alcuni spetterà alla magistratura stabilire la qualificazione giuridica dei delitti.
Al telegiornale della sera l’esperta spiega che non c’è raptus, non c’è malattia mentale: c’è l’uomo che si considera più potente della donna. Il giorno dopo arriva la storia di Joanna Rouissi, cinquant’anni, uccisa a coltellate dal marito Mohamed Habib Rouissi a Colleferro. Joanna aveva cercato di farlo curare, lo aveva accompagnato da uno psichiatra e si era rivolta alla Asl per i suoi crescenti disagi e gli episodi di violenza domestica. Lui aveva poi smesso di seguire le cure.
Non resuscitiamo dunque il vecchio e comodissimo «raptus di follia», che per decenni ha finito per trasformare l’assassino in una specie di temporaneo estraneo a se stesso. Ma evitiamo anche il dogma contrario. Se una donna aveva chiesto aiuto ai servizi sanitari perché temeva il comportamento del marito, raccontarlo non assolve l’uomo: racconta ciò che quella donna aveva visto prima di noi. Stendiamo dunque un velo pietoso sul negazionismo psichiatrico, figlio di una certa lettura basagliana ancora sorprendentemente resistente in parte della sinistra italiana, e prendiamo invece sul serio la parte più scomoda dell’obiezione di quelle intellettuali, comprensibilmente avvelenate dal susseguirsi di donne assassinate da compagni ed ex compagni.
Perché su una cosa potrebbero avere terribilmente ragione: l’uomo che uccide una donna non nasce la mattina dell’omicidio. E neppure il mondo che gli ha insegnato, per millenni, quale dovesse essere il posto di una donna.
Prima di Dio venne la Ragione
Non furono le religioni monoteiste a inventare il patriarcato. La storia è persino più scomoda, soprattutto per noi occidentali. Prima di Dio venne la Ragione.
O almeno quella Ragione con la maiuscola sulla quale l’Occidente ha costruito una parte enorme della propria identità e della propria pretesa di superiorità. Aristotele descrive il maschio come principio attivo della generazione e la femmina come materia, arriva a considerarla una sorta di maschio mancato e nella Politica stabilisce che la donna possiede la facoltà deliberativa, ma priva di autorità. Il maschio governa sulla femmina secondo natura.
Persino la faccenda apparentemente strampalata dei quaranta e dei novanta giorni nasce dentro questo edificio razionale. Nella biologia aristotelica il feto maschile raggiungerebbe prima di quello femminile determinati stadi della formazione: circa quaranta giorni contro novanta. Persino nell’utero, insomma, la femmina arrivava dopo.
È questo il passaggio che ci interessa. L’inferiorità della donna non viene più presentata come un sopruso dell’uomo sulla donna. Diventa descrizione del mondo. Natura. Ragione.
Le religioni monoteiste troveranno dunque una parte del lavoro già fatto. E aggiungeranno qualcosa di formidabile: alla presunta necessità naturale potranno affiancare l’autorità di Dio.
Nella tradizione cristiana attribuita a Paolo la donna deve tacere nell’assemblea, non deve insegnare all’uomo e la subordinazione viene ricondotta alla Genesi: prima Adamo, poi Eva; Eva ingannata dal serpente, poi la caduta. La moderna critica filologica discute l’autenticità paolina di alcuni di questi passi. Per la storia della subordinazione femminile cambia relativamente poco: per secoli sono stati letti, predicati e applicati come parola apostolica.
Poi arriva Tommaso d’Aquino e avviene il matrimonio perfetto. Aristotele viene battezzato.
La Summa Theologiae riprende il mas occasionatus, la femmina come maschio mancato rispetto al processo particolare della generazione. Tommaso precisa che nel disegno complessivo della creazione la donna è voluta da Dio, ma contemporaneamente scrive che è naturalmente soggetta all’uomo perché nell’uomo abbonda maggiormente il discernimento della ragione.
La Ragione aveva costruito la gerarchia. Dio poteva consacrarla.
Con Graziano e il diritto canonico arriva il passaggio successivo: la gerarchia diventa norma. La donna, anche se dotta e santa, non deve insegnare agli uomini nell’assemblea; incontra limitazioni nell’accusare in giudizio; la sua esclusione da determinate funzioni pubbliche viene collegata alla subordinazione conseguente al peccato.
Natura, Ragione, Dio, diritto.
