Una petroliera carica di diesel russo viaggia verso il Marocco. Washington allenta le sanzioni, Mosca riapre le esportazioni e l’Agenzia internazionale dell’energia accelera il ricorso alle scorte d’emergenza. Il carburante racconta quanto valgono le alleanze quando salgono i prezzi.
Quarantamila tonnellate di gasolio, caricate il 13 ottobre nel porto russo di Primorsk e dirette verso il Marocco. Una petroliera attraversa il mercato mondiale e illumina la politica internazionale meglio di molti vertici diplomatici: mentre la guerra in Ucraina continua, Washington e Mosca trovano un accordo sul carburante. La spedizione, segnalata da Reuters sulla base dei dati di navigazione Lseg, segue la parziale riapertura delle esportazioni russe del 10 ottobre.
Il giorno precedente Donald Trump aveva annunciato l’intesa con Vladimir Putin: gasolio russo sui mercati americani e internazionali, accompagnato da un temporaneo allentamento delle sanzioni statunitensi. Il programma annunciato supera complessivamente 4,8 milioni di tonnellate, attraverso consegne successive, in parte subordinate alle condizioni delle raffinerie russe. Una promessa di forniture la cui realizzazione dipende anche dai danni provocati dagli attacchi ucraini.
La convenienza politica è evidente. Trump affronta le elezioni di metà mandato del 3 novembre con il carburante che pesa sui bilanci di agricoltori, trasportatori e famiglie. Putin ottiene la riapertura di un canale commerciale e una crepa nella pressione occidentale. Kiev protesta perché quelle vendite portano risorse alla Russia che la sta invadendo. L’accordo ha sollevato obiezioni anche nel Congresso americano, comprese quelle di esponenti repubblicani.
Il Marocco è uno degli approdi di questa diplomazia del gasolio. Per un Paese importatore, trovare carburante significa contenere una pressione che attraversa trasporti, distribuzione e prezzi delle merci. Ma una nave, per quanto carica, offre un sollievo circoscritto dentro una crisi molto più grande.
Il 15 ottobre l’Agenzia internazionale dell’energia ha deciso di accelerare il rilascio delle quantità ancora disponibili nell’intervento d’emergenza avviato a marzo per la crisi dello Stretto di Hormuz. I programmi comprendono oltre venti milioni di barili di diesel da immettere sul mercato il prima possibile. Si stanno utilizzando riserve accumulate proprio per affrontare interruzioni gravi delle forniture.
Il problema riguarda anche la capacità di trasformare il petrolio in carburante. Le interruzioni delle esportazioni mediorientali e russe hanno prosciugato scorte e ristretto l’offerta. Nel rapporto di ottobre, l’Agenzia segnala che le esportazioni mondiali di gasolio sono state mediamente inferiori del 10 per cento nei primi nove mesi del 2026 rispetto a un anno prima. La ricostituzione delle riserve richiederà tempo anche quando la produzione tornerà a crescere.
La guerra contro l’Iran condotta dagli Stati Uniti e da Israele sconvolge le rotte energetiche del Golfo; l’invasione russa dell’Ucraina e gli attacchi alle infrastrutture alimentano altre interruzioni. I danni si sommano lungo le filiere. Il rincaro del gasolio entra nel camion che trasporta gli alimenti, nel trattore che lavora i campi, nei costi delle imprese. Alla fine raggiunge anche chi un’automobile non ce l’ha.
Trump cerca nel carburante di Putin una risposta ai prezzi alimentati anche dalla propria guerra in Medio Oriente. L’intesa commerciale procede mentre la soluzione politica dei conflitti resta bloccata. Sugli affari si può trattare subito; per fermare le armi si continua a chiedere tempo.
Anche in Italia il governo cerca riparo dai rincari. Roma e Bruxelles hanno raggiunto un’intesa preliminare sul decreto Bollette: si lavora a un tetto convenzionale al prezzo del gas usato dalle centrali elettriche, accompagnato da compensazioni. È un intervento sul mercato dell’elettricità, distinto da quello del gasolio, ma dentro la stessa esposizione ai combustibili fossili e alle crisi internazionali.
Il governo Meloni festeggia, ma per ora può esibire soltanto un’intesa politica preliminare. L’autorizzazione europea deve ancora arrivare; costi, coperture e risparmi effettivi restano da verificare. La riduzione delle bollette è ancora una promessa, già pronta per la propaganda elettorale. Almeno sul sistema Ets, che impone un costo alle emissioni di anidride carbonica, Bruxelles ha tenuto il punto: la compensazione di questi oneri resta fuori dall’accordo. Un argine da difendere, perché la crisi energetica viene usata anche per tentare di smontare le politiche climatiche.
L’intesa politica è raggiunta, l’autorizzazione europea deve arrivare. Il governo si prende gli applausi in anticipo. Le famiglie aspettano di potersi permettere il riscaldamento.
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