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EUROPE | In ordine sparso senza sapere dove andare. E ora dove lo metto il Vecchio continente

Welfare e suicidi, diritti e discriminazioni, sicurezza e paura, ambiente e riarmo. Tredici Paesi raccontano un continente senza una direzione comune e senza una teoria economica, sociale e della realtà umana capace di tenere insieme progresso, libertà e benessere.


Tredici Paesi, tredici direzioni. Abbiamo messo uno accanto all’altro Italia, Francia, Germania, Spagna, Grecia, Finlandia, Danimarca, Svezia, Norvegia, Polonia, Ungheria, Russia e Ucraina. Welfare, sanità, suicidi, dipendenza da alcol, diritti, donne, immigrati, carceri, sicurezza, ambiente, armi e guerra. Non per stabilire dove si viva meglio, ma per capire se dietro politiche tanto diverse esista ancora qualcosa che possa essere chiamato modello europeo. Non lo abbiamo trovato. Esiste un continente chiamato Europa ed esiste l’Unione europea, che ne comprende soltanto una parte, ma non un corpo politico e culturale unitario. Finlandia e Grecia, Spagna e Ungheria, Francia e Russia, Polonia e Italia hanno idee profondamente differenti della famiglia, dello Stato, della religione, dell’immigrazione, della guerra, della libertà, della sessualità e della natura. I dati mostrano Stati che procedono in ordine sparso e, dietro le loro contraddizioni, una domanda ancora più difficile: quale idea dell’essere umano sostiene davvero le società che abbiamo costruito?

TRE SOCIETÀ NELLO STESSO PAESE

Per provare a rispondere abbiamo separato tre livelli. Il primo è lo Stato: ciò che finanzia, proibisce, riconosce e protegge — welfare, sanità, diritti civili, carcere, cittadinanza, armi, ambiente. Il secondo è la società reale: suicidi, dipendenza da alcol, omicidi, femminicidi, discriminazione, lavoro, povertà, sovraffollamento carcerario, disagio mentale. Il terzo è la società percepita: il criminale che immaginiamo, lo straniero che temiamo, la guerra che aspettiamo, il nemico che vediamo arrivare, la sicurezza che crediamo di avere perduto. È nella distanza fra queste tre società che emergono i dati più interessanti.

IL WELFARE CURA MOLTO. NON CURA TUTTO

La Finlandia destina alla protezione sociale oltre il trenta per cento del Pil; Francia, Germania, Italia, Danimarca e Svezia mantengono sistemi di welfare molto più robusti di Ungheria e di gran parte dell’Europa orientale. Significa sanità, pensioni, sostegno alla disoccupazione, disabilità, famiglia: sarebbe assurdo concludere che il welfare non serva. Eppure Finlandia, Svezia e altri Paesi nordici continuano a presentare indicatori non trascurabili di suicidio, disagio mentale, dipendenza da alcol o violenza nelle relazioni. Non significa che il welfare produca disagio: significa che non basta a spiegare l’essere umano. C’è inoltre un problema statistico: una società che riconosce meglio la depressione può registrarne di più; una donna che sa dare un nome alla violenza può farla comparire dove altrove resterebbe nascosta. Una statistica peggiore può essere anche il segno di una società che riesce a guardarsi meglio. Ma non può diventare un alibi: i suicidi sono morti, la dipendenza distrugge esistenze, le donne uccise non sono costruzioni statistiche.

I DIRITTI SERVONO. NON FANNO MIRACOLI

La Spagna è ai vertici europei per le garanzie LGBTQIA+; Germania, Scandinavia e, per chi ragiona ancora per vecchi stereotipi, Grecia sono molto più avanti dell’Italia. Ungheria e Polonia sono molto indietro, la Russia quasi fuori scala. Questi numeri non misurano quanto benessere viene garantito a un gay in quel Paese: misurano ciò che lo Stato riconosce e protegge. È precisamente la distanza fra quella carta e la vita che ci interessa. Incrociando diritti, suicidio, disagio mentale e alcolismo non compare alcuna relazione semplice: ci sono società con molti diritti e pochi suicidi, società con molti diritti e più suicidi, società con pochi diritti e molto disagio. I diritti civili non rendono automaticamente felici; togliere diritti, però, non guarisce nessuno.

