L’Ucraina ha il grano ma fatica a venderlo. Gli agricoltori europei temono che quel grano faccia crollare i loro prezzi. Bruxelles finanzia Kyiv, sostiene i contadini con la Pac e promette la transizione ecologica. Poi arrivano guerra, protezionismo, caldo e siccità. Apriamo un sacco di farina e vediamo che cosa c’è davvero dentro.
Un sacco di farina non sa nulla di geopolitica. Non conosce Vladimir Putin, Volodymyr Zelensky, la Commissione europea, la Nato o la Politica agricola comune. Eppure, prima di arrivare sul banco di un forno, il grano può attraversare una guerra, un porto bombardato, una frontiera chiusa, una protesta di agricoltori, una siccità e una decisione presa in qualche palazzo di Bruxelles.
Alla fine qualcuno impasta acqua, lievito e farina. E qualcun altro paga il conto.
Questa volta per capire la guerra in Ucraina possiamo allora partire da qui: dal pane.
C’è un agricoltore ucraino con il silo pieno che non riesce a vendere il suo raccolto. C’è un agricoltore europeo che teme quello stesso grano perché può abbassare il prezzo del proprio. Bruxelles dice di volerli proteggere entrambi. Finanzia l’Ucraina perché resista all’aggressione russa, finanzia gli agricoltori europei attraverso la Politica agricola comune e promette a tutti un’agricoltura capace di affrontare il cambiamento climatico.
Poi arriva l’estate del 2026 e il castello mostra tutte le sue crepe.
IL GRANO CHE NON RIESCE A PARTIRE
L’Ucraina rimane uno dei grandi produttori agricoli mondiali. Ma produrre grano non basta. Bisogna poterlo vendere e, soprattutto, bisogna poterlo trasportare.
Circa il novanta per cento delle esportazioni ucraine di grano, mais e semi oleosi passa normalmente attraverso il Mar Nero. Nell’agosto 2026 gli attacchi russi contro le infrastrutture portuali hanno nuovamente compromesso quella via di uscita. Nei primi giorni del mese le esportazioni agricole ucraine sono precipitate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I depositi si riempiono, i prezzi interni scendono e molti produttori rischiano di non avere la liquidità necessaria per finanziare la prossima semina. Secondo le stime citate da Reuters, i maggiori costi logistici potrebbero arrivare a circa tre miliardi di dollari.
La responsabilità degli attacchi russi alle infrastrutture ucraine non ha bisogno di essere nascosta. Ma fermarsi qui significherebbe raccontare soltanto metà della storia.
Perché quando la porta del Mar Nero si restringe, il grano ucraino dovrebbe poter trovare altre strade. Ed è proprio qui che comincia il paradosso europeo.
L’EUROPA APRE. POI RICHIUDE
Dopo l’invasione russa del 2022 l’Unione europea aveva sospeso dazi e quote sulle importazioni ucraine. Era una scelta politica oltre che commerciale: consentire a Kyiv di continuare a esportare significava permettere alla sua economia di respirare mentre il Paese combatteva.
Ma il grano non entra in Europa come entra un comunicato di solidarietà.
Quando i prodotti agricoli ucraini hanno cominciato a raggiungere in quantità consistenti Polonia, Romania, Ungheria e altri mercati europei, sono arrivate le proteste. Gli agricoltori hanno denunciato prezzi troppo bassi, concorrenza insostenibile e regole diverse.
Bruxelles ha progressivamente corretto la propria politica. Nel giugno 2025 sono tornati dazi e quote e successivamente è stato costruito un nuovo equilibrio commerciale che mantiene protezioni per diversi prodotti agricoli sensibili. Per il frumento e lo zucchero le quantità ammesse sul mercato europeo sono state drasticamente ridimensionate rispetto al periodo della liberalizzazione straordinaria.
Persino dopo il nuovo accordo commerciale, la Polonia ha mantenuto il proprio divieto nazionale sull’importazione di grano, mais, colza e semi di girasole ucraini.
Ed eccoci al primo cortocircuito.
L’Europa finanzia l’Ucraina perché possa resistere, ma contemporaneamente limita l’accesso al proprio mercato di uno dei settori attraverso i quali l’Ucraina potrebbe produrre reddito da sola.
Non significa che gli agricoltori polacchi, francesi, italiani o rumeni abbiano torto a difendere il proprio lavoro. Significa esattamente il contrario.
Il problema è aver trasformato due debolezze in una guerra tra poveri.
IL CONTADINO CONTRO IL CONTADINO
Il produttore ucraino vuole vendere il proprio grano perché deve vivere, pagare i lavoratori, acquistare fertilizzanti e seminare di nuovo.
Il produttore europeo vuole evitare che l’arrivo di enormi quantità di prodotto a prezzi inferiori faccia crollare il valore del proprio raccolto.
Nessuno dei due è il nemico dell’altro.
Eppure il sistema finisce per metterli uno di fronte all’altro.
Da una parte l’Unione europea spende somme enormi per sostenere Kyiv. Secondo il Consiglio europeo, dall’inizio della guerra Ue e Stati membri hanno mobilitato complessivamente oltre 216 miliardi di euro di sostegno finanziario, economico, umanitario e militare. Per il 2026 e il 2027 è stato inoltre predisposto un prestito da novanta miliardi: trenta destinati al sostegno macroeconomico e sessanta alla capacità industriale e militare ucraina.
Dall’altra parte Bruxelles continua a spendere miliardi per sostenere il reddito degli agricoltori europei attraverso la Pac.
E tuttavia il disagio agricolo non scompare.
Perché un contributo può attenuare una perdita, ma non può cancellare il costo dell’energia, dei fertilizzanti, dell’acqua, la volatilità dei mercati, il potere contrattuale delle grandi filiere e della distribuzione, né può far piovere quando non piove.