Il patriarcato occidentale non si è limitato a ordinare alla donna di obbedire. Ha costruito per secoli gli argomenti necessari a dimostrare che fosse naturale, razionale, divino e infine legale che obbedisse.
Nessun uomo del 2026 ammazza la moglie perché prima di colazione ha letto Aristotele o perché la sera si porta Tommaso d’Aquino a letto. Sarebbe una sciocchezza sostenerlo. Ma per oltre duemila anni filosofia, religione, diritto, famiglia e istituzioni hanno raccontato agli uomini una storia straordinariamente coerente: lui era la ragione, lei il corpo; lui l’autorità, lei l’obbedienza; lui il soggetto, lei la relazione. E soprattutto lui poteva decidere quale fosse il posto di lei.
Prima ancora di diventare violenza, il possesso era stato pensiero.
Quando la Verità viene da fuori
È forse questo il difetto più profondo del metodo religioso: collocare la Verità fuori dall’essere umano e poi pretendere di far discendere da quella Verità l’ordine nel quale gli esseri umani devono vivere.
Se quell’ordine stabilisce che l’uomo viene prima della donna, lo spazio della discussione si restringe fino quasi a scomparire. Non è più l’opinione di un uomo. È la natura. È la Ragione. È Dio.
E sarebbe troppo comodo considerarlo un problema soltanto cristiano per arrivare poi a Kabul e consegnare la misoginia all’Islam.
Nell’ebraismo ultraortodosso israeliano le cosiddette linee Mehadrin hanno separato uomini e donne sugli autobus: uomini davanti, donne dietro, con accessi talvolta separati e prescrizioni sull’abbigliamento. Nel 2011 è dovuta intervenire l’Alta Corte israeliana per stabilire che la segregazione coercitiva sui mezzi pubblici era illegale. Non stiamo parlando di Teheran o Kandahar. Stiamo parlando di Israele.
Cambiano le Scritture. Il meccanismo può restare sorprendentemente simile: qualcuno interpreta una Verità superiore e stabilisce dove può sedersi una donna.
Il delitto d’onore era nostro
Prima di sentirci troppo moderni, però, conviene tornare a casa.
In Italia fino al 1981 sopravviveva il delitto d’onore: il codice prevedeva una pena enormemente più favorevole per chi uccideva la moglie, la figlia o la sorella nelle circostanze previste dalla norma per salvaguardare l’«onore suo o della famiglia».
Non erano i talebani. Eravamo noi.
E fino al 1968 l’adulterio della moglie era punito penalmente in maniera discriminatoria rispetto a quello del marito. Fu necessaria la Corte costituzionale per abbattere quella differenza. Il corpo femminile non apparteneva formalmente all’uomo, ma intorno alla sessualità della donna sopravviveva un sistema di controllo che riguardava l’onore maschile, la famiglia e perfino lo Stato.
Le leggi cambiano molto più velocemente delle culture.
Che cosa ci fa una donna per strada
Ed eccoci in Afghanistan.
Nell’Afghanistan talebano l’esclusione della donna è diventata sistema. Alle ragazze è vietata l’istruzione secondaria dal 2021, l’università dal 2022 e dal 2024 è stata colpita anche la formazione medica. Le scuole clandestine vengono perseguite, insegnanti e studentesse arrestate, la possibilità di lavorare e di muoversi nello spazio pubblico progressivamente compressa.
Fawzia Koofi, già vicepresidente del Parlamento afghano, parla di «apartheid di genere». Racconta donne fermate e interrogate semplicemente perché sono per strada: dove vai, perché sei fuori casa, che cosa hai da fare fuori se non puoi lavorare né studiare.
È una forma estrema e feroce di dominio. Ma la domanda che contiene è antichissima:
Che cosa ci fa una donna fuori dal posto che abbiamo deciso per lei?
Il talebano risponde: Dio ha stabilito l’ordine e noi ne interpretiamo la volontà. Per secoli una parte enorme dell’Occidente ha risposto: lo hanno stabilito Dio e la natura. L’uomo che nel 2026 perseguita la propria ex perché non accetta che possa vivere senza di lui non dice né l’una né l’altra cosa. Dice soltanto: «Se non sei mia, non sarai di nessuno».
Se non sei mia
Quell’uomo non sta scrivendo un trattato di filosofia. Quando controlla il telefono della compagna, pretende di sapere dove sia, la segue, la minaccia perché vuole lasciarlo, decide come debba vestirsi o con chi possa uscire, non cita Aristotele. Probabilmente non conosce neppure il significato della parola logos. Ma l’idea che la libertà di una donna costituisca una sottrazione di qualcosa che appartiene all’uomo ha una storia molto più lunga di lui. Questo non assolve nessuno. Al contrario, allarga le responsabilità.