SPAGNA, UNA SORPRESA

Fra i Paesi osservati, la Spagna è quella che più spesso rompe lo schema: diritti LGBTQIA+ molto avanzati, buona posizione sull’uguaglianza fra uomini e donne, suicidio relativamente contenuto, nessuna emergenza carceraria paragonabile a Francia e Italia. Poi guardiamo quale lavoro facciamo fare agli immigrati laureati. Prendiamo cento cittadini extra-Ue laureati che lavorano: in Spagna cinquantasei svolgono un mestiere per il quale quella laurea non è richiesta; in Italia sono sessantaquattro, quasi due su tre; in Grecia quasi settanta. La media Ue è circa quaranta, mentre fra i cittadini che lavorano nel proprio Paese accade a circa ventuno su cento. Non significa che esistano lavori di serie B: significa che conoscenze e formazione già possedute vengono in gran parte sprecate. È una disuguaglianza meno appariscente di un diritto negato: ti riconosco come persona, ma molto più spesso che a un cittadino nato nel Paese non utilizzo ciò che sai fare.

ITALIA, IL PAESE SICURO CHE HA PAURA

L’Italia consegna una delle contraddizioni politiche più nette. La quota di persone che segnala criminalità, violenza o vandalismo nel proprio quartiere è diminuita fortemente negli ultimi anni e gli omicidi restano relativamente bassi nel confronto europeo. Eppure sicurezza e immigrazione occupano una parte enorme del discorso pubblico. Contemporaneamente abbiamo carceri gravemente sovraffollate, una sanità finanziata molto meno di Germania e Francia e una quota altissima di immigrati laureati utilizzati sotto le loro competenze. Possiamo vivere in un Paese relativamente sicuro e sentirci continuamente in pericolo. A quel punto la paura diventa un fatto politico autonomo. I dati mostrano inoltre che criminalità, violenza e vandalismo vengono percepiti maggiormente dalle persone povere. Forse una parte di ciò che chiamiamo emergenza sicurezza è innanzitutto povertà, marginalità, degrado e servizi assenti. Ma la povertà è difficile da trasformare in un nemico. Lo straniero è molto più semplice.

FRANCIA, WELFARE E CELLE

La Francia spende quasi un terzo del Pil in protezione sociale e contemporaneamente presenta un sovraffollamento carcerario gravissimo. Non dobbiamo decidere quale delle due France sia autentica: lo sono entrambe. Lo Stato sociale può convivere con lo Stato penale. Una società può redistribuire reddito, finanziare ospedali e nello stesso tempo ammassare esseri umani nelle carceri. Anche questa è una domanda sulla salute mentale collettiva: che cosa facciamo dell’altro quando non sappiamo più che cosa farne?

LE DONNE, LA PROVA PIÙ DURA

I Paesi nordici sono ai vertici dell’uguaglianza di genere; Francia e Spagna seguono, mentre Italia, Grecia, Polonia e soprattutto Ungheria sono più indietro. Poi arrivano gli omicidi dentro la relazione. In Germania nel 2022 137 donne sono state uccise dal partner o dall’ex partner: erano l’87 per cento delle vittime di omicidio commesso da un partner. È un dato che abbiamo ricontrollato proprio perché stona con l’immagine che abbiamo della Germania. Non serve trasformarlo in una classifica europea della misoginia: definizioni e sistemi di registrazione differiscono. Serve però a distruggere un’altra illusione. Una donna può vivere in una democrazia ricca, avere un sistema sanitario eccellente, votare, lavorare, divorziare, diventare cancelliera e continuare a rischiare di essere uccisa dall’uomo con cui vive o ha vissuto. Il diritto è indispensabile, ma evidentemente non penetra automaticamente nella relazione umana.

GERMANIA, LA MEMORIA NON È UN VACCINO

La Germania diventa così uno dei punti centrali della ricerca. Probabilmente nessun altro Paese europeo ha compiuto un lavoro pubblico altrettanto vasto sulla propria responsabilità nazista: scuola, memoria, monumenti, Shoah, rapporto con Israele, identità costituzionale. Eppure nell’agosto 2026 AfD è arrivata al 27 per cento nei sondaggi nazionali contro il 22 della Cdu/Csu; in Sassonia-Anhalt è rilevata al 41 per cento contro il 24 della Cdu. Contemporaneamente la Germania sta compiendo uno dei maggiori riarmi della propria storia recente. Poi ci sono quei 137 omicidi di donne da parte del partner o ex partner e il rapporto storicamente eccezionale con Israele, costruito comprensibilmente sulla Shoah ma diventato anche una lente problematica davanti alla devastazione di Gaza. Nessuna di queste cose dimostra l’esistenza di un eterno carattere autoritario tedesco, e metterle in un’equazione sarebbe antistorico. La loro contemporanea presenza pone però una domanda culturale che non possiamo evitare. La Germania ha fatto i conti con il nazismo; la domanda è se fare i conti con il passato significhi aver compreso tutti i meccanismi umani che lo hanno reso possibile. La memoria non è un vaccino.