Ed eccoci al secondo cortocircuito.
Si spendono miliardi per sostenere gli agricoltori senza riuscire a eliminare molte delle condizioni che continuano a renderli fragili.
POI ARRIVA IL CLIMA
Per anni l’Unione europea ha presentato la transizione ecologica come uno dei grandi progetti politici del continente.
Aveva ragione.
Perché per un agricoltore il cambiamento climatico non è una discussione ideologica. È acqua che manca. È una temperatura troppo alta durante la fioritura. È una grandinata fuori stagione. È un incendio. È un raccolto che non arriva.
Ma proprio quando la crisi climatica rende più urgente trasformare l’agricoltura, una parte della politica europea ha cominciato a considerare alcuni vincoli ambientali soprattutto come un costo da alleggerire.
Dopo le grandi proteste agricole del 2024, Bruxelles ha introdotto deroghe, semplificazioni e maggiore flessibilità nella componente ambientale della Pac. Non significa che il Green Deal sia stato cancellato: gli obiettivi climatici europei restano formalmente in vigore. Significa però che davanti alla protesta sociale una parte della risposta è stata arretrare o rendere meno stringenti alcuni obblighi invece di affrontare soltanto le cause economiche che rendevano quegli obblighi difficili da sostenere.
Il risultato rischia di essere paradossale.
Proteggiamo l’agricoltore dalle regole pensate per contrastare il cambiamento climatico mentre il cambiamento climatico diventa uno dei suoi peggiori nemici.
LE ARMI E LA DIPLOMAZIA
E poi rimane la guerra.
La Russia ha invaso l’Ucraina e continua a colpirne il territorio e le infrastrutture. Questo è un fatto, non una dichiarazione di appartenenza politica.
Ma proprio riconoscendo quel fatto possiamo porre un’altra domanda senza diventare per questo filorussi: quale politica ha costruito l’Europa per contribuire a far terminare la guerra?
L’Unione dichiara di sostenere gli sforzi diplomatici e chiede alla Russia un cessate il fuoco completo e negoziati per una pace duratura.
Ma guardiamo anche dove sono andate le risorse.
Nel nuovo prestito europeo da novanta miliardi destinato all’Ucraina per il 2026 e 2027, sessanta miliardi sono destinati alla capacità industriale di difesa e all’acquisto di materiale militare, mentre trenta miliardi costituiscono sostegno macroeconomico.
È legittimo sostenere che quelle armi abbiano consentito all’Ucraina di difendersi dall’aggressione. Sarebbe invece molto più difficile dimostrare che l’Europa abbia investito la stessa quantità di capitale politico nella costruzione di una propria iniziativa diplomatica autonoma capace di contribuire a interrompere il conflitto.
Ed è questa la domanda che ci interessa.
L’Europa ha investito enormemente nella capacità dell’Ucraina di continuare a combattere. Ha investito altrettanto nella propria capacità politica di contribuire a far finire la guerra?
Non è una domanda su Putin.
È una domanda sull’Europa.
Perché una guerra che continua non distrugge soltanto carri armati, edifici e vite umane. Distrugge porti, raccolti e strade. Fa aumentare il costo dell’energia e dei fertilizzanti. Trasforma il grano in un’arma economica. Costringe a inventare nuove rotte ferroviarie attraverso Moldova e Romania perché quelle marittime diventano troppo pericolose.
E alla fine mette un agricoltore ucraino contro un agricoltore polacco che non ha mai incontrato.
PAGARE TRE VOLTE
Eccolo allora il paradosso europeo.
Finanziamo l’Ucraina perché possa resistere alla guerra, mentre limitiamo l’ingresso di una parte dei prodotti con cui potrebbe sostenere la propria economia.
Finanziamo gli agricoltori europei perché possano continuare a produrre, mentre energia, fertilizzanti, mercati e clima continuano a eroderne il reddito.
Finanziamo la transizione ecologica perché l’agricoltura possa sopravvivere al cambiamento climatico, poi quando gli agricoltori non riescono più a sostenere il costo della trasformazione rispondiamo anche alleggerendo alcuni degli obblighi ambientali.
E finanziamo massicciamente la difesa dell’Ucraina mentre l’Europa continua a faticare a trasformare il proprio enorme peso economico in un equivalente peso diplomatico.
Bruxelles paga la guerra, paga l’agricoltura, paga la transizione e poi paga i danni prodotti dalle crisi che non riesce a governare.
Intanto il contadino continua ad avere paura del raccolto del vicino.
TORNIAMO AL FORNO
Alla fine possiamo tornare da dove eravamo partiti.
Al pane.
Dietro una pagnotta ci sono acqua, lievito, farina e lavoro. Ma oggi dentro quel sacco di farina ci sono anche il Mar Nero, Bruxelles, Kyiv, Mosca, una frontiera polacca, il prezzo del gas, un campo senza pioggia, un fertilizzante diventato troppo caro e una politica europea che promette contemporaneamente sicurezza, competitività, solidarietà e transizione ecologica.
Tenere insieme tutto questo sarebbe precisamente il compito della politica.
Non scegliere tra il contadino ucraino e quello europeo. Non scegliere tra il reddito e il clima. Non scegliere tra la sicurezza di un popolo aggredito e la ricerca della pace.
Costruire le condizioni perché quelle esigenze non diventino nemiche tra loro.
Perché la diplomazia sembra lontanissima dal forno soltanto fino al giorno in cui scopriamo che anche il prezzo di una pagnotta dipende dalla capacità degli Stati di parlarsi prima che siano i cannoni a decidere dove può passare il grano.
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