La psichiatria deve fare la psichiatria quando esiste una patologia. I servizi sanitari devono intervenire quando una donna segnala un uomo pericoloso. Magistratura e forze dell’ordine devono proteggere chi denuncia. La scuola dovrebbe insegnare affettività, libertà e rispetto molto prima che la violenza abbia già preso forma. La politica dovrebbe smettere di credere che basti aumentare una pena quando una donna è già morta.
E noi dovremmo smettere di cercare una spiegazione unica.
Un disturbo psichiatrico non cancella una cultura patriarcale. Una cultura patriarcale non diagnostica una malattia mentale. Una pena più severa non sostituisce la prevenzione. Chiamare tutto «raptus» è irresponsabile quanto decidere in anticipo che la mente dell’assassino non debba mai essere indagata.
Ipazia fu fatta a pezzi ad Alessandria milleseicento anni fa da uomini cristiani convinti di trovarsi dalla parte della verità.
Nel 2026 abbiamo finalmente scritto la parola femminicidio nel codice penale. All’8 agosto Non Una di Meno contava quaranta femminicidi; da Ferragosto altre sei donne sono state uccise in pochi giorni.
Non siamo nell’Afghanistan dei talebani. Non siamo nell’Alessandria del 415. Non viviamo più sotto il diritto di Graziano e una donna non deve chiedere a Tommaso d’Aquino il permesso di pensare. Abbiamo cambiato le leggi, conquistato libertà e demolito buona parte di quel vecchio edificio.
Ma forse abbiamo ancora un ultimo errore da correggere. Quello che viene da molto lontano e che Aristotele aveva trasformato in Ragione: credere che dalla differenza debba necessariamente nascere una gerarchia.
Uomini e donne sono diversi. Profondamente diversi. Ed è forse la differenza più radicale che esista tra gli esseri umani. Non lo sono il colore della pelle, l’altezza, il luogo nel quale siamo nati, la lingua che abbiamo imparato da bambini. Sono differenze che la storia ha trasformato in razze, confini, superiorità e inferiorità, inventando classificazioni per poter poi stabilire chi dovesse comandare e chi obbedire.
Uomini e donne invece diventano realmente diversi. Ma essere diversi non significa essere disuguali.
È proprio questo che duemila anni di Ragione, religione e diritto hanno fatto tanta fatica ad accettare: la differenza non consegna a nessuno un potere sull’altro. Tutti gli esseri umani vengono al mondo uguali. Poi diventano uomini e donne, costruiscono identità, corpi, desideri, pensieri, relazioni. Diventano differenti senza perdere per questo un solo grammo della propria uguaglianza.
Diversi, ma uguali.
Forse la prevenzione del femminicidio comincia molto prima della polizia, dei tribunali e persino della psichiatria. Comincia quando un bambino impara che la bambina accanto a lui non è come lui e non deve diventarlo.
È diversa. Ed è esattamente sua uguale. Se riuscissimo finalmente a insegnare questo, non avremmo bisogno di stabilire quale sia il posto di una donna. Potremmo semplicemente lasciarlo decidere a lei.
Fonti essenziali
Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica, VII, 15 — testimonianza antica sull’uccisione di Ipazia.
Aristotele, Politica; Historia animalium; De generatione animalium — gerarchia dei sessi, generazione e formazione fetale.
Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 92 — mas occasionatus e subordinazione naturale della donna.
Graziano, Decretum — ricezione canonistica delle limitazioni alla presenza e capacità pubblica delle donne.
Osservatorio nazionale Non Una di Meno, dati 2026 aggiornati all’8 agosto — quaranta femminicidi, due suicidi indotti, cinque casi in accertamento e almeno settantanove tentati femminicidi.
Cronache nazionali, 15-20 agosto 2026 — sei donne uccise da Ferragosto: D’Alessandro, Terrin, Forastefano, Rubiu, Rouissi, Bifano.
Alta Corte di giustizia israeliana, decisione 2011 sulle linee Mehadrin — illegittimità della segregazione coercitiva sui mezzi pubblici.
Fawzia Koofi / Inter Press Service, agosto 2026; Nazioni Unite, agosto 2026 — restrizioni talebane contro donne e ragazze in Afghanistan.
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