POLONIA E FINLANDIA, IMPARARE A SPARARE

La Finlandia è una società di welfare molto avanzato, la Polonia molto meno. Eppure entrambe stanno riportando la preparazione militare dentro la vita civile. In Finlandia crescono riservisti, esercitazioni e poligoni; in Polonia lo Stato punta a rendere l’addestramento militare volontario una pratica di massa. La Russia non è un nemico inventato: ha invaso l’Ucraina e Finlandia e Polonia hanno motivi storici e geografici seri per temerla. La domanda è un’altra: che cosa accade mentalmente a una società quando prepara ordinariamente i propri cittadini alla possibilità della guerra, quando imparare a sparare torna a essere considerato un normale comportamento civile? Si può preparare la guerra per impedirla: si vis pacem, para bellum. Ed eccoci ancora lì.

UNGHERIA, LA SOCIETÀ CONSERVATRICE CHE NON RISOLVE IL DISAGIO

Se i problemi della Scandinavia dimostrassero che welfare, emancipazione e libertà producono società malate, l’Ungheria dovrebbe mostrarci il contrario. Non accade. Welfare e sanità sono relativamente deboli, i diritti LGBTQIA+ molto ridotti, l’uguaglianza di genere arretrata, il tasso di incarcerazione elevato; nelle serie esaminate compaiono inoltre livelli preoccupanti di suicidio e dipendenza da alcol. Eppure la percezione di criminalità, violenza o vandalismo nel proprio quartiere è relativamente bassa. Una società può essere politicamente attraversata dalla paura dell’immigrazione, dalla difesa dell’identità e dalla retorica della minaccia e contemporaneamente dichiarare che sotto casa propria non succede quasi nulla.

UOMO LUPO

Molto prima della Nato, dell’Unione europea e dello Stato nazionale, Plauto aveva scritto homo homini lupus: l’uomo è un lupo per l’altro uomo. Secoli dopo Hobbes avrebbe trasformato quell’immagine in una delle rappresentazioni più potenti della politica occidentale: senza un potere capace di contenerlo, l’essere umano rischia la guerra di tutti contro tutti. Mors tua, vita mea. Non è l’unico pensiero prodotto dall’Occidente. Aristotele ci ha consegnato l’essere umano come zoon politikon, animale fatto per vivere con gli altri, ma anche gerarchie considerate naturali, compresa quella fra libero e schiavo e quella fra uomo e donna. Poi sono arrivate le religioni: hanno prodotto solidarietà, cura e comunità, ma anche colpa, obbedienza, gerarchie ed esclusioni. E quando Dio è uscito dalla stanza sono rimaste altre credenze assolute: nazione, razza, mercato, Occidente, crescita, deterrenza, nemico. Parole laiche che possono funzionare come una fede quando smettiamo di verificarle nella realtà. Prevale ancora troppo spesso il mors tua, vita mea. Manca una ricerca sulla realtà umana.

AMBIENTE, SAPPIAMO E CONTINUIAMO

Questo vale anche per la natura. Disponiamo probabilmente della conoscenza ambientale più sofisticata della nostra storia e sappiamo che cosa sta accadendo. Eppure l’Agenzia europea dell’ambiente giudica ancora cattivo lo stato complessivo della natura europea: l’81 per cento degli habitat protetti valutati è in condizioni povere o cattive, mentre consumo di suolo e mare, sovrasfruttamento, inquinamento e cambiamento climatico continuano a esercitare pressione sugli ecosistemi. Non possiamo più dire che non sapevamo. Eppure continuiamo a produrre, consumare, cementificare, volare, bruciare combustibili, impoverire suoli e acque. La contraddizione ambientale è forse la forma più pura del problema incontrato ovunque: conoscere la realtà non significa necessariamente riuscire ad agire secondo la realtà.

UCRAINA, LA GUERRA NON CANCELLA LA CONFUSIONE

La guerra rende l’Ucraina incomparabile con gli altri Paesi. Ma essere aggrediti non trasforma automaticamente uno Stato in una democrazia perfetta né cancella corruzione, oligarchie, conflitti sulle istituzioni di controllo e tensioni politiche. Questo non rende meno illegale l’invasione russa. Significa rifiutare il meccanismo infantile secondo cui, appena riconosciamo la vittima di un’aggressione, dobbiamo attribuirle tutte le virtù. In questo pezzo di Occidente la guerra ha reso più evidente una grande confusione: la diplomazia viene invocata mentre aumentano armi e missili, la pace mentre si prepara la deterrenza, la democrazia mentre la guerra comprime elezioni e diritti. Sempre più spesso sembriamo incapaci di distinguere spiegare da giustificare, capire da schierarsi, conoscere da credere.

IL MISTERO RUSSIA

E poi resta la Russia, forse il Paese che conosciamo peggio proprio perché crediamo di conoscerlo meglio. Autoritarismo, repressione, corruzione, oligarchie, guerra, alcolismo, suicidi, diritti civili compressi: i dati non consentono romanticismi. Ma resta qualcosa che non comprendiamo. La Russia ha attraversato invasioni, rivoluzioni, guerre civili, carestie, nazismo, decine di milioni di morti, collasso dell’Unione Sovietica, privatizzazioni selvagge, impoverimento, sanzioni e oggi un’altra guerra. Eppure non sembra voler morire per noxa esterna. Non significa che Putin abbia ragione. Significa ammettere che una società di oltre cento milioni di persone non può essere spiegata soltanto attraverso Putin. Che cosa la tiene insieme? Famiglia, memoria, identità, comunità, nazionalismo, paura, abitudine alla sofferenza, capacità di adattamento, una diversa relazione fra individuo e collettività? Non lo sappiamo. Ed è forse una delle cose più serie che possiamo scrivere: non lo sappiamo. Una ricerca sulla realtà umana deve riconoscere anche il punto nel quale la realtà continua a sfuggirle.

IL FILO CHE RESTA

Alla fine siamo tornati all’inizio. Avevamo cercato welfare e abbiamo trovato suicidi; libertà e discriminazione; sicurezza e paura; integrazione e laureati impiegati in lavori che non richiedono la loro formazione; uguaglianza e donne uccise dal proprio compagno; pace e civili che imparano a sparare; sensibilità ambientale e società consapevoli che continuano a consumare ciò che sanno essere indispensabile alla propria sopravvivenza; memoria del nazismo e un’estrema destra nuovamente prima nei sondaggi tedeschi. Avevamo cercato l’Europa e abbiamo trovato molte Europe. Dietro indicatori così diversi compare però un filo: continuiamo a progettare economie, istituzioni, welfare, eserciti e diritti senza possedere una teoria condivisa della società e, ancora meno, una ricerca sufficiente sulla realtà umana.

Continuiamo troppo spesso a partire dall’idea dell’essere umano aggressivo, competitivo, egoista e separato dagli altri: homo homini lupus, mors tua, vita mea. La sicurezza viene pensata contro qualcuno, la ricchezza in competizione con qualcuno, il confine contro qualcuno, la guerra contro qualcuno. Poi ci meravigliamo della paura, della solitudine, della violenza, della dipendenza e della depressione. È qui che la salute mentale riappare, non come tema dell’inchiesta ma come uno dei suoi risultati più scomodi: forse abbiamo guardato troppo a lungo il disagio come proprietà del singolo individuo, separandolo dalla società che lo circonda.

Il depresso va dallo psichiatra, l’alcolista al servizio per le dipendenze, il violento in carcere, il suicida diventa una statistica, il razzista un problema politico, il soldato un problema militare, la donna uccisa un femminicidio, il pianeta che brucia un problema ambientale. Le cause sono diverse e le responsabilità non vanno confuse. Ma possiamo almeno chiederci se siano anche manifestazioni del rapporto che una società costruisce fra gli esseri umani e con la realtà che li circonda. Non soltanto che cosa c’è che non va in quella persona, dunque, ma che cosa abbiamo capito dell’essere umano per costruire società nelle quali possa stare bene insieme agli altri.

Dopo migliaia di anni di religione, filosofia, politica, guerre, rivoluzioni, capitalismo, socialismo, democrazia e progresso scientifico, questa domanda resta sorprendentemente aperta. Il progresso dell’umanità non procede in linea retta e nessuno dei tredici Paesi offre una direzione definitiva. Non fra Finlandia e Ungheria, non fra Spagna e Russia, non fra destra e sinistra: la distanza più difficile da misurare resta quella fra quanto sappiamo costruire intorno all’essere umano e quanto poco continuiamo a sapere dell’essere umano stesso. E ora dove lo mettiamo il Vecchio continente? In ordine sparso, per ora. Chi vivrà vedrà.


FONTI PRINCIPALI

• Eurostat: migrazione e sovraqualificazione degli occupati extra-Ue (2023); criminalità, violenza e vandalismo percepiti; statistiche europee su omicidi e popolazione.

• Ocse: Social Expenditure Database e Health Statistics.

• Consiglio d’Europa, SPACE: popolazione detenuta, tassi d’incarcerazione e sovraffollamento.

• Eige: Gender Equality Index e dati amministrativi sulla violenza di genere; Germania 2022: 137 donne uccise da partner o ex partner.

• Ilga-Europe: Rainbow Map 2026.

• Agenzia europea dell’ambiente: Europe’s Environment 2025; biodiversità e stato degli habitat.

• Reuters, agosto 2026: sondaggi AfD in Germania e quadro politico della Sassonia-Anhalt.